Non bastavano i tanatocrati, i decisori sul decesso e gli addetti agli espianti, i calcolatori degli accertamenti necrofili. A questi si sono aggiunti i valutatori della vita, gli addetti alla procreazione secondo la tecnica dell’inseminazione, i cronometristi degli spermatozoi e selezionatori degli ovuli. Poi sono arrivati i ragionieri della salute, quelli che stabiliscono i conti della sopravvivenza e gli utili in caso di soppressione.
Male, certo, malissimo, ma c’è di peggio.
Esistono i mandanti e gli aguzzini per l’esecuzione del libero pensiero, della spontaneità, se vogliamo anche dell’ingenuità. Sono i controllori delle pulsioni e i moderatori del desiderio.

Questi strani personaggi della contemporaneità sono i celebranti della religione wokista – come perfettamente inquadra Georges Guiscard – i prelati e i chierichetti del politicamente corretto, supportati dal catechismo perbenista. E come in un gioco perverso di scatole cinesi, saltano pure fuori i giustizialisti del buon gusto, senza la consapevolezza delle contraddizioni che si portano dietro.
Questa dottrina, che inizialmente avrebbe dovuto interessare solo le ingiustizie sociali, pur con la paranoia legata ad una idea delirante di un suprematismo bianco staccato da ogni valenza storica e sociale, si è poi allargata fino a colpire con lo stesso razzismo che era intenzionata a combattere anche “i non-Bianchi che si sono perfettamente assimilati e hanno avuto successo” tanto da essere inquadrati nel concetto spregevole di “Bounty o negro da cortile”.
La dilatazione è poi proseguita nel coinvolgere il più ampio campo della sessualità, imputando al maschio qualunque tipo di prevaricazione, mettendo in discussione le stesse scontate leggi di natura, puntando il dito accusatorio sulle stesse modalità di seduzione e di concretizzazione eterosessuale.
Aldilà della negazione della vita nella sua concretezza esistenziale, quello che è ancora più agghiacciante è la negazione della vitalità di cui la vita dev’essere permeata, e che all’interno della dovuta galanteria e dell’indiscutibile rispetto interpersonale, non può essere sterilizzata entro norme asettiche e paradigmi burocratici.
Quando si parla, ad esempio, di “razzismo sistemico o istituzionale […] così strutturato, così diffuso, così interiorizzato, che il più delle volte è subìto, sia che la vittima ne sia consapevole o meno, senza neppure che siano necessarie effettive discriminazioni”, siamo oltre all’onere della prova – per dirlo in termini giuridici – e ci si trova ingolfati nel campo minato della presunzione, della percezione e della fantasia malata di chi giudica, sia esso il soggetto interessato oppure un valutatore esterno ideologicamente compromesso.

Per rimanere nell’ ambito sempre più equivoco della sessualità, cosa si può dire di fronte ad un’affermazione del tipo: “Mi sono sentita stuprata dallo sguardo?”. Non c’è un gesto al quale aggrapparsi, né una frase alla quale fare riferimento, ma solo una percezione che vale quanto quella di un paranoico con idee persecutorie e spunti di riferimento che ritiene di essere tormentato e controllato nel pensiero. Né più, né meno.
Dal punto di vista simbolico, siamo in presenza di un’atmosfera di morte variamente diffusa: c’è la fine dell’ultima esperienza che viene delegata ai supposti esperti; c’è la fine dell’esperienza procreativa che viene demandata agli ausili tecnici; c’è alla fine della decisione sulle cure di sopravvivenza che viene stabilita degli esperti economici; c’è la fine del diritto al giudizio personale e alla scelta autonoma che vengono stabiliti da un catechismo di conformità e da un dottrina omologante. C’è la morte del diritto alla discriminazione.
Mentre in tutte le operazioni “fisiche” c’è sempre una qualche influenza esterna, quantomeno pratica, in quelle “psichiche” l’obiettivo è l’autocensura e l’autocolpevolizzazione. In ambito religioso, si dice che il peccato è riscontrabile in pensieri, opere od omissioni. Sulle opere e sulle omissioni ho sempre avuto idee precise fino da piccolo, ma quel discorso sui pensieri mi ha sempre disturbato. È l’innesco di un tarlo interiore che rimanda ad un giudicante invisibile, ma sempre presente. Dal punto di vista psicologico è devastante, come è deprimente e mortifero ogni tipo di rapporto interpersonale se deve essere filtrato da ciò che l’altro potrebbe pensare ed interpretare le parole e ai gesti che vengono espressi.

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Siamo alla fine di un ciclo in cui nulla più è dettato da una spontaneità di natura – né la nascita, né la morte, né le relazioni umane. Ogni cosa, ogni esperienza viene filtrata della correttezza della tecnica e della mentalità.
“L’uomo è in agonia”, ha scritto Gabriel Marcel, ma per fortuna ci saranno sempre i progressisti che si adopereranno per toglierci il disturbo della vita e del pensiero.