Era l’anno 1973, quando un figliolo prodigio della sinistra francese, adulato dai progressisti e confermato con il prestigioso Premio Goncourt, uscì con un saggio che ebbe un successo rilevante: “Le scuderie dell’Occidente”. Confermò così il suo passaggio intellettuale militante da una sinistra piccolo borghese ad una libertà che non conosceva limiti di conoscenza e di critica. Confermò per iscritto come il libro in questione fosse stato scritto di getto, precisando la motivazione della scelta: “Il secolo è folle. Folle di viltà, di spirito rinunciatario, di menzogne, di imposture e di brutture. Non ne potevo più. Ho voluto rendere una testimonianza”.

Se questo, come disse qualcuno, fu il testamento politico nel passaggio dal comunismo borghese al radicalismo aristocratico di una nuova destra, il suo racconto uscito postumo con il titolo di “Il cavaliere, la morte e il diavolo” rimane una poderosa profezia – si spera – su un’Europa che ritrova la volontà di potenza partendo dalla propria tradizione culturale per sbarazzarsi della sua sottomissione all’invasione orientale.

Il saggio in questione, letto e riletto anche a distanza di 53 anni dalla sua pubblicazione, presenta degli spunti sempre attuali per dare una decifrazione sufficientemente approfondita sullo stato delle cose occidentali.
Mentre in corso una guerra sempre più feroce ed allargata, quando Jean-Cau si separa dai suoi contemporanei intellettuali affermando a riguardo del distanziamento da loro che “non si tratta di dissensi, ma di opinioni assolutamente opposte. Peggio ancora: non penso contro di loro: penso ‘altrove’. Né a destra, né a sinistra. Né, certamente, al centro”. Allora, è spontaneo chiedersi dove si orienti questo pensiero non inquadrabile: verso l’alto.
Anche nell’analizzare il conflitto in corso, tentare una giustificazione da un lato, una recriminazione dall’altro, un’equidistanza come terza opzione, offusca qualunque capacità di analisi. Perché a livelli simbolici più elevati, ciò che si combatte in alto è per il bene contro il male, è per la sovranità contro la globalità, è per il sacro contro il profano, è per l’identità del popolo contro la fluidità della popolazione, è per un destino comunitario contro un progetto mondialista.
In questa deriva, in quest’Occidente lo sbando, “Niente più santi, eroi, guerrieri, monaci, artisti e, in verità, niente più uomini. Ogni destino è pantomima, ridotto alla sua commedia e alla sua vacuità”. L’obiettivo è la pace ad ogni costo, sia pure quella del servo, con grande preoccupazione per la salute del padrone e quindi del proprio compenso assicurato.

“Nell’atmosfera della ragione totalitaria, la libertà individuale è condannata ad infiacchirsi ogni giorno un po’ di più”. La tecnica usata è stata quella del pusher: la prima dose gratuita, tanto per provare; quelle successive il costo del divertimento; alla fine sotto ricatto a causa dell’astinenza. Ho sentito tossicomani dire ‘ho il diritto di drogarmi’, senza la capacità critica di comprendere che non hanno la libertà di non farlo. È così, alla fine, con la bulimia dei diritti sia arrivati alla debilitazione della volontà e della libertà.
Quei borghesi progressisti che Jean Cau ha abbandonato, sbattendo la porta dei loro salotti, corrispondono perfettamente ai cosiddetti intellettuali della contemporaneità, i tenutari della carta stampata e tromboni dei talkshow preconfezionati. Sempre pronti a gridare contro un nemico inesistente, sempre disciplinati e remissivi nei confronti di quel padrone che negano di avere. Si spacciano per liberi pensatori, per giornalisti di inchiesta, per intellettuali inossidabili, mentre dimostrano quotidianamente che “L’intellettuale è una prostituta: più la abbattono, più adora; meno lo si assoggetta, più grida all’oppressione”.
L’obiettivo dell’Occidente è la sopravvivenza ad ogni costo. Non la purificazione dal suo corpo malato di relativismo, di materialismo, di depravazione, di oscenità di corpi e di pensiero, ma il suo mantenimento ad ogni costo. Nonostante gli avvisi preoccupanti che arrivano da un Oriente non omologato e neppure disposto ad alcuna mediazione, né negoziazione su culture e principi, questo Occidente non riesce a percepire quale sia il discrimine fondamentale tra una vita viva è una vita morta. Una domanda che sarebbe un enigma per molti giovani, che non sanno neppure rispondere chi sia un uomo o una donna, quindi definirsi in maniera identitaria. “Per il momento c’è nell’aria questa vergogna: senza fede – e domani senza leggi – noi preferiamo la schiavitù alla morte. La vita non è più qualcosa che si rischia, ma che si conserva. A qualsiasi prezzo. […] La vita e l’amore. Ma noi non ci amiamo più. Ci risparmiamo”.

I cosiddetti benpensanti fanno di tutto per spacciare questa nostra società come la più libera, la più tollerante, la più accogliente, la più confortevole, con la democrazia quale migliore governo del mondo, con la Costituzione più bella dell’universo. Operazioni di politica e di retorica sociologica da quattro soldi che sa più di scadente maquillage e ritocco da Photoshop. Nella realtà “La nostra società e una società imbellettata. Gli strati di creme di gesso sono tanto più spessi, i loro colori tanto più vivi, quanto più esausto è il corpo e appassita la pelle che lo avvolge”.
In tutto questo disastro intellettuale e morale, dove già riuscire a pensare in maniera opposta all’opinione prevalente è un atto di libertà psichicamente terapeutica, c’è almeno la speranza che in questa omologazione soffocante, salti fuori l’animale che è noi, cosicché “forse l’istinto avrà il sopravvento sull’intelligenza” e la volontà di vita sull’adattamento mortifero della sopravvivenza.
Sarà, quindi, l’amore per la vita a redimerci: l’amore per la vita nostra, per il nostro retaggio, per la nostra nazione, per la nostra civiltà.