La noia incombe, si propaga come un gas mefitico che ammorba le coscienze e offusca la ragione; odora di guasto, di andato a male, come l’esalazione di qualcosa di terminale e di irreversibile.
È la nausea per una supponenza irritante, è la monotonia fastidiosa del “già scontato”, è la ripetitività tediosa dell’ossessivo.
Sono i tormentoni progressisti, asfissianti portatori del verbo democratico, morbosi tenutari della verità rivelata, estenuanti sostenitori del bene e della moralità.

Si trovano sempre fra di loro, nel ridicolo teatrino dei reciproci complimenti, e nelle loro esibizioni autoreferenziali stabiliscono ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che vero è e ciò che falso, ciò che è tollerabile e ciò che è inaccettabile.
Se si riesce a mantenere la debita distanza terapeutica nell’analisi di questi gruppi che hanno molto più di patologia che non di sostanza culturale e intellettuale, si riesce ad avere anche un minimo di considerazione misericordiosa e clemente per i soggetti che frequentano questi collettivi democratici. Ma se invece si intende affrontare la questione partendo da una specie di riconoscimento sociale a questi elementi, allora il discorso necessariamente cambia, perché dal patetico si deve passare necessariamente all’intransigenza della critica.
Quando si osservano questi partecipanti al “Gran Galà della buona condotta”, per dirla con Philippe Muray, la prima cosa da mettere in chiaro è chi siano questi inquisitori che propinano sentenze dal basso della loro inconsistenza, chi li autorizza a fornire sentenze e a dare pagelline sui singoli comportamenti, con quale criterio stabiliscono l’attendibilità delle loro asserzioni.

Dietro al loro untuoso buonismo e alla loro lacrimevole amabilità si nasconde il germe dell’intolleranza e del settarismo, un germe che prolifica e si propaga grazie alla credulità, all’invidia, all’ignoranza, alla rassegnazione: tutto perfettamente alimentato nel brodo di cultura della pigrizia mentale.
Allora si assiste a classificazioni pretestuose sulle democrazie – no in America, no in Ungheria, no in Romania e via via negando – perché queste non si basano su discutibili assunti decisi dai maestrini della buona condotta. Ci sono trasmissioni in cui è prevista l’assegnazione del voto, che stabilisce quando un comportamento sia adeguato o meno, e quando gli obiettivi siano confacenti alle idee degli educatori ideologici. C’è qualche inquisitore che stabilisce il buon vivere politico, la congruità o meno di alcune decisioni, l’accettabilità o meno di talune sentenze, la sincerità o meno di certe iniziative.
Se si riesce ad estraniarsi, come detto all’inizio, dall’atmosfera emotiva e rimanere nell’ambito della ragione rigorosa, non si può non provare repulsione per questa falsa ripulitura delle coscienze.

La più zotica volgarità, il più becero sarcasmo, la più incivile insolenza infestano i dibattiti televisivi o le trasmissioni individuali. Si va dal cattedratico che sentenzia sul ritorno nelle fogne di una certa parte politica, all’ineffabile giornalista – il quale rifiuta questa attività rimarcando il suo maggior ruolo di “scrittore, uomo di teatro e intellettuale” – che non ha normali conoscenze di persone in gamba e preparate, ma solo colleghi eccellenti, sublimi, eccelsi, mirabili, impareggiabili, in un crescendo di inarrivabili virtù.
Gente così, stabilisce ciò che è accettabile o non è accettabile, ciò che ha valore e ciò che è nullità. Questa gente non si confronta, ma pontifica, non critica, ma giudica: questa gente rifiuta la realtà e pretende di falsificarla.
Certa presunzione arriva a livelli tali da negare ad un interlocutore del quale non condividono le posizioni lo stesso diritto di presenza, con la conseguenza di negare il confronto sul contenuto della discussione, per arrivare direttamente alla squalifica stessa di quello che considerano un nemico intollerabile. È la tattica della “character assassination” – termine a me sconosciuto, prima della indicazione di Marcello Foa –, che più genericamente può essere inteso come attacco alla persona fisica, alle credenze religiose, ai principi morali dell’interlocutore, per volontà o incapacità di ragionare sulla questione in campo.

Uno di questi, che non cito ma è facilmente identificabile, è quello che si permette di dare della merda a Putin o a Trump, della carogna a Orban, del fallito a Vannacci e via via insultando, mentre gode nel querelare coloro che lo offendono, godendo di un eventuale punizione economica: “voglio togliere loro tutto quello che hanno”, rivendicando le sue entrate finanziarie per via giudiziaria.
Che squallore, che miseria umana! Riesco a capire la via giudiziaria penale, ma approfittare per agire sul piano meramente contributivo, lo ritengono di una bassezza infima.
Gente così è la stessa che si lamenta della militarizzazione dell’informazione, quando sono i primi a chiedere censure e punizioni. Come ha detto Marcello Veneziani, questa gente è formata da quelli che non possono tollerare “chi non la pensa come loro, e ne chiedono l’esclusione, la cacciata, le dimissioni, la gogna mediatica, la revoca e magari la condanna giudiziaria.
Se questo trattamento viene richiesto il loro confronti passano dal piagnisteo al vittimismo della persecuzione contro la libertà di espressione, se lo stesso meccanismo lo applicano agli altri si tratta di difesa della libertà e della democrazia.
Questi giudicanti senza onore hanno solo la fortuna di vivere in questo sistema corrotto e tollerante, perché li vorrei proprio vedere in un regime che richiedesse la firma di fedeltà e di adesione. Finirebbero, come già accaduto, da ringhiatori di professione a miagolatori da poltrona, pronti a fare le fusa al padrone del momento.