Quando il grande scultore Antonio Canova, artista ufficiale del regime napoleonico, si trovò un giorno in presenza di Napoleone Bonaparte, italiano, e questi con un certo disprezzo e sarcasmo gli fece notare che “tutti gli italiani sono ladri”, Canova gli rispose: “tutti no, maestà, ma…bonaparte sì”.

Era il 1782. Cecilia Zen Tron, cognata del famoso procuratore, Andrea Tron, quando mette a disposizione al figlio della zarina Caterina II il suo palco a teatro, lo fa ad un prezzo esorbitante, tant’è che, tra i tanti commenti maliziosi, uscì un epigramma popolano che recitava “Brava la Trona, la vende el palco più caro della mona” (non c’è bisogno di una traduzione); con assoluta naturalezza e ironia la risposta della potente nobildonna fu più che spregiudicata: “La Trona, la mona, la dona”.

Nel 1937 Benito Mussolini si recò il Vittoriale per incontrare Gabriele D’Annunzio. Il primo, notoriamente bersagliere, soldato in una specialità dell’esercito caratterizzata dal passo di corsa; il secondo, anche soldato dell’esercito in fanteria, poi simbolo dell’aviazione. Al momento dell’incontro Mussolini gli andò incontro dicendo “Salve, o fante alato”, al che D’Annunzio, che non era certo sprovvisto di prontezza e di ironia, gli rispose “Salve, o lesto fante”.

 

Per non parlare dell’amicizia conflittuale tra Nicola Bombacci e Benito Mussolini, quando Nicolino ripeteva spesso “Duce, voi siete la causa di tutti i miei mali”, e in una circostanza di polemica, Mussolini disse, riferendosi alla folta barba e capigliatura: “Bombacci? Troppo pelo per un coglione solo”. Nicolino, il comunista, finì assassinato a Dongo e appeso per i piedi accanto a Benito, il suo amico d’infanzia e di scuola.

Prendo in prestito questi quattro esempi per introdurre il discorso sulla pochezza espressiva e concettuale che caratterizza la conflittualità contemporanea, associata pure ad una pessima e squallida volgarità.

Un tempo i grandi e i piccoli potevano permettersi signorili sfottò pur mantenendo il cosiddetto pathos della distanza, ma sempre confermando uno stile di comunicazione e di ironia. Battute, doppi sensi, schermaglie reciproche e scambievoli spiritosaggini, sempre all’interno di uno stile e di una correttezza.

Per evidenziare la pesantezza volgare e l’insopportabile grossolanità dell’attualità, basti pensare a quando il penoso e tragicomico ministro degli esteri Di Maio definì il presidente Putin un “macellaio” o “un animale più feroce di un animale feroce”, termini non soltanto inaccettabili per un rappresentante dello Stato e per sua funzione, ma semplicemente inammissibili anche dal punto solamente umano. Ricordiamoci anche quando Matteo Bassetti insultò il Premio Nobel Luc Montagnier “Un rincoglionito con problemi di demenza senile”, o quando Bersani diede del coglione al generale Vannacci, o i video di Andrea Scanzi durante il periodo pandemico contro i critici sulla questione vaccinale, o gli auguri di malattia alla Meloni: un elenco interminabile di vergogne comunicative caratterizza e rappresenta questo nostro tempo di bassezza umana e morale.

Basta rivedere, nella storia del giornalismo televisivo, le famose tribune politiche nate nel ’61, con i grandi nomi di Jader Jacobelli, Ugo Zatterin e Giorgio Vecchietti – stile di conduzione sobrio, equidistante e disciplinato – e i moderni talkshow, gestiti in maniera volutamente conflittuale, sfrenata e faziosa.

La strategia diffusa dell’odierna comunicazione è sempre ridotta essenzialmente a recuperare un bersaglio sul quale scatenare, con tattiche più o meno sofisticate, il pregiudizio condito da illazioni personali, al fine di aizzare i dissensi plebei del pubblico ammaestrato.

Ho appreso per la prima volta dell’esistenza del termine tecnico character assassination dall’amico Marcello Foa: la precisa volontà e la meditata distruzione della reputazione di una persona – ugualmente un personaggio di successo – con la premeditata intenzione di distruggere la sua credibilità e la stima pubblica. Quest’operazione esclude ogni argomentazione oggettiva su un certo tema, ma predilige l’attacco disonesto e sfrontato alla persona in quanto tale.

Uno dei soggetti privilegiati – si fa per dire – di queste miserabili manovre è il generale Vannacci. Ultimamente aveva messo in evidenza come, a parità di successo in un recente evento sportivo, tra le due campionesse italiane Kelly Ann Doualla ed Erika Saraceni, la propaganda mediatica abbia dato maggior risalto alla prima che non alla seconda, dimostrando una scelta di campo pubblicitario quantomeno sospetto. Peraltro nessuna novità, nel momento in cui di fronte a fatti di carattere giudiziario viene sempre evidenziato il reo bianco, piuttosto che quello di altre etnie.

Detto ciò, sempre a proposito di Vannacci con il quale mi piacerebbe proprio un confronto a due e senza pubblico per comprendere determinate scelte di posizione, valutazioni politiche ed anche interpretazioni di taluni fatti, a documentazione della mia concreta denuncia di parzialità e di squallida manipolazione giornalistica, c’è un particolare commento a proposito del giudizio espresso dal parlamentare europeo. Per esplicita volontà di non inquinare l’onorabilità del nostro giornale, eviterò il nome dello squallido sedicente giornalista. Questo esperimento sul quale minimamente l’ordine al quale appartengo ha avuto mai niente da dire dal punto di vista deontologico – e qua il dubbio è lecito – scrive testualmente: sfortunata Erika Saraceni “nel vedersi insozzare una splendida medaglia d’oro dal pessimo Vannacci…Sentite che concentrato di merda razzista è riuscito a concentrare in una sola frase…Caro pessimo Vannacci…Purtroppo per noi, da quanto fa e da quanto dice è fin troppo evidente di quale avanzo del secolo scorso lei si mostri di essere…”.

Nessuna analisi sociologica del contenuto del commento del generale, né della veridicità delle sue affermazioni, neppure una contestazione mirata al giudizio espresso, ma solo un attacco ideologico di stampo sinistro.

Qui non siamo di fronte al sublime linguaggio di Celine, alla sua stilisticamente feroce critica ai benpensanti, ai critici, ai professionisti della morale. Siamo molto più prosaicamente davanti ad un’invidia plebea di chi ha avuto la consapevolezza della propria nullità; osserviamo soltanto la disapprovazione faziosa, in un’assenza totale di capacità intelligente di analisi; alla fine, prendiamo atto che questo canagliesco costume di disapprovazione dell’opinione altrui è soltanto l’espressione della cattiveria interiorizzata e della esplicita invidia che infiltra gli attuali contraddittori.