Ritengo indispensabile una premessa per non rovinare l’immagine che ho presso i gruppi animalisti ai quali mi onoro di appartenere.
Non è mia intenzione paragonare gli affabili somari, animali non soltanto intelligenti ma dotati anche di uno spirito eroico, vista la loro presenza nelle battaglie a fianco dei gloriosi alpini, con l’aggregazione antifascista che è ben distante dalla mia umana simpatia e dalla sua ignota indole intrepida.
Concludo questa dovuta precisazione con due fatti che posso documentare. Il primo è la mia amicizia con una inquietante asina che mi pedinava mentre girovagavo per il Carso con Julius, mio indimenticabile terranova; ho scoperto, poi, che questa socievole energumena portava il nome di Claudia, la moglie del mio amico che gestiva il maneggio che frequentavo. La seconda prova è che in una osmiza – locale tipico sempre del Carso – vive un’altra asina di nome Leila, come mia moglie, attribuitole in una votazione al momento della sua nascita.

Detto ciò, posso passare a spiegare in maniera se vogliamo più scientifica il perché attribuisco il raglio all’antropologia antifascista.
Perché una caratteristica dei somari è la testardaggine, l’ostinazione e la caparbietà: doti positive se limitate ad un’impresa lavorativa, ad un percorso di studi, ad un risultato sportivo, ecc., ma clamorosamente invalidanti se riportate ad un’attività di tipo storico, informativo e genericamente culturale.
Ecco, i bipedi antifascisti, nati nella provetta resistenziale, allattati con l’assioma della verità, svezzati con la presunzione della giustezza, cresciuti con il dogma della Costituzione, alimentati con il tabù della superiorità, non sono addestrati ad esercitare il dubbio, non possono ontologicamente comprendere la prospettiva di una messa in discussione dei consolidati pregiudizi.

E pensare che addirittura la teologia, con Sant’Agostino, riconosce il valore del dubbio poiché esso si trova nella ricerca della verità, nel desiderio e nella volontà di fare chiarezza nelle proprie convenzioni; il dubbio come “rivelatore di una domanda che non si lascia tacitare da rassicurazioni a buon mercato, ma chiede di essere assunta con intelligenza e sincerità” (Civiltà cattolica, 1/7/2017). Ma esercitare il dubbio è un’attività ad alto rischio, prerogativa solo di coloro che hanno una struttura organizzata di personalità, degli individui differenziati, non certo di coloro che hanno costruito la propria immagine sulla precarietà del pregiudizio e sulla fragilità dei preconcetti.
Per questo ed altri motivi, gli inquisitori della chiesa antifascista sono sempre in “grandi difficoltà ad ascoltare opinioni e idee opposte”, tanto più quando devono mettere in discussione storielle e parabole del loro catechismo; “sostengono di possedere una verità religiosa o secolare irrefutabile” come nelle peggiori dottrine fondamentaliste; “sostengono che la loro verità sia l’unica verità, ci confermano un monopolio della verità”, soprattutto se puntellati dalla censura massmediatica e dalla persecuzione giudiziaria (Peter Berger / Anton Zijderveld, Elogio del dubbio, il Mulino, p. 89).
C’è da dire, non come discolpa ma come semplice descrizione di un clima, che la negazione del dubbio fa parte della stessa impostazione democratica, che si autoproclama la migliore gestione politica del potere, nonostante le innumerevoli prove contrarie.

E questa modalità di pensiero e di prassi ha tristemente pervaso addirittura l’ambito scientifico, come è stato ampiamente dimostrato dalla conduzione della farsa pandemica. In quel periodo mi sono spesso immaginato l’espressione che avrebbe avuto Bruno de Finetti, il grande matematico e statistico a cui è dedicato un Dipartimento all’Università di Trieste, ascoltando le elucubrazioni di veterinari, zanzarologi, epidemiologi mediatici, ben lontani dal rigore e della correttezza quali metodi di indagine e di studio fondamentali nel suo “Probabilismo”. Lui che avvertiva come solo “attraverso l’uso del dubbio, si può procedere in modo razionale per comprendere eventi incerti”, chissà cosa avrebbe pensato a sentire del problema epidemiologico affrontato con aggressioni verbali, con mistificazioni statistiche e con minacciose omelie: la scienza ridotta a credenza e a fede.
Così gli storici seri, revisionisti per vocazione e per professione, di fronte alla loro materia ridotta nella morsa del politicamente corretto e limitata alla presa d’atto di giudizi prefabbricati.
Lasciamo, quindi, il raglio agli antifascisti, però assumiamo dagli amabili quadrupedi le loro caratteristiche caratteriali: la testardaggine – nella ricerca della verità, l’ostinazione – nel pretendere la parola, la caparbietà – nel difendere i nostri principi.
Noi possiamo permetterci, comunque, un briciolo di comprensione, per chi ha fatto della menzogna, dell’ignoranza e della falsificazione la sua precaria identità, per chi deve difendere ad ogni costo il suo falso-Se – in termini psicoanalitici – per non finire nel magma dell’indifferenziato e della nullità individuale, sociale e storica.