Lo sgombero del centro sociale Leoncavallo, dal punto di vista strettamente personale, non mi ha fatto né caldo né freddo. Ho trovato piuttosto penosa la resa inerte, la rinuncia alla minima opposizione attiva per difendere uno spazio propagandato come simbolo dell’antagonismo. Ho trovato inverosimili certe dichiarazioni come quella di Marina Boer, presidente dell’Associazione Mamme Antifasciste, la quale ha affermato che la chiusura del Leoncavallo dimostra come “Milano sta diventando una città di merda” (rapine, gli stupri, lo spaccio, la ’ndrangheta fanno parte invece del folclore meneghino), o quella di Ilaria Salis che ha scritto della mancanza di rispetto “per 50 anni di storia dei movimenti, contro-cultura, aggregazione giovanile, politica del basso” (dall’alto non sarebbe stata neanche immaginabile), o di chi ha testualmente rivendicato come il Leoncavallo rappresenti trent’anni di storia (forse intendendo con questo termine favola o cronaca) o il fenomeno di Paolo Rossi che ha parlato di “sconfitta per Milano”.

Insomma, per l’intellighenzia radical-chic, senza un centro di riferimento di arte e di cultura come il Leoncavallo, il capoluogo lombardo sarà più povero.

Visto con una distanza emotiva totale, sia dal punto di vista ideologico che vagamente umano, questo sgombero lo considero tecnicamente un fallimento dopo 31 anni di occupazione e 133 rinvii: un fallimento per la politica che non ha saputo difendere la legalità; un fallimento per la legge che, se a conoscenza di fatti-reato, ha omesso il dovuto intervento; un fallimento per i proprietari, che sono stati trascurati nei loro diritti.

Non avendo lo spirito del questurino, né tantomeno quello del moralizzatore, prendo lo spunto da questo centro sociale per parlare di bellezza, di quel sentimento che nell’antica Grecia era in simbiosi con l’etica.

Ho visto il Leoncavallo soltanto dall’esterno – dall’interno attraverso le riprese durante l’intervento in questione –, mentre sono stato due volte alla Askatasuna di Torino qualche decennio fa con l’accompagnamento di un ex brigatista per un caso umano di mia competenza. La cosa che mi ha più colpito dei due – maggiormente, però, nel Leoncavallo – è quello che potrei definire di degrado estetico. Enormi e brutti graffiti, muri riempiti di sgradevoli e spregevoli murales, sporcizia diffusa e una generalizzata distribuzione di disordine e di negligenza. A parte alcune sale adibite a mostre ed incontri musicali, tutto sempre infiltrato di trascuratezza e di sciatteria.

Non sono uno che ha la puzza sotto il naso, dopo aver rimosso dentiere e svuotato pappagalli delle urine durante un tirocinio in Pronto Soccorso del quale ringrazierò sempre il responsabile del Servizio per tutti i suoi insegnamenti clinici e deontologici ricevuti, e non sono neppure prevenuto dopo aver visto e annusato il degrado in pazienti a domicilio con psicosi gravi e autodistruttive depressioni, ma aldilà delle comprensibili e giustificabili condizioni mentali, mi chiedo come mai degli esseri umani forniti di coscienza e capacità cognitive possano sopportare talune condizioni di abbandono e di degradazione.

Non intendo far subire a nessuno delle noiose omelie sulla cura di sé e dell’ambiente di vita, ma penso che proprio dal punto di vista psichico la cura del Bello vada di pari passo con la cura del Buono – senza neppure scomodare Platone.

Per finire questa mia considerazione con un minimo di cultura psicologica, dico che la rivendicazione della sciatteria, sia essa ambientale e personale, quale forma di antagonismo alla morale borghese e al conformismo sociale, sia solo l’esercizio di quel meccanismo di difesa che viene chiamato razionalizzazione. Si tratta, come dicono i manuali, di spiegazioni apparentemente logiche, ma spesso alterate o illusorie, per legittimare azioni, pensieri o sentimenti che altrimenti genererebbero disagio, colpa o minaccerebbero l’autostima. L’obiettivo è di inconsciamente scagionarsi, rendendo più plausibili eventi o comportamenti che potrebbero essere avvertiti come inammissibili, a protezione di un Falso-Se e di un precario equilibrio psichico. L’essere umano è tendenzialmente sempre alla ricerca di un’armonia interiore ed esterna. Come ha ampiamente scritto il filosofo Salvatore Natoli, è il Kósmos l’obiettivo ricercato, quell’equilibrio e quell’armonia dove, appunto, il Bello coincide con il Buono, in contrapposizione al Caos, all’informe, al disordine, alla confusione, alla disarmonia, alla regressione all’animalità, dove il Brutto coincide con il Male.

 

Scrive Jünger nel famosissimo romanzo “Sulle Scogliere Di Marmo”, osservando le azioni devastanti del Forestaro, colui che gestisce il potere con la paura e che diffonde malvagità e pestilenza: “Profondo è l’odio che l’animo volgare nutre contro la bellezza”.

Solo questo vorrei chiedere ai tenutari e ai frequentatori dei due citati e altri centri sociali, magari quando devastano le città, incendiano le automobili, spaccano le vetrine, imbrattano i monumenti: Perché tanto odio contro il Bello, che è il Buono? Le altre questioni non sono affari che mi interessano.