L’incubatrice neonatale, chiamata anche culla termica, serve per facilitare la sopravvivenza e la crescita dei bambini prematuri, creando un ambiente caldo, protetto e ovattato, simile a quello dell’utero materno. Fin qua tutto bene e comprensibile, anzi direi propriamente salvifico.

Grave quando, dal punto di vista simbolico, la famiglia diventa una protrusione malata dell’incubatrice di cui sopra, con la conseguenza patologica di una perdurante immaturità, tant’è che oggi l’adolescenza è da ritenersi potenzialmente protraibile fino ai 25-30 anni, dando poi spazio alle motivazioni più verosimili come fattori biologici, cause sociali ed altre discutibili giustificazioni. Addirittura si è scomodata la ‘prestigiosa’ rivista ‘Lancet’ per supportare questo allungamento adolescenziale fino ai 24 anni – un fenomeno chiamato anche “adolescenza estesa o protratta” – adducendo la continuità dei cambiamenti psicologici e di quelli biologici, come se l’epoca attuale fosse afflitta da ignoti dispositivi ritardatari anche in ambito della stessa natura. Tutto ciò implica, di conseguenza, un distanziamento della costruzione della propria identità e del proprio progetto di vita.
Poi si arriva alla grande, multidisfunzionale e mastodontica incubatrice sociale, l’elemento ultimo e conformante di ogni scappatoia e di ogni indulgenza. Mamma-società, accogliente e accudente, che tutto comprende e tutto perdona, ben accordata con quella giustizia trionfante per la quale non esiste più la colpa, e di conseguenza neppure la responsabilità.
Insomma, una deflagrazione di impotenze e una valanga di inettitudini. Ma dato che la famiglia, si voglia o no, aldilà delle patologiche elucubrazioni delle varie femmine mancate e dei maschi inetti, rimane la prima entità politica dove si plasmano la donna e l’uomo, e si formano i cittadini, essa rimane la massima responsabile della deriva delle giovani generazioni.
L’argomentazione è sicuramente difficile, ma se si crede di risolvere tutto con l’istinto democratico dell’opinione sentimentale allora è meglio rivolgersi ad altre fonti, forse più attraenti, però sicuramente meno attendibili. Secondo Karl Popper, “Per ogni domanda complessa c’è una risposta che è chiara, semplice… e sbagliata”, quindi atteniamoci a questo consiglio.

Cominciamo dalla madre. A lei appartiene il bambino nei primi anni di vita, e grazie alla sua capacità essa conduce a quel processo che si chiama “mentalizzazione”, che è il dispositivo fondamentale per creare sicurezza ed equilibrio emotivo nel figlio o figlia che sia. La madre, però, per quanto rimanga sempre immaginaria, ideale, non può diventare un mito, un culto non negoziabile, perché altrimenti “Per gli uomini impregnati di questa cultura, amore e desiderio procedono separati e la dipendenza dalla madre, dalla madre immaginaria, è un ostacolo talvolta insormontabile alle loro possibilità di desiderare una donna, al loro diventare uomini”. Parole chiarissime della psicoanalista Marisa Fiumanò, che sottolinea l’importanza della funzione materna, non tralasciando però il rischio del superamento del limite della sua mansione.
Ad un certo punto, deve necessariamente entrare in gioco il padre, con buona pace dei disastrati ideologizzati e dei terremotati psichici – maschi e femmine, per me pari sono – che distribuiscono errori e accuse, colpe e condanne, senza avere la minima idea di cosa parlano.
La psicoanalisi parla di “castrazione”, un concetto che richiederebbe degli approfondimenti a puntate, ma è sufficiente vederla come la rottura traumatica del tempo dell’accudimento, della soddisfazione generalizzata, della protezione irriflessiva – il tempo materno – e il passaggio alla realtà, all’assunzione della responsabilità, al riconoscimento dei doveri – il tempo paterno.
Questo spiega quanto la psicoanalisi faccia leva sulla funzione del Padre come rappresentante della Legge, che in senso simbolico significa ‘semplicemente’ che il padre è il prescrittore del limite, in altri termini colui che gestisce i diversi riti di passaggio dall’infanzia all’adolescenza e all’età adulta.

Nella melassa indistinta dell’educazione contemporanea, dove “Gli adulti vivono come adolescenti, adolescenti che sembrano già adulti. In un mondo in cui non esistono più i conflitti generazionali” – chiede retoricamente Aime Pietropolli Charmet – “come si fa a diventare grandi?”.
La costruzione dell’identità è un processo cruciale “e qualunque identità si fonda e si erige sulla differenza, è quantomai necessario che la comunità da un lato stabilisca in modo chiaro il confine tra il mondo dei giovani e quello degli adulti, e dall’altro [abbia le capacità di riconoscere che] bisogna porre limiti evidenti, netti, distinguere ciò che è lecito e giusto fare in una condizione e ciò che lo è in un’altra, portare gli individui ad assumersi determinate responsabilità e al tempo stesso riconoscere loro alcuni diritti”.
Tutto questo intreccio di funzioni e di doveri si è sbriciolato in questo tempo inflazionato dall’egoismo individualista e dalla pretesa bulimica dei diritti. Dalla famiglia alla scuola, dalla scuola all’informazione, dall’informazione alla giustizia, ogni rapporto ed ogni valutazione vengono inficiati da un maternage soffocante e ingannevole, da un lato, e, dall’altro, da un paternage muto e fluido: due aspetti di una dannosa e artificiale incubatrice.
