La riforma posta in essere dal Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara rientra nell’ambito del ‘meglio che niente’, con il rischio concreto di rendere insoddisfatti sia gli insegnanti preparati e attivi, che quella cricca di ideologizzati sinistri e disastrati che si dedicano all’abbassamento costante della qualità della vita in generale.

È evidente che in un sistema politico democratico che si fonda – come scrisse un anonimo ateniese, forse Tucidide – sul presupposto che il popolo “pur sapendolo, predilige quelli che gli sono benevoli e utili, anche se sono canaglie [perché] il simile favorisce il proprio simile”, niente di radicale può essere concepito senza mettere in discussione la realtà di questa superstizione, “Al più è possibile qualche piccola modifica: ma molto non è possibile modificare senza intaccare l’essenza stessa della democrazia”.

Preso atto di questo intralcio di base che in qualche modo giustifica la moderazione del ministro e contemporaneamente ne riconosce la buona volontà, propongo una riforma radicale secondo gli indicativi di un grande docente di Filosofia Politica, nonché il mio referente al dottorato di ricerca e amico.

Mi formulò un giorno il professor Claudio Bonvecchio il suo serio e radicale, quindi inattuabile, progetto di riorganizzazione e miglioramento dell’università, tanto per cominciare da una parte.

Innanzitutto, l’eliminazione del 50% dei docenti e un altrettanto 50% di studenti: entrambi facenti parte di quell’ampio gregge che va sotto il nome di ‘fancazzismo’. I primi, perché molto spesso senza un adeguato aggiornamento del curriculum, con lavori risalenti ai tempi della nomina ad ordinario e scadente applicazione nell’attività didattica e di ricerca; i secondi, perché parcheggiati per anni di mediocre applicazione e di nulli risultati, sempre in attesa dell’evento aleatorio di un diploma triennale.

A questa drastica ma salutare soluzione deve seguire un congruo aumento dello stipendio ai docenti ed una specie di paga mensile agli studenti, i quali devono mantenere dei rapporti di tipo ‘contrattuale’ con l’università definiti da una opportuna timbratura delle presenze e ad adeguati risultati nella conoscenza e nella documentazione della stessa.

A questo punto entrano in discussione i termini ‘istruzione’ e ‘merito’, una volta raso al suolo l’apparato burocratico e pachidermico dell’università.

Come scrivere Bonvecchio, “L’Università moderna […] è stata, letteralmente, fagocitata dalla società di massa. Una società che, nel delirio demagogico di una fasulla democratizzazione del sapere, ne ha annientato la portata culturale sociale. […] un macchinoso centro di spesa per una casta di modesti (intellettualmente) professori-impiegati e per una calca di studenti che non sanno cosa studiano, né perché studiano e, spesso, neppure sanno cosa significa studiare. […]. Oggi è un discount della cultura dove ‘tengono banco’ la statistica, l’economia, la tecnologia a ‘sviluppo spinto’, le più assurde forme transgeniche e bio-tecnologiche, le ‘medicine d’assalto’, le sociologie onnicomprensive, le filosofie deboli o del nulla: per non parlare poi dei più improbabili percorsi di laurea”.

Se l’università piange, non è che alle altre scuole, sia superiori che inferiori, avanza molto da ridere.

Tralasciando necessariamente per tempo e per spazio l’analisi delle varie riforme che hanno unito trasversalmente le diverse parti politiche nella distruzione del sistema educativo, si è giunti alla cosiddetta scuola della ‘autonomia’, una “scuola che deve servire a qualcosa, deve essere utile” – denuncia giustamente chi di insegnamento se ne intende come Galli della Loggia – e che invece ha come compito esistenziale, quello di “principalmente preparare alla vita, non al lavoro”.

 

Caduta nella trappola del vaneggiamento progressista, ben prima delle catastrofiche seppur ridicole rivendicazioni di vari diritti ai sentimenti e al gender, la fase finale della deriva educativa è stata alimentata dal “costante sospetto ideologico verso il merito, la selezione, l’eccellenza. [Una degenerazione] fu la crescita del potere della sinistra e la sua rilevantissima capacità di condizionamento politico”. Una sciagura intellettuale perché “il pensiero che si crede progressista, considera da sempre due autentiche bestie nere: nozionismo (cosiddetto) e l’identità (cosiddetta). […]. Sicché, per timore di farne un piccolo patriota italiano pregno di potenziale malvagità xenofoba, i suddetti funzionari ed esperti hanno deciso di fare del bambino in questione qualcosa di più rassicurante: una sorta di mostriciattolo ricalcato sulla figura di un sociologo-storico universale”.

Questa è istruzione pura, senza merito, definita da una non meglio definita categoria di competenze.

Una riforma radicale perciò, deve partire dal discorso educativo che non può che basarsi sul sapere umanistico per “costruire ricordi, coscienza, valori”. Una educazione che proprio partendo dall’etimologia di ‘educere’, di ‘trarre fuori’ deve tendere a mettere in evidenza le individuali risorse cognitive, deve far emergere le vocazioni degli allievi, deve sviluppare la concentrazione, l’attenzione, la passione e l’impegno verso lo studio.

E a questo punto, per tornare alla metafora della testa puzzolente del pesce, i docenti di ogni ordine e grado devono essere forniti di quella capacità di fascinazione e di quell’arte della seduzione in modo tale da suscitare e da infiammare nel singolo la passione della conoscenza che tanto più è inutile nella pratica, tanto più è importante dal punto di vista emotivo e psicologico.

Più di qualcuno si chiederà quale potrà essere il risultato per chi, purtroppo, non sia in qualche modo portato a questa conoscenza. Sarà comunque una discriminazione a suo beneficio, poiché una scuola accogliente ed a promozioni indiscriminate, che quindi non preparerà i giovani al mondo reale, è quella che “lascia poi alla società e ai suoi, quasi mai limpidi, meccanismi di selezione il compito di regolare brutalmente i conti con il principio di realtà”. Sarà in quel momento che la vita esplicherà il suo giudizio in appellabile.

Buon lavoro, quindi, signor Ministro. Anche se credo che la sua buona volontà sia solo un impegno per delle cure palliative di una scuola in agonia. Prenda atto, signor Ministro, delle parole finali di Ivano Dionigi quando scrive che “i nostri politici concepiscono la politica come pratica amministrativa o addirittura occupazione del potere, totalmente allergici a ogni formazione ed esigenza culturale. […]. La separazione tra cultura e politica – l’apartheid tra il sapere e il potere –, questa mi sembra l’anomalia, e anche l’oscenità”.

Perciò, è un dato di fatto che la scuola, come il pesce, puzzi dalla testa. Eccome!

 

 

 

 

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