L’attentato a Sigfrido Ranucci, aldilà della scontata retorica vittimistica sul ruolo fondamentale dei giornalisti quali strenui difensori della libertà di espressione che troppo spesso viene soffocata, discriminata…quei giornalisti che a rischio della vita stessa…anche nelle finte democrazie come in America, in Ungheria e in Italia con la destra al potere… ha riattivato la questione ambigua e pericolosamente equivoca sulla cosiddetta “querela temeraria”.

“La querela temeraria è un’espressione gergale che indica una querela presentata senza presupposti validi, spesso con l’intento di intimidire, e in caso di assoluzione l’imputato può richiedere un risarcimento danni al querelante se quest’ultimo ha agito con dolo o colpa grave”.

In questa definizione sembra che le cose siano sufficientemente chiare: io mi sento colpito da un articolo, querelo l’estensore del medesimo, poi il tribunale deciderà l’esistenza o meno di un reato, e in base a questo o il giornalista sarà condannato, o io dovrò risarcirlo in caso di documentata malafede nella mia azione giudiziaria.

Ma non è così, non deve essere così, in base ad una supposta immunità giornalistica dietro la quale, però, può esserci sicuramente la pericolosa volontà di stabilire un potere incontrollabile. Per capire la presunzione ideologica nella richiesta di revisione sulla libertà di stampa sono sufficienti alcuni passaggi di una dichiarazione fatta da Saviano a questo proposito: “per anni vengono presi intellettuali e sbattuti sulle pagine dei giornali di estrema destra… accade quando la politica si permette di attaccare i giornalisti e non può farlo, non può il potere esecutivo neanche chiedere al potere giudiziario di valutare ciò che sta dicendo un giornalista…”.

Quindi, per usare un linguaggio scanziano, i giornalisti, in base a un ben definito potere di informazione, hanno il diritto di dire il cazzo che vogliono, mentre gli altri, soprattutto se rappresentanti delle istituzioni, non possono reagire. Un’idea un po’ strampalata per difendere la libertà di espressione.

Faccio un esempio concreto. Andrea Scanzi, in molti suoi video, gode quando qualche sua querela contro i cosiddetti “haters, persone che esprimono odio, insulti e critiche negative, specialmente online e sui social network” giunge a buon fine. “Voglio togliere loro tutto quello che hanno”, dice testualmente lui, uomo di potere mediatico. Ma visto che lo stesso dà dei subumani, dei disastrati mentali, dei decerebrati a coloro che erano critici sui vaccini o agli elettori di destra, oppure per definire Putin, Orban, Trump o altri con termini tipo “criminale”, “boia”, “merda” e insulti affini, o ancora dileggia con smorfie o giudizi sul fisico di Gasparri, Sechi, Sallusti e Vannacci ecc., se questo scrittore, uomo di teatro, intellettuale ed altre modeste autodefinizioni, ricevesse una caterva di querele con centinaia di richieste di risarcimento tale da ridurlo a gestire un’edicola dopo che essere stato radiato dagli ordini dei giornalisti, sarebbe un attacco alla libera informazione o la giusta tutela da parte dei diffamati, dei derisi e degli insultati?

Perché la categoria dei giornalisti deve essere esentata dalla correttezza nel linguaggio e nei giudizi se non riducendola ad una casta di intoccabili e di garantiti.

Questo atteggiamento mi ricorda quello di un elevato rappresentante del potere giudiziario, quando in un convegno a Modena di alcuni anni fa, rivolgendosi al generale Garofalo, all’avvocato e criminologa Elisabetta Aldovrandi e allo scrivente, disse che non era neppure ipotizzabile la responsabilità civile e penale di un magistrato, perché questa condizione avrebbe limitato il “libero convincimento” del magistrato.

Quindi, se io sbaglio una diagnosi, un ingegnere sbaglia un calcolo, un commercialista sbaglia un conteggio, possiamo tutti farci scudo del libro convincimento o dobbiamo rispondere su errori di valutazione ed interpretazione e pagarne le conseguenze?

È la stessa questione che è stata posta a riguardo delle modalità di procedere “a strascico” del giudice Gratteri: 300 arresti, 200 rinvii a giudizio, 120 condanne (dati simbolici, ma non tanto). Domanda: chi risarcisce i 180 perseguitati che magari hanno liquidato il lavoro, hanno chiuso un’azienda, hanno perso la famiglia?

Giornalisti e magistrati che pretendono di usufruire di uno scudo sulla responsabilità in nome della libertà di informazioni primi, e della ricerca della giustizia i secondi.

Tutti compatti e solidali nel negare una semplice verità: che un articolo infamante e una chiamata giudiziaria posso avere effetti devastanti sulla vita professionale e personale di una persona.

Il problema dell’informazione è stato perfettamente inquadrato da Marcello Foa quando ha scritto che “La regola del buon giornalismo ‘prima verifico e poi pubblico’ si trasforma troppo spesso in ‘prima pubblico, poi semmai rettifico’”. Questa modalità distorta di comunicare è particolarmente pericolosa, perché una volta colpito il cosiddetto immaginario collettivo da quello che tecnicamente viene definito impatto ideo-affettivo, non ci sarà ritrattazione e aggiustamento a modificare la percezione distorta insinuata nell’opinione pubblica.

Quindi, sì, alla correttezza e all’onestà nelle azioni contro il Quarto Potere, ma altrettanta correttezza e onestà nel frasario, nella pubblicazione e nella divulgazione di certe notizie che possono essere decisive, in positivo o in negativo, nella vita delle persone, subendone poi le dovute conseguenze sul piano etico e professionale.