Continuano le interpretazioni talora ragionate, ma altre volte irrimediabilmente bizzarre se non del tutto insensate, della validità o meno dell’ormai monotono rifiuto della prova orale, ma sempre con un metodo monoculare, ovvero centrato solo sul protagonista del gesto come se fosse un’entità isolata e solitaria nel contesto relazionale.
Neppure se esistesse una realtà aliena, in cui gli uomini venissero direttamente da un laboratorio sperimentale di fantascientifiche uova umane, un totale senso di estraneità potrebbe essere possibile, e lo dimostra ampiamente Konrad Lorenz con l’imprinting stabilito con l’oca Martina e i suoi comportamenti.
In altre parole, se la fragilità e l’incompetenza alla vita nei giovani hanno un imprinting, questo non può che derivare dal contesto familiare e dagli esempi genitoriali. E questi, peraltro, sono contemporaneamente causa ed effetto dell’atmosfera cautelativa e prudenziale che permea negativamente il nostro tempo e le nostre vite.

L’incertezza e la precarietà sono due condizioni innate nell’essenza stessa di ciò che definiamo vita. L’essere umano, in quanto sprovvisto di impulsi predeterminati e quindi in una certa misura senza l’ansia come noi possiamo intenderla, nel senso di elaborazione emotiva e cognitiva di uno stato d’animo, ha già dentro di sé il senso di insicurezza. Quando poi questa fragilità viene premeditatamente e artatamente utilizzata dal sistema con l’obiettivo dell’addomesticamento della massa – farsa pandemica docet –, allora qualunque operazione di tutela e di prevenzione viene vissuta come un dono inestimabile, senza rendersi conto del pericolo implicito nelle continue richieste di accudimento, poiché – come evidenzia Tamar Pitch – “le domande di sicurezza minacciano la democrazia stessa”.
Scaricano la responsabilità di questo sentimento di incertezza esistenziale con la paura del futuro, come se le generazioni pre- e postbelliche avessero vissuto nell’ottimismo più sfrenato. In realtà, la questione riguarda la determinazione a perseguire un progetto di vita che è venuta meno proprio a causa dell’assistenzialismo indotto. Abbandoniamo il comfort, il veleno a lento effetto sulla volontà di affrontare qualunque rischio pur di costruire il proprio destino – consiglia lucidamente Georges Guiscard – e, in perfetta sinergia, facciamo in modo che la vita non sia sopravvivenza, non sia il cieco ottimismo dell’“andrà tutto bene” né il fallimentare pessimismo del “meglio che niente”.

Per ritornare a discorsi già anticipati, prendiamo atto che i tre dispositivi su cui ricade la responsabilità del generale fallimento esistenziale sono la famiglia, la scuola e l’informazione, perfettamente asserviti a una visione del mondo utile a questo sistema.
Un esempio che vale per tutti, come simbolo generalizzato dell’utopia del controllo e della previsione, è stato quello legato alla programmazione delle interrogazioni scolastiche. La negazione mortale, dal punto di vista psicologico, dell’imprevisto – in psicoanalisi, l’unica condizione in cui ogni rischio è azzerato e ogni imprevisto è annullato è la morte.
La cosa in sé, secondo un giudizio approssimativo e mediocre, può risultare banale, ma da una prospettiva più approfondita dal punto di vista psichico è logorante, perché si entra in una logica in cui “La prevenzione tenta di controllare il futuro, di determinarlo, di renderlo (più) sicuro”, ma il destino, per fortuna, è inaccessibile alle miserie umane della sua gestione.

Bisognerebbe sempre tener presente le parole significative di James Hillman: “Il fatalismo scarica tutto sul destino”, e la contropartita della prevenzione pretende che la vita sia programmata, mentre “la vita può essere preordinata, ma non prevista […] secondo la tracotanza del rigor mortis razionalista”. In questo unico esperimento che ci è offerto sta a noi applicarci con volontà per perseguire individuali talenti con la massima volontà. Tutto il resto è farsa.