Erano gli anni in cui le donne rivendicavano la loro femminilità orgogliosamente seduttiva, nella sobrietà del corpo, nell’eleganza dell’abbigliamento e, in molti casi, nella volontà politica.

Il maschio, dal canto suo, era ingenuamente convinto delle sue conquiste, persuaso in maniera velleitaria di essere stato un incontrastato cacciatore e non una scontata preda.

La scuola dirigeva, a volte anche in maniera autoritaria ma sempre con il fine educativo, il percorso di formazione al carattere individuale, quell’educazione che – precisa Duccio Demetrio – “nelle buone famiglie e nelle buone scuole tenta(va) di mostrare che si può essere persone a ammodo e per bene, nonostante i disvalori vincenti”. Lo strumento fondamentale che partiva dal sistema genitoriale e continuava in quello scolastico era l’esempio, quello concreto della quotidianità e quello derivante dall’apprendimento dei grandi personaggi.

Tutto questo è andato a sfumare nell’indifferenza delle famiglie e delle istituzioni. C’è più di qualche cretino – per inciso, magari, un propagandista di discutibili comportamenti con direzione universitaria – che trova discutibile e imbarazzante la critica propositiva di Galli della Loggia per una scuola su base umanistica e formativa del cittadino, della persona e, magari, del patriota.

E così, maschi e femmine si trovano in un’atmosfera aleatoria in cui non c’è riferimento genitoriale al quale affidarsi, né istituzione educativa con vocazione formativa. Adulti infantilizzati che si trovano nell’impossibilità di dare un esempio autorevole di vita; adolescenti adultizzati ai quali viene concesso ogni tipo di irresponsabilità. La retorica dei diritti ha di gran lungo superato la realtà dei doveri, e quando una voglia si presenta pressante non c’è più il filtro della ragione, ma scatta immediatamente la volontà predatoria di soddisfarla.

E di fronte alla questione dell’aggressività variamente distribuita, si esorcizza il problema inventandosi patetici neologismi come “femminicidio” e “patriarcato”.

Allora saltano fuori i venditori di fumo, gli accalappiatori del sentimentalismo a buon mercato che pontificano sulle fragilità femminili e sulla prepotenza maschile, su improbabili reti di sostegno o inverosimili sportelli di ascolto. Qualcuno si inventa fondazioni in memoria di qualche vittima, pretendendo la fine del maschio e la sua femminilizzazione, non rendendosi conto che tutto questo c’è già ed è la causa del male. Altri fenomeni di cui abbiamo già parlato pensano di trasmettere gli affetti e le emozioni come se fossero delle nozioni di neuropsicologia, pensando di delegare ai sedicenti tecnici l’educazione sentimentale.

Per evitare il confronto con i propri fallimenti, il sistema usa i fumogeni della retorica buonista, cosicché “[…] chi è ignorante tra ignoranti sarà più persuasivo di chi scienza. […] non c’è nessun bisogno che la retorica conosca i contenuti; le basta avere scoperto una certa qual tecnica di persuasione, sì da poter apparire ai non competenti di saperne di più dei competenti”.

Infiliamo, invece, con chirurgica precisione, il bisturi nella piaga infetta di questa società.

Ogni riferimento superiore agli istinti è stato stigmatizzato come una becera abitudine di un passato repressivo: famiglia, genitoriali, educazione, responsabilità, coraggio, stile, buon gusto, decoro e via via elencando.

I nuovi adolescenti, di cui il maschio fa parte, sono soggetti di un sistema complesso familiare e sociale che è psichico e simbolico contemporaneamente, ed è anche decisamente alla deriva. “Questo complesso” – precisa la psicoanalista Maria Teresa Rodriguez – “modella talmente tanto la nostra mente che lo ritroviamo attivo per tutta la vita”. Da qualsiasi parte si osservi il fenomeno, l’impostazione psicoanalitica – sotto diversi aspetti di indagine – è quella che offre l’interpretazione più comprensibile. Per non affrontare un’accecante verità – che la madre è preposta all’accudimento, il padre alla Legge e all’esame di realtà, e che insieme formano quell’organismo sinergico di formazione caratteriale e personologica dell’adolescente – si deforma l’obiettivo di intervento verso patetiche anomalie sociologiche e politiche.

Due fattori sono noti agli esperti: il fatto che una qualunque disfunzione non è circoscrivibile allo stato dell’individuo perché “se una ragazza o un ragazzo presenta un sintomo più o meno grave è coinvolta tutta la famiglia”; poi, il fatto che, nei comportamenti devianti e nei disagi più o meno manifesti negli adolescenti della contemporaneità questi non nascono più “in opposizione al sistema che impone limiti ai sogni, ma dall’assenza del limite”.

Dignità nella miseria, diceva un mio sodale di università per cui, signori del disastro e della manipolazione, abbiate almeno il buon senso e quel minimo di dignità di non proporvi come soluzione di quei disastri che il vostro cinismo e la vostra inettitudine hanno provocato.