“Le dinastie non si reggono né sul potere del denaro, né sulla paura, né sul rispetto. Queste sono cose che arrivano solo dopo. Le dinastie si costruiscono sulla leggenda. Ogni dinastia deve avere un mito fondativo”, così Antonio Talia, giornalista d’inchiesta ed esperto di criminalità transnazionale introduce il discorso sulla stirpe criminale della famiglia calabrese dei Morabito.

Se al posto di dinastie poniamo gli Stati, non è che la questione dell’istituzione inizi da presupposti simbolici diversi.

Partiamo da queste considerazioni per chiarire come, quantomeno la nostra democrazia, non abbia nessun mito fondativo da rivendicare – mito nell’accezione offerta da Mircea Eliade, ovvero come una narrazione “sacra; riferisce un avvenimento che ha avuto luogo nel tempo primordiale, il Tempo favoloso delle ‘origini’. […] Il mito quindi è sempre la narrazione di una ‘creazione’”. In compenso viene rivendicata una leggenda, questa intesa come “ricostruzione di fatti storici realmente accaduti, usati per creare un comune sentire del popolo, ma abbelliti da componenti prodigiosi e inventati”. Tutto è confezionato da un linguaggio particolare, ed è proprio da qui che dobbiamo partire.

Quello della Resistenza dobbiamo decostruirlo dall’ipotesi di mito, come ci viene propinato, e limitarci casomai a leggenda, un racconto che inizia con delle deformazioni sia concettuali che linguistiche e continua in una incessante alterazione della verità: un conflitto perduto spacciato per vinto, una guerra civile propagandata come liberazione, partigiani comunisti smerciati come difensori della libertà, un asservimento agli americani venduto come difesa, una Costituzione celebrata e glorificata rendendola un idolo intoccabile, quando “il più grande costituzionalista britannico l’ha definita la peggiore costituzione adottata nel dopoguerra in Europa, perché era un accordo, tu non fai la rivoluzione e io non ti metto fuorilegge. […] La formula del Cln, o stanno tutti assieme o non stanno” – parole del presidente emerito Francesco Cossiga.

Nessuna meraviglia, quindi, se si osservano le complicità tra destra e sinistra, aldilà delle false conflittualità come i famosi ladri di Pisa, perché queste nascono da lontano. Pensiamo solo a quando Enrico Berlinguer affermò di sentirsi più sicuro nel Patto Atlantico, perché dovremmo meravigliarci della sudditanza meloniana, e non solo, alla seduzione a stelle e strisce?

La questione cruciale, però, una volta assodata l’assenza ontologica della sovranità nazionale, confermata dallo stesso presidente della Repubblica, è la conseguente totale impossibilità della decisione, in primis politica. Come riassume perfettamente quello che è considerato il più grande giurista del ‘900, Carl Schmitt, “Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”, in quanto alla base sta il dato fondativo il quale stabilisce che “la sovranità è il potere supremo, giuridicamente indipendente e non derivato […] non l’espressione diretta di una realtà, ma una formula, un segno distintivo, un segnale”.

Non occorre essere degli eminenti giurisperiti, neanche lontani cultori della materia, ma semplici, onesti e corretti osservatori, per riconoscere come l’Italia sia da sempre un’entità geografica dipendente sotto tutti i punti di vista dalle altrui scelte e provvedimenti, anche e soprattutto a proprio discapito.

Può esistere uno Stato che non può decidere chi può entrare e può rimanere dentro ai propri confini? Può esistere uno Stato che non può battere moneta propria, quindi senza autonomia finanziaria? Può esistere uno Stato che di fronte a una trattativa internazionale deve sottostare ad intimazioni diverse e più determinate? Può esistere uno Stato che non può scegliere liberamente il proprio nemico e altrettanto liberamente con chi e contro chi partecipare a una guerra? No, non può esistere, e l’Italia non è una Patria né una Nazione dalla resistenza in poi, come giustamente ha osservato Galli della Loggia.

Quindi, quello della resistenza non è un mito fondativo, e anche in quanto leggenda regge piuttosto male, potremmo però darle un senso come fiaba, quelle che si raccontano ai bambocci per fargli mangiare la minestra, per farli ingurgitare lo sciroppo o per fargli subire la supposta. A dire il vero quest’ultima operazione simbolicamente si confà di più, perché come scrive Massimo Fini in “Sudditi”, la democrazia è la vasellina del potere per metterlo nel culo al popolo.