Con tutti i condizionamenti, la psicoanalisi è stata ed è una procedura per affrontare le problematiche inconsce dell’individuo, e ha dato un contributo alla conoscenza sia del carattere patologico che della organizzazione distorta della personalità. È stata anche un discreto strumento di osservazione e di studio delle malate dinamiche interpersonali e sociali, applicando specifici strumenti di indagine e di ricerca. Tra quella razionalista di Freud e la psicologia del profondo di Jung, simbolica e “mistica”, per esperienza di entrambe ho optato per la seconda, intravedendo nella prima già i germi di una possibile deriva materialista.
Questa precisazione è un atto dovuto a tutela di tutti coloro – e mi assumo questa responsabilità – che si sono dedicati a questa disciplina, con la piena convinzione e scrupolosità di circoscriverla all’interno di un quadro e di una prospettiva di tipo clinico, di una applicazione correttamente limitata ai disturbi e alle malattie di interesse psichico.

l problema nasce nel momento in cui questa tecnica – che giustamente basandosi sul rapporto interpersonale ed interpsichico necessita, come prerogativa, un lavoro di conoscenza su di sé – si arroga l’arrogante presunzione di interpretare il mondo, la storia, le religioni, contemporaneamente negando il dovuto valore ad altre specifiche discipline, per elevarsi ad unica interprete della realtà.
Il personaggio à la mode, che rappresenta in modo discutibile questa deviazione, è il noto Massimo Recalcati, che passa tranquillamente a parlare di capitalismo e di evaporazione del padre, di società dei consumi e di patriarcato, di responsabilità vaccinale e di psicopatia in chi rifiuta il vaccino. Lui, che sembrerebbe quasi l’operatore evocativo di Lacan, è quello che sfoggia diagnosi su Berlusconi e berlusconismo, sulla paranoia del sovranismo e sulle ossessioni identitarie, sulla grandezza religiosa di Papa Francesco e sulla parola di Gesù psicoanalista. Per Recalcati, non c’è tema sociale o politico o religioso o etico o altro che non debba passare attraverso la griglia dell’interpretazione lacaniana, o più genericamente freudiana.

Per chiunque voglia farsi quattro risate, un po’ sarcastiche ma veritiere, su questa apologia dell’ovvietà e a volte sulla retorica della banalità, ha due opzioni: o guardarsi le spettacolari imitazioni che Crozza fa di Recalcati, oppure ascoltare l’intervento che lo stesso ha fatto alla Festa della CGIL-2025, su invito specifico di questo sindacato, dal titolo “Paura della vita-Il disagio mentale e il nostro tempo”.
Significativa è la presentazione dell’evento, che specifica un punto di particolare importanza: l’avvio di un progetto – PPP: Progetto della Psicoanalisi in Periferia – che, come precisa Recalcati, parte da un abbattimento delle tariffe per la psicoterapia, viene supportato da un certo numero di sponsor e si rivolge agli emarginati, “alle famiglie immigrate, agli anziani, ai giovani in difficoltà, alla povertà”.

Insomma, quel Sorel del sindacalismo rivoluzionario, della mobilitazione delle masse, dell’attivazione del mito politico, del “proletariato [che] non poteva appropriarsi dell’ideologia borghese e illuministica del progresso senza smarrire la sua carica rivoluzionaria”, nel riassunto di Francesco Germinario, si è trasformato nell’ascolto partecipato e nella rielaborazione del disagio interiore. È l’apoteosi della famigerata resilienza: la vaselina del fallimento introiettato e della rassegnazione elaborata.
In una logorrea che diluviava tra la noia e la retorica, il sindacal-psicoanalista, ovviamente, non dava soluzioni, e mentre ripeteva ogni tipo di ovvietà predisposte e diffuse dal sistema quali la denuncia del patriarcato, la critica del sovranismo, la condanna dei confini, la riprovazione securitaria ed altre amenità psicobuoniste, metteva in guardia gli ascoltatori dal cedere alle pericolose derive della tradizione. Ognuno deve lavorare sulla propria tentazione a rievocare miti passati e ripetibili – secondo lui – come la patria, la famiglia, ci mettiamo pure Dio, il maschilismo, la scuola della disciplina e del riconoscimento dell’autorità, la figura del padre e dell’insegnante. Tutto si risolve, secondo l’esilarante guru della parola, con il convincere, con il coinvolgere, con il testimoniare il senso vero della vita – quale sia lo decide lui.
Che poi, il lavoro sia sempre più precario, l’immigrazione una nuova manovra di schiavitù, che le famiglie siano sempre più povere, che lo sfruttamento sia sempre più diffuso, che la violenza dilaghi in maniera incontrollata, che il futuro sia avvolto nelle nebbie più fitte dell’incertezza, sembrano non siano più argomenti da mobilitazione sindacale.

Non ci resta che Crozza per farci quattro risate, perché questo incontro dimostra due cose, sempre che si abbia avvertito il bisogno ulteriore di comprovare: la fine del sindacalismo e l’affossamento della psicoanalisi, con buona pace di Sorel e di Freud.