Era il 26 aprile del 1961 quando veniva ufficializzata sulla rete nazionale della televisione una trasmissione chiamata “Tribuna politica” con il mitico Ugo Zatterin tra i primi moderatori.

Chi vuole fare un tuffo nel passato, e prendere atto del cambiamento di costume – inteso come linearità di espressione, essenzialità nel linguaggio, controllo del comportamento – può esaminare, o rivedere per chi ha la mia età, questi ormai antichi reperti televisivi.

In tutti gli incontri venivano rispettate le regole del buon gusto e del rispetto, che non significava né tolleranza ideologica nei confronti delle tesi avverse, e neppure condiscendenza di fronte ad eventuali argomentazioni condivise, ma solo la basilare disponibilità ad un confronto sincero ed equilibrato, per non dire signorile.

Anche l’ironia, il punzecchiare l’avversario e ogni tentativo di contestare le posizioni contrarie rientravano comunque nella disciplina condivisa del duello dialettico, quindi nel rispetto della forma e del rapporto educato. È difficilissimo trovare momenti di sovrapposizione delle voci, ad esempio, oppure toni di voce alterati e insulti alla persona. Si potrebbe dire che gli incontri politici antiquati fossero quasi un colloquio tra due polemizzanti con il coordinamento di un terzo sottoforma di silenzioso giudice. Gli ascoltatori avevano così modo di farsi delle idee proprie ascoltando le reciproche argomentazioni dei contendenti.

La questione si è deteriorata con l’avvento troppo spesso sconsiderato dei mezzi di comunicazione, infiltranti anche la sfera privata degli spettatori. In questo modo, il conduttore della trasmissione non è un super partes tra due o più intervistati, ma un istigatore spregiudicato e spesso un provocatore a senso unico. È la conferma che “la comunicazione pubblica, quando assume la forma di un contraddittorio, non è una arena in cui due contendenti si affrontano e tantomeno la disputa tra due maestri dell’università medievale. Essa si basa su un presupposto tacito e universalmente accettato: l’intimazione rivolta al pubblico a identificarsi con l’uno o con l’altro dei due antagonisti”. In questa valutazione, Mario Perniola descrive perfettamente la condizione attuale dei cosiddetti talk show, con ampia documentazione dimostrabile nel periodo della vergogna propagandistica della campagna vaccinale.

Senza un minimo di discrezione – come dimostrato, ad esempio, con gli insulti ad un Premio Nobel come Montagnier – ogni conduzione televisiva è stata ridotta ad una inondazione di emotività e di falsificazioni, con l’intento altrettanto esattamente indicato da Hannah Arendt: “Mentire non ha lo scopo di far credere alle persone una bugia, ma di garantire che nessuno creda più in nulla. Un popolo che non sa più distinguere tra verità e menzogna non può distinguere tra bene e male. E un popolo così, privato del potere di pensare e giudicare, è, senza saperlo o volerlo, completamente sottomesso all’impero della menzogna. Con persone come queste, puoi fare quello che vuoi”. L’emotività diventa una delle tattiche della strategia di sottomissione, che prima di tutto è mentale.

Pensiamo a quanto sta accadendo con il circo mediatico che riguarda il referendum sulla giustizia. È il caso di tenere bene a mente sia le parole di Perniola che quelle della Arendt.

La questione è prettamente giuridica, sia pure come tutte le modifiche istituzionali siano di interesse pubblico. Ma la domanda cruciale è quale sia il criterio tecnico che un soggetto – elettore supposto libero e supposto competente, e quindi con supposta capacità decisionale – possa mettere in campo in un tema altamente specifico, come è stato quello già detto della farsa pandemica.

La comunicazione anche in questo caso, a prescindere dalle chiare implicazioni politiche con le quali si tenta di reggere il timone del balcone referendario, è ideologicamente emotiva e al di fuori di ogni preparazione in materia per la stragrande maggioranza di coloro che accederanno alle urne. Una promozione pubblicitaria delle diverse posizioni che non permette – per evidenti impreparazioni specialistiche del singolo cittadino – di addurre giudizi validi e prove motivate.

Il fatto che vengano cooptati in questa campagna pubblicitaria i più disparati fenomeni dello spettacolo – cantanti, attori, comici ed altre spassose amenità da tempo libero – dimostra per l’ennesima volta come i mezzi di comunicazione siano utilizzati soltanto per annebbiare le coscienze e ipnotizzare i teleascoltatori. Nessuna, neppure lontana ricerca di spiegare con onestà intellettuale e con correttezza comunicativa i passaggi cruciali che possano portare ad una scelta consapevole. Si conferma così, per l’ennesima volta se ci fosse qualche dubbio, che “la televisione moderna non cerca tanto la verità dell’enunciato ma persegue invece la verità dell’enunciazione; non contano le cose mostrate, quanto piuttosto come esse vengono mostrate. Conta sempre meno che la televisione ‘dica il vero’, conta sempre di più che la televisione, nel suo insieme, sia percepita come vera” (Aldo Grasso). Il problema grave, purtroppo, è che questo condizionamento non sia solo limitato al cosiddetto reality show, ma ha infiltrato in maniera permanente e pervasiva qualsiasi attività pseudoculturale e pseudopolitica.

Niente regole, né misura e neppure decenza, perciò, nell’approccio dei meccanismi privati e pubblici che si occupano di informazione. Del resto, però, questi stessi dispositivi hanno gioco facile per il fatto che – come a ragione ha scritto Eduard Limonov – “la maggioranza dei cittadini non ha una propria opinione, per mancanza di voglia e incapacità. Vota in funzione di opinioni prefabbricate, elaborate dall’Amministrazione e suggerite dai media”.

Quando una debita percentuale di cittadini si renderà conto dei trucchi ai quali viene sottoposta, non ci saranno più insultanti pseudo giornalisti su YouTube e neanche le innumerevoli Vanne Marchi del politichese corrente.