C’è una cospicua presenza di malriusciti che vede sempre nel successo degli altri l’intervento della fortuna più o meno sfacciata. È la diffusa impostazione mentale degli individui di pretta marca democratica che hanno interiorizzato “Debolezza, mediocrità, medietà [quali] caratteristiche peculiari della struttura emotiva dell’uomo democratico” (Elena Pulcini), la “mutazione antropologica” indicata da Tocqueville.

A prescindere dalla razza funesta degli arrivisti per i quali più che la botta di culo, si può parlare di offerta del medesimo, in maniera indiscriminata, al potere e alla notorietà che bramano, la maggior parte di coloro che “ce la fanno” in autonomia è caratterizzata dalla volontà ferrea della rivincita personale, la decisione categorica dell’impegno, la volontà determinata a perseguire il proprio desiderio.

A fronte di una maggioranza che si accontenta dello status quo, rimpinzando il vuoto percepito con la soddisfazione delle voglie immediate ed effimere, l’uomo determinato, differenziato, avverte e intuisce una spinta interiore, un’esperienza di insufficienza rispetto all’ordinario appagamento materiale e godimento vegetativo.

Mentre “i requisiti nel carattere democratico, sintomi di un edonismo mediocre […] sono fretta, pressappochismo, superficialità, disattenzione”, il processo per rispondere al proprio desiderio è molto più articolato e sempre decisamente faticoso.

Nei diversi incontri con i ragazzi delle scuole, ho spesso sottolineato quattro punti alternativi all’addomesticamento democratico che si attua attraverso la facilità della sedazione artificiale. Ho, per quanto ho potuto, cercato di far passare un messaggio recuperato da una esemplare considerazione di James Hillman: “Molti hanno il talento, pochi il carattere che può realizzare quel talento”, per cui ognuno deve scavare dentro di sé, ascoltare anche il più flebile mormorio di una vocazione, e poi partire da quella aspirazione nascosta e lontana e farla emergere con determinazione.

Incominciare, innanzitutto, magari per intuito, a cercare di dare un contorno, seppure sfumato, a quella che può essere la più attraente curiosità. Perché è la curiosità il primo elemento di rottura con una realtà che il sistema tende a proporre come scontata e prevedibile, perché senza la curiosità, senza la molla che fa desiderare l’imprevedibile e l’inimmaginabile, tutto sfuma nella monotona routine, con il rischio di doverla riempire con mezzi artificiali.

Poi, una volta identificato l’obiettivo della curiosità, è fondamentale ampliare i punti di interesse e di passione, perché senza un coinvolgimento totale, senza una adeguata dose di dedizione e di eccitazione, la curiosità finisce per esaurirsi in quel obbrobrio concettuale che si chiama infarinatura.

Confermata dalla passione la validità della vocazione, la terza funzione indispensabile è darle un inquadramento settoriale, specialistico, per procedere al suo approfondimento, definire un programma di analisi adeguato finalizzato alla ricerca sempre più raffinata di competenze e di preparazione, sia nella attività teorica che nelle abilità pratiche.

In questo metaforico tavolo su cui poggia la vita personale e professionale, la quarta gamba diventa quella essenziale per evitare l’inevitabile tracollo, e questa è la perseveranza – un atteggiamento psicologico difficile per “gli individui democratici che hanno sempre fretta” (Pulcini) –, ma senza la quale ogni curiosità, ogni passione e ogni abilità finiscono in un rapido consumo e in una accertata frustrazione. È questo, e non soltanto dal punto di vista simbolico ma fattuale, il “pericolo intrinseco [alla democrazia] nel produrre una sorta di indebolimento della volontà e delle energie, assorbite nel mediocre perseguimento di piccoli obiettivi e di piaceri ordinari”. La perseveranza è legata indissolubilmente alla volontà, alla decisione del futuro personale, si può addirittura dire alla realizzazione del proprio destino.

Quali potrebbero e dovrebbero essere gli agenti animatori dei giovani nella ricerca del proprio definito ruolo e della propria specifica realizzazione? La risposta è scontata: i genitori e gli educatori. Una volta che i genitori hanno ridotto la loro funzione all’amicizia con i figli, e quando va male addirittura sono loro i sindacalisti nei confronti dell’apparato scolastico, questa finalità è castrata; una volta che la scuola si barcamena tra un fallimentare diplomificio ed una non sempre riuscita guida all’attività lavorativa, anche gli insegnanti hanno perso il ruolo di educatori nel senso etimologico più pertinente, quello di far emergere in ciascuno degli allievi il lato più creativo e vocazionale.

È un caso tutto ciò? È una semplice involuzione determinatasi spontaneamente in un diffuso deterioramento sociale? È soltanto un cambiamento epocale nel quale il mondo – come osserva Andrea Zhok – ha perso la sua dimensione qualitativa e trascendente? Magari anche sì, e pure contemporaneamente. Certo è che l’ideologia democratica, coltivando “un carattere febbrilmente edonistico”, con l’apologia delle voglie eternamente insoddisfatte, è stata la matrice attiva di questa liquidazione delle volontà e anestesia dei desideri. È l’ennesima fregatura delle giovani generazioni che non hanno capito, per riprendere un linguaggio liberal-libidico-popolare che la botta di culo non esiste, che dare il culo per un minimo di notorietà è un fallimento esistenziale, ma farsi il culo per realizzare il proprio desiderio e il proprio destino è il successo di una vita degna di essere vissuta.