E anche un’astuta trappola per la ragione critica. Pierre-Joseph Proudhon scrisse con l’intelligenza e la lungimiranza che derivavano anche dalle solide conoscenze filosofiche, sociologiche ed economiche, quindi non soltanto della sua vocazione profetica, che “l’umanità è uno strumento particolarmente idoneo alle espansioni imperialistiche ed è uno strumento di imperialismo economico. […]. Chi parla di umanità vuol trarvi in inganno”.

L’imbroglio è perfettamente riuscito, e pure il pensiero analitico è stato catturato e reso innocuo dall’inganno linguistico e dai miraggi progressisti: gli alleati ci bombardano, il populismo è totalitario, la sovranità è razzista, la civiltà è xenofoba e – dulcis in fundo – le guerre sono umanitarie e grazie alla sana violenza esportano la democrazia in tutto il mondo.

Con l’aggiunta del suffisso -ismo – umanitarismo – essa rappresenta il peggio del perbenismo globalista: esasperazione dei diritti individuali, modello mercantile della vita, liberalismo transnazionale, deformazione delle culture, alienazione delle identità, nomadismo cosmopolita. È il compendio disastroso di quel progetto di meticciato secondo quella ideologia perversa che pretende l’uguaglianza come equivalente all’uniformità omologante: “l’ideologia del medesimo” secondo la precisa definizione di Alain de Benoist.

È questa visione che ha in sé il nucleo più resistente del razzismo, se con questo concetto si intende l’odio nei confronti di una o più razze. I cantori dell’umanità, quale negatrice della pluralità della natura, gli apologeti dell’indifferenziato dei costumi, dei valori, delle culture e delle leggi, i paladini dell’uguaglianza forzata, sono, nei fatti, i sostenitori della predazione globalista in nome della disonesta manfrina dei “diritti universali dell’uomo”. E così si fonda questa manipolazione del pensiero che giustifica ogni abiezione etica giuridica: sul tabù non negoziabile della democrazia e sul suo correlativo complice, il capitalismo nel suo più totale dominio.

 

 

La democrazia e il capitalismo, per la loro intrinseca natura materialista ed economicista, non possono concepire nessuna comunità umana che possa presentare valori esclusivi ed una esclusività tradizionale. In questo caso, non si intende discutere sulla accettabilità o meno di certi comportamenti e di certe concezioni di vita, si tratta semplicemente di prendere atto che “ogni cultura ha una sua identità e non può essere assimilata da nessun’altra” (de Benoist).

Di guerre di pace finalizzate all’esportazione della democrazia hanno dimostrato oltre a ogni ragionevole dubbio e giustificazione il loro miserabile e pericoloso fallimento. La becera volontà di pretendere dal mondo intero il riconoscimento di un certo Bene codificato dall’Occidente liberale.

Il mantra ipnotico di “umanità” ha letteralmente confuso le menti e sfibrato la minima capacità di azione, perché chi nega il bene nei confronti dell’umanità non merita né considerazione né pietà. Possiamo convenire che un certo potere magnetico – e in caso di mancata riuscita ricattatorio e persecutorio – ha letteralmente messo fuori gioco la più labile coscienza critica.

“L’idolo che attraversa la Storia ha preso il nome di Bene Generale. Il suo parere si fonda sulla pesantezza, sulla credulità, sull’invidia, sull’ignoranza, sulla falsità, sull’indifferenza e sulla pigrizia gregaria di quasi tutti”. Ineccepibile questo minimo riassunto della condizione attuale spiegato da Philippe Muray. La sua spietata analisi della contemporaneità lo ha portato inevitabilmente a riconoscere come “la base democratica della nuova tirannia relegherà agli estremi confini della società, chiunque o userà problematizzare tale tirannia”.

Muray cita il marchese de Sade: “Le opere di bene sono un vizio dell’orgoglio, non una virtù dell’anima”. Ed è proprio questo orgoglio smisurato che spinge i sacrestani dell’internazionalismo liberale a fare opera di proselitismo nei confronti della trappola umanitaria. L’idolo dell’umanità deve essere accettato senza neppure l’accenno di un’incertezza, non dico di un sospetto, perché “L’astuzia del contemporaneo sta nell’eliminare il dubbio stesso: che ci sia o meno, poco importa”.

E così, mentre la generica e fluida umanità trionfa, e l’umanità come astrazione e distrazione di massa viene spacciata in ogni salsa pseudopolitica e pseudoculturale, l’uomo è “in agonia”, secondo Gabriel Marcel: l’invito ad amare il prossimo tuo come te stesso, nella concretezza di quotidianità e dell’impegno personale, è stato sostituito dall’amore a distanza, senza impegno né responsabilità, ma con un appagamento senza limite per le coscienze sporche dei buonisti.