Riprendo il discorso del nostro direttore sul video del rapper cingalese condannato a vent’anni di carcere per l’assassinio di Michelle Causo.
Aldilà del disgusto personale nei confronti di questa sedicente musica che troppo spesso è soltanto un recitativo politico e violento, è da evidenziare che – come molte altre deleterie novità d’oltre oceano espressioni di disagio, di noia e di psicopatologia dei bassifondi americani – essa sia stata assunta come riferimento giovanile in questa Europa tragicamente senza desideri e senza destino. In questo caso sarebbe interessante che le scienze psicologiche si dedicassero alle analisi dei testi, ad esempio, per interpretarli quali possibili elementi di influenza per alcuni possibili comportamenti collegati. Ma questa è un’altra storia.
Intrigante, invece, è l’appunto che Augusto Grandi fa alla giustizia generalmente intesa in riferimento alla questione riabilitativa.
Le cose necessariamente si complicano perché bisogna distinguere quell’insieme di norme e di procedure che devono portare alla valutazione di un eventuale reato e alla punizione del reo, dal supporto psicosociale che si intende fornire al condannato con l’obiettivo di cura, di auspicabile autocoscienza ed eventuale reinserimento nella comunità di appartenenza.

Tante belle parole, progetti sicuramente apprezzabili, motivazioni altrettanto nobili ed encomiabili, ma che devono derivare sempre da una condanna definita e da una pena determinata.
Da tempo immemorabile ormai non si ascoltano più esperti certificati e competenti per esperienza, ma tutto si gioca all’interno della retorica della bontà e dell’enfasi della redenzione, mentre sociologi scientificamente riconosciuti, come ad esempio Frank Furedi, avvertono che “Il sistema giuridico efficace deve possedere qualche nozione di libero arbitrio e di responsabilità individuale. Senza questi concetti e difficili individuare una motivazione consapevole e quindi attribuire una colpa e una responsabilità”. Un pensiero che si può riassumere molto semplicemente così dal punto di vista psicoanalitico: senza un’assunzione di responsabilità, l’unica strada per arrivare ad un senso di colpa da elaborare in un processo guidato di introspezione, ogni evento sarà vissuto come un fatto accidentale, incosciente e occasionale, quindi, risolvibile con una rapida e simbolica assoluzione quantomeno etica: “So’ ragazzi!”, alla romana. Per tutti i numerosi episodi di violenze di cui si rendono protagonisti giovani di età variabile, scatta “La cultura terapeutica (che) si è adattata a questo standard di responsabilità debole, sminuendo di fatto il concetto di autocontrollo”.
Non è che le malefatte adulte sfuggono a questa logica assolutoria, perché “L’indebolirsi degli standard di responsabilità ha influito fortemente sulla ridefinizione del rapporto fra un comportamento e la sua motivazione”. Si comprende, allora, come la Procura della Repubblica di Bari possa chiedere l’archiviazione per 51 persone accusate di corruzione elettorale, ritenendo che “I voti venduti in cambio di 50 € o della promessa di un lavoro sono da ritenersi, dal punto di vista penale, un peccato veniale che non merita di finire a processo”.
Insomma, la magistratura si trova dentro una suggestionabile equidistanza tra un indirizzo teologico che stabilisce il bene e il male in funzione di una penitenza riparativa che agisce sull’anima, e uno terapeutico-riabilitativo che prende in considerazione gli eventuali traumi subiti in modo da elaborarli e correggerli.
Siamo di fronte a una generalizzata de-moralizzazione del diritto e della giustizia, che vengono gestiti quando va bene in maniera cinicamente scherzosa, e quando va male con metodi sadicamente faziosi. E la Giustizia, riduce in minuscolo la g e rinuncia all’esemplare decoro.