13 maggio del 1978. Il Partito Radicale aveva indetto tempo prima un referendum per l’abolizione della legge sui manicomi del 1904. Per paura di un esito negativo a causa dei diversi timori e dei più diversi stati d’animo degli italiani, il Parlamento accelerò le pratiche che disponevano quanto richiesto dal referendum stesso e così, in tutta fretta, la cosiddetta legge 180 venne prolungata scavalcando l’aula e passando direttamente solo dalle commissioni.

Essa fu la dimostrazione di come l’ideologia non l’avesse nulla a che fare con la realtà, e che anzi la realtà dovesse per forza sottomettersi alle decisioni e alle operazioni dell’impianto ideologico. Si evitò accuratamente qualunque tipo di indagine conoscitiva sulla questione delle malattie mentali attraverso le parole di familiari e di amministratori. Tutto il discorso venne blindato secondo una prassi fondamentalista.

Sei anni dopo la sua applicazione, uno dei più importanti esponenti del Partito Comunista, Antonello Trombadori, confessò in un’intervista rilasciata a Giampiero Mughini: “Non avevo capito il suo carattere. Come al solito, mi fidai delle decisioni del gruppo parlamentare. […] L’ho capito quando la malattia mentale è entrata nella mia famiglia. […] Liberiamoci dai dogmatici e ascoltiamo le persone serie di tutt’e due i campi”. Psichiatri di chiara fama internazionale si pronunciarono contro la follia antipsichiatrica e anticontenitiva, ma non furono ascoltati – un copione già registrato e denunciato dalla farsa pandemica a quella climatica – e così, come sempre, si constata come “La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”.

22-23 marzo 2026. Referendum sulla legge di riforma costituzionale in tema di separazione delle carriere tra magistratura giudicante e magistratura requirente. Questo a grosse linee.

Qui sorge immediatamente una domanda di una semplicità, tale che può addirittura essere percepita come offensiva: quanti di coloro che hanno diritto al voto conoscono questo passaggio della costituzione e quanti hanno competenze sufficienti a riguardo della struttura organizzativa della magistratura?

La questione non è di poco conto, perché se è vero che ne va di mezzo – a seconda del voto – la libertà del cittadino secondo giustizia, sarebbe opportuno che ognuno fosse sufficiente informato di ciò che deriverebbe di differente tra la vittoria di un sì e quella di un no.

Il problema referendario evidenzia come sia soltanto la messa in scena di una pagliacciata nella quale un regista ben ideologizzato pretende che l’illusione della libertà vada in ogni modo mantenuta.

Come in una scritta murale già citata, mettendo sul palcoscenico saltimbanchi, cantautori e macchiette varie di un avanspettacolo inquietante, si deve convincere il votante, supportando la sua ambizione e la sua presunzione, dell’importanza della sua opinione, cosicché “Tanto va lo schiavo all’urna che si sente cittadino”, mentre in realtà “è ridotto al punto che da lui si pretendono le pezze d’appoggio destinate a mandarlo in rovina”.

Sentiteli questi ventriloqui della democrazia che ad ogni piè sospinto si fanno i gargarismi retorici sulla sovranità che apparterrebbe al popolo. Nulla di più equivoco, quando non evidentemente falso.

Nessuno ha chiesto al popolo – previa e onesta (?) informazione – la sua disponibilità a rinunciare alla sovranità monetaria in cambio di un Euro condizionato e gestito dalla banda di estorsori e di usurai che amministrano il baraccone dell’Unione Europea.

Nessuno osa chiedere al popolo se sia favorevole o meno allo svuotamento delle carceri italiane degli oltre 20.000 allogeni detenuti per reati comuni, con un costo esorbitante che potrebbe essere largamente distribuito a sostegno delle fasce deboli italiane.

Nessuno osa chiedere al popolo se sia d’accordo su una linea risolutiva e radicale per la soluzione delle vaste aree di degrado urbano occupate da tossici, clandestini e rifiuti vari, nonché sul rimpatrio di tutti coloro che sono stati spacciati come contribuenti delle nostre pensioni.

Elezioni, referendum: nauseanti e riprovevoli surrogati distribuiti in tempi perfettamente calibrati al popolo, affinché si senta sovrano.

Questo referendum di marzo non ha niente a che fare con il bene del popolo, ma è una lotta di potere e di prevaricazione all’interno della stessa casta diversamente espressa.

Se il sì è un voto favorevole al governo, e il no l’espressione della fazione antigovernativa, non si può che prendere atto come questa operazione sia solo una tattica per dare una ripulita alla facciata politica. Una strategia di propaganda all’ultimo voto.

Lo spiega perfettamente Jacquel Ellul questo meccanismo: “A partire da un’opinione vaga, inconsistente, non formulata, latente [si arriva] a un’opinione organizzata, con una struttura determinata [perché] la propaganda determina esattamente l’oggetto al quale l’opinione specifica si rivolge; [essa] agisce su un individuo in quanto delimita come esattezza e suo ambito di riflessione, quasi anche quello visivo, attraverso la creazione di stereotipi”. In questo modo si arriva alla formazione di una “idea [che diventa] impenetrabile a qualunque ragione, qualunque prova, qualunque fatto contrario. [In questo modo] gli atteggiamenti sono ridotti a due: positivo o negativo”.

Qualcuno dirà – un classico dei piccoli maneggioni delle frasi altrui, perché incapaci di comporne in maniera costruttiva di proprie – che in fondo è sempre stato così. Sono perfettamente d’accordo, e i plebisciti lo confermano. Ma c’è solo un particolare non trascurabile: i portatori del “con me o contro di me” avevano il buon gusto di non mascherarsi dietro l’ipocrisia del democratico solidarismo delle urne. Chissà se ci sarà qualche pentito onesto, come fu Antonello Trombadori, che avrà il coraggio di dire: sono stato ingannato.