Si dice che sia stato Georges Clemenceau a pronunciare la famosa frase “La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla ai generali”, intendendo con ciò che spettano alla politica le decisioni ultime, per le diverse conseguenze che un conflitto può comportare.
I paracadutisti francesi, reduci da alcuni anni di rieducazione presso i campi vietminh dopo la sconfitta di Dien Bien Phu, superarono ancora con miglior lungimiranza e intelligenza strategica la considerazione di Clemenceau considerando la necessità della costituzione di un vero e proprio esercito rivoluzionario che comprendesse non solo competenze tattiche di combattimento, ma una vera e propria visione ideologica ed un particolare acume psicologico per penetrare nella mente dell’avversario. Secondo loro, giustamente, con la disfatta vietnamita doveva finire l’era dell’esercito fatto di fanfare e di celebrazioni in alta uniforme, perché le nuove forme prevedevano una specialità psichica, quasi spirituale, per comprendere le motivazioni di fede e di convinzione che spingevano il nemico all’azione. In altri termini, si poteva declinare questa loro interpretazione – e la stessa applicazione in Algeria lo ha dimostrato – che si doveva iniziare a pensare alla guerra per amore di un proprio ideale e non solo come odio nei confronti di un estraneo, né tantomeno per questioni solamente materiali o commerciali.

De Gaulle non lo capì. Liquidò i vertici militari tra condanne a morte e detenzioni, scatenando di conseguenza dei disastri inimmaginabili in quella terra d’oltremare.
Ma, come ha detto qualcuno, “La storia insegna che non insegna niente”, e così gli americani finirono male sempre in Vietnam, poi in Afghanistan, con fughe vili e precipitose.
I diversi insegnamenti che confluiscono in un’unica visione strategica partono da due semplicissime domande: ‘Perché si combatte?’ e ‘Chi è il nemico?’ Solo rispondendo a queste domanda ci si può fare un’idea delle tattiche da seguire.
Non è poi una novità questo avvertimento. Già Sun Tzu, più di 2500 anni fa, aveva ammonito che solo se conosci te stesso e il nemico, la vittoria sarà sicura. È confermato dei fatti che questo consiglio non è stato seguito neppure nell’ultimo conflitto in corso contro l’Iran.

Il problema, però, che anche la geopolitica è scadente da questo punto di vista, e per certi versi e con le dovute maniere Dario Fabbri ne definisce a grandi linee le mancanze.
Quella fondativa – se così si può dire – è lo stesso termine che fonde insieme i due aspetti geografico e politico, quindi tendenzialmente dentro un quadro di determinismo e di meccanicismo. Nell’approccio comune, essa taglia tutti quegli aspetti ‘umani’ che definiscono i rapporti individuali, collettivi e tra Stati, “ma anche […] l’antropologia e la psicologia collettiva […] la profondità storica, l’etnografia e la linguistica, luogo in cui le parole si fanno campo di battaglia”.
Il più ampio spettro di analisi proposto da Fabbri ci permette di concentrare l’attenzione su motivazioni e comportamenti, anche nel conflitto mediorientale in corso, che superano le limitate griglie di valutazione tecnico-economiche – potenza delle armi, agibilità della Marina, pozzi petroliferi, aumento del gas e della benzina ed altre variabili che interessano la mentalità occidentale. E quando questa tenta di salire un gradino più su della valutazione mercantile e delle opportunità finanziarie di un conflitto, allora tira in ballo l’esportazione della democrazia, la lotta alla tirannide, la libertà dei costumi. In entrambi i casi c’è sempre la supponente superiorità che continua ad essere pagata cara tanto dai ‘liberatori’ quanto dai ‘liberati’.
Nessuna importanza, perciò, è data a questioni di cui questo occidente ha da tempo rinnegato la memoria e la rilevanza.
La valenza etnica, ad esempio, che è un posto rilevante nelle motivazioni che spingono a certi paesi ad una lotta ad oltranza. Ovvero, la difesa delle proprie radici che non vogliono essere contaminate da una civiltà in declino affetta da tecnocrati, sdoganamenti pornografici e perversioni pedofile.
Il sentimento comunitario, definito da confini identitari e morali, dove contano i popoli legati da culture ancestrali, da legami religiosi e da destini spirituali. Disse San Paolo agli ateniesi che “Dio creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini per abitassero su tutta la faccia della terra. Per loro ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio”. Quel tempo che non è inquadrabile nella civilizzazione e quei confini che i progressisti occidentali continuano a voler ad ogni costo eliminare.
Il fondamento della fede che unisce i popoli a seconda delle diverse credenze e che definisce con trascendente precisione il valore della vita e il senso della morte. Quella fede che non è il clericalismo di maniera della contemporaneità, e neppure il sociologismo ecumenico dell’ultimo cristianesimo, ma la volontà di compiere un destino superiore.

Mentre la geopolitica intesa nella narrazione di tutti i giorni valuta tutti i fattori possibili di vittoria e di sconfitta, e le motivazioni concrete che decidono per un conflitto o per una resa, in termini meccanici ed utilitaristici, il guevarista Régis Debray annota come i popoli “intrattengono con i propri confini, un rapporto emotivo, quasi sacro. [Perché] non c’è nessuna comunità che non ostenti, quando è in pericolo di vita, quando un colonizzatore o un invasore vogliono alterarla o dissolverla, le proprie insegne di appartenenza, come altrettanti portafortuna. [Perché] un ‘popolo’ è allo stesso tempo, una questione più sulfurea e meno razionale; è una questione di miti e di forme. Sono richieste una leggenda e una mappa, sono necessari degli avi e dei nemici”.
Aldilà di ogni considerazione politica ed interpretazione con gli occhi miopi del progressismo disfattista, una certa simbolica della geopolitica è essenziale, ad esempio, dell’interpretazione di quanto sta venendo in questo momento nell’infuocato Medioriente.
Il fallimento dei vari interventi compiuti dagli americani e degli europei nei confronti dei diversi Stati, con la conseguente meraviglia della sconfitta dei primi, è stato anche determinato dal fatto concreto che – per dirla con le parole di Eric Fromm – l’Occidente combatte per ‘avere’ mentre gli altri popoli combattono per ‘essere’. Quindi, ricordiamoci di quanto ribadisce lo stesso Debray: “Quando una comunità si batte per salvare la propria pelle – il muro, la moschea o la tomba dell’antenato – ogni mezzo è buono: la lotta è all’ultimo sangue, perché non è più in gioco ciò che si ha, ma ciò che si è”.
L’eterna battaglia del sangue contro l’oro non è tramontata.