Tutto può essere individuato come crimine negli ultimi tempi, anche in Italia: criticare la ciccioneria e la magritudine, la nanotaggine e la spilungoneria, la frociaggine e il machismo. Dal cessume fisico al ribrezzo psichico, ogni commento e ogni valutazione finisce sotto il maglio censorio che condanna inesorabilmente qualunque forma di discriminazione, intesa proprio dal punto di vista etimologico come il diritto di critica e di scelta. Tutto, tranne l’improntitudine al falso, la volontà di mistificazione e la franchigia di mostrificazione. L’assassination character va bene nel circo mediatico sempre gestito dalle stesse guardie bianche del politicamente corretto e dell’ideologicamente conformato.

Le categorie che sono esentate da ogni responsabilità, per cui non rispondono di ciò che dicono e di ciò che fanno, sono i giudici, i bambini e i pazzi, ma nell’elenco diffuso nel web ne manca una quarta: quella dei giornalisti.

Appartengo a due Ordini professionali, quello dei Medici e quello dei Giornalisti, e per il comportamento di entrambi in precise circostanze neanche molto lontane, come si dice in termini forse non signorili ma sicuramente più onesti ed espliciti, non so da che parte vomitare.

Il primo, con la censura verbale e la concreta applicazione delle sospensioni e delle radiazioni, ha dimostrato il totale asservimento a disposizioni inique e a procedure equivoche, la cui infondatezza e arbitrarietà persecutorie emergono quotidianamente, anche se sottotono, non per vergogna, ma per infame complicità.

Dopo questa premessa incazzatoria, torno a bomba – in senso simbolico, ovviamente, prima che qualche solerte togato si inventi qualche estremo di istigazione a delinquere o apologia di reato – alla vergognosa liquidazione del programma di Marcello Foa “Giù la maschera”.

Ci siamo conosciuti molti anni fa in una circostanza, quella sì, libera e di alto livello culturale, e da quel momento mi onoro della sua amicizia.

Di punto in bianco, un programma libero, assolutamente indipendente, stranamente equilibrato e misurato in mezzo a una caterva di pollai diversamente grossolani e variamente triviali, viene eliminato dal palinsesto con la conseguente chiusura di una fonte libera e autonoma.

Perché? È una domanda che mi pongo, alla quale la risposta è scontata, quando posizioni cartacee infime ed esibizioni televisive a dir poco imbarazzanti non entrano nell’ambito della riprovazione né, tantomeno, in una posizione di dovuta sanzione, da parte dell’Ordine di appartenenza. Chiedo questo senza alcuna, neppure lontana, intenzione delatoria – gli indegni, siano pagati o per gratuita infamità – li ho sempre profondamente disprezzati. Chiedo soltanto un chiarimento, esprimo una domanda logica e sincera da chi, essendo iscritto, mi preoccupo per la dignità e l’autorevolezza dell’Ordine al quale appartengo.

 

 

Paolo Berizzi, nella sua patologica idea di riferimento e spunti persecutori, dopo il nubifragio che qualche anno fa si era scatenato su Verona, nel suo post scriveva rivolto ai veronesi: “I loro concittadini nazifascisti e razzisti che da anni fomentano odio contro i più deboli e augurano disgrazie a stranieri, negri, gay, ebrei, terroni, riflettano sul significato del karma”.

Il “Manifesto” si schiera con il licantropo Soros, sventolando l’ennesimo fatuo “Eterno complotto antisemita”, a fronte di quintali di documenti internazionali che lo vedono organizzatore delle peggiori iniziative sedicenti immunitarie con le sue organizzazioni non governative; uno speculatore finanziario che è stato condannato in appello a Parigi per insider trading, all’ergastolo in Indonesia e alla pena di morte in Malesia, per una speculazione sulle monete locali.

Viene distrutta una lapide in memoria di Samb Modou e Diop Mor, ed immediatamente parte un falso sostenuto dall’Anpi nel quale si stigmatizza il fatto ricordando la necessità di “custodire la memoria di ciò che il fascismo e il razzismo hanno lasciato in città”. Piccolo particolare: il devastatore è un marocchino pregiudicato.

Corrado Formigli, assieme ala complicità di Cecilia Sala, sedicente giornalista di inchiesta, commentano con boria e patetico sussiego la foto di un bunker ad Azovstal e discutono di un terribile bagno di sangue che ci potrebbe essere in caso di un attacco russo, delle migliaia di morti, di quello che Putin potrebbe o non potrebbe decidere e via via in un esuberante esposizione di idiozie, perché, anche qui piccolo particolare, ciò di cui discutevano era semplicemente la foto di un videogioco. E come in altro momento e in un’altra circostanza, ho detto e scritto che ci starebbe da Dio la ormai celeberrima “Figura di merda” di Emilio Fede.

Perduto da tempo anche il minimo senso d’onore deontologico nel rispetto della prima “regola del buon giornalismo ‘prima verifico e poi pubblico’ si trasforma troppo spesso in ‘prima pubblico, poi semmai rettifico’”, come ha sottolineato sempre Foa in “Il Sistema (in)visibile”, ormai si scrive pensando in anticipo all’effetto emotivo che si vuole raggiungere in un pubblico sempre più o meno accorto e meno preparato.

Marcello Foa è stato liquidato senza il minimo capo di accusa, soltanto perché non inquadrato in nessun catechismo ideologico, mentre altri, impermeabili a quelli che potrebbero essere identificati come reati – diffusione di notizie false e tendenziose atti a turbare l’ordine pubblico (656 c.p.), oppure uso della credulità popolare (661 c.p.) – perseguono le loro finalità di manipolazione di propaganda.

Prendendo spunto da Andrea Scanzi, che a suo dire sparge querele a destra e a manca contro chiunque lo denigri e lo offenda, basterebbe attenersi ai suoi consigli risarcitori per sistemare l’arroganza e la presunzione di certi giornalisti, se questi dovessero pesantemente rispondere in solido delle loro menzogne e dei loro clamorosi errori da scarsa professionalità.

Ma così non è, perché loro risolvono tutto con le scuse, e poi, con l’usuale piagnisteo, spacciano le poche querele ricevute come un attacco alla libertà di espressione.

Marcello Foa paga per la sua correttezza e la sua indipendenza, altri sono pagati per la loro grossolanità e la loro sudditanza.