Visti i tempi che corrono è meglio mettere le mani avanti e giocare d’anticipo prendendosi da subito le debite responsabilità, prima che i questurini del linguaggio corretto e gli inquisitori antidiscriminazione si facciano avanti con la dovuta solerzia.

Giochiamoci l’outing con una mossa d’azzardo: mi dichiaro reo confesso e rivendico lo status eterosessuale, rifiuto esperienze alternative verso le quali non ho mai provato alcuna attrazione, ma che le ritengo libere da ogni costrizione integralista e limitazione morigerata.

Il problema è che, partendo da questa questione inquadrata interno dell’ideologia gender, si dipanano diverse altre censure che fanno tutte capo alla subcultura woke e che hanno la caratteristica di presentarsi come dogmatiche richieste di attenersi ad un certo catechismo verbale e ideologico.

Hanno brevettato delle invenzioni da perseguire come bizzarri reati quali l’ageismo, il pregiudizio legato all’età o l’abilismo quale l’emarginazione dovuta a deficit fisici, fino al logismo, e qui l’ipotesi discriminatoria raggiunge l’apoteosi: derivante da logos, parola, la regola imposta dalla lobby della polizia linguistica impone che, per evitare imbarazzi in un certo interlocutore, o addirittura una ferita alla sua autostima, colui che sa esprimersi bene e ha un bagaglio culturale da far valere deve rimanere sottotono ed evitare qualunque spunto interpretabile come superiorità, o anche lontanamente percepibile.

Quello che viene falsamente spacciato per buon senso, buona educazione e garbata discrezione è in realtà un subdolo attacco a tutto ciò che è esteticamente rilevante, culturalmente importante, socialmente differenziante. Lo stile, l’eroismo, la potenza, la competenza, l’abilità, la nobiltà e via via elencando fino alla bellezza, come per altro ogni talento e attitudine superiore, devono essere ricondotti nell’alveo di una conformità eterodefinita. Conformità, naturalmente, che viene stabilita da faziose valutazioni che partono da quella sinistra disfattista e manipolatrice, e pure sfigata per restare nel tema della gnocca, per la quale il primo obiettivo – evidentemente per confortare quella generalizzata invidia che caratterizza ogni fallito quando raggiunge la consapevolezza di esserlo – è di stroncare ogni minimo paragone e ogni flebile spirito competitivo. In più, mettendo in evidenza l’usuale suo – sempre della sinistra – razzismo all’incontrario, a maggior ragione quando tra le parti a confronto una ha la peculiarità imperdonabile di essere bianca.

È il caso di Kelly Ann Doualla Edimo, nata a Pavia, da genitori del Camerun, italiana, e di Erika Saraceni, italiana, la prima medaglia d’oro nei 100 metri piani, la seconda medaglia d’oro del salto triplo. Entrambi italiane, ma non con lo stesso diritto di celebrazione in quanto gli entusiasmi della sempre più miserevole comunicazione massmediatica sono stati concentrati ovviamente nei confronti della prima, grazie al colore della pelle. E quello che viene definito codificato come razzismo all’incontrario. Ormai la bravura non basta per essere apprezzati, ma occorre anche un pedigree identificabile con qualcosa che sia anche esotico, e magari anomalo.

La farsa, però, che è al centro della scena mondiale, è attualmente la celeberrima pubblicità di un paio di jeans.

Sweeney Sydney ha tutti i difetti per essere giudicata un soggetto riprovevole: è bianca, è un’imprenditrice cinematografica oltre che attrice, è una mente nell’ambito della robotica e della matematica e, cosa che non guasta, una imperiale gnocca eterosessuale. Uso volutamente questo termine per provocare i non pensanti dell’inflazionato non penserò unico.

L’ideologia woke – come già denunciato da Augusto Grandi – non perde tempo per attaccare questa figura iconica, e lo fa non dando dei giudizi mirati sulle sue attività, sui suoi interessi e sulle sue capacità come attrice, ma lo fa col becerume che le risulta più appropriato: attaccandola per la bellezza.

Viene allora accostata ad un non meglio identificato esperimento bioingegneristico, oppure confrontata con un roseo pachiderma a due zampe che dovrebbe trovarsi o in una clinica per i disturbi alimentari o agli arresti domiciliari con l’accusa di oltraggio al paesaggio.

Uso per voi queste espressioni con l’obiettivo di sottolineare ulteriormente il mio disgusto nei confronti di questa tragicomica subcultura americana. Volete abbassare tutto a merda? E merda sia!

Del resto, come osservava Jünger, solo un animo nobile capisce il valore della bellezza, quindi voi, wokisti frustrati, ne siete esclusi. Peraltro, siete pure penosamente masochisti, e non vi rendete conto che tagliando fuori dal giudizio grandi qualità personali per accentrare il discorso sul lato fisico, vi date la zappa sui piedi.

Alcuni esempi di contorno. Aretha Franklin era una cicciona affascinante e seduttiva, Edith Piaf uno sgorbio che incantava e rapiva: nessuno si sarebbe pensato di discriminarle per la fisicità, perché oltre a questa c’era una potenza interiore e un’eco spirituale che superavano alla grande eventuali difetti di immagine o scelte sessuali, così come per Freddie Mercury o per Lou Reed in riferimento all’omosessualità.

 

Poi, se ci basiamo solamente sui gusti personali, allora non è accettabile il principio di non discriminazione: rivendico il diritto di fare il tifo per le gnocche e mi aggrego al grande Cecco Angiolieri, recitando con lui “S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui, torrei le donne giovani e leggiadre”, oppure un pensierino alle vecchie seducenti e accalorate.

Compagni, se non riuscite a combinare né con le une né con le altre, fatevene una ragione e accontentatevi di quello che passa il vostro stitico convento. In fondo, poi, anche chi si accontenta un po’ godicchia, almeno quel tanto da non rompere le palle ai rimanenti goduriosi riusciti e impenitenti.