È l’atmosfera diffusa in questo tempo superfluo e artificiale, dove ogni cosa è predeterminata nella sua fine, dagli oggetti materiali alle relazioni interpersonali fino alla stessa idea di esistenza.
Un tempo le costruzioni erano strutturate su fondamenta, la scuola era caratterizzata dall’educazione, il lavoro fondato sul riconoscimento personale, la sanità centrata all’organismo, i rapporti personali sulla parola data, gli apparati cittadini sul sentimento comunitario. Partendo da questi punti di riferimento, anche il resto della rete sociale era positivamente condizionato: dalla sicurezza all’economia, dal rispetto reciproco alla gentilezza vicendevole, dal riconoscimento del valore alla responsabile competizione.

Guardiamoci in giro e constatiamo il degrado. Il già citato James Hillman ha riassunto la deriva della nostra contemporaneità con una diagnosi ineccepibile: “Oggi la patologia la si incontra nella psiche della politica e della medicina, nella lingua e nel design, nel cibo che mangiamo. Oggi la malattia è ‘là fuori’. (…) I nuovi sintomi sono la frammentazione, la settorializzazione, l’iperspecializzazione, la depressione, l’inflazione, la perdita di energia, l’uso di linguaggi settoriali e la violenza. Abbiamo edifici anoressici, un mercato paranoide, una tecnologia maniacale”.
Il kósmos, nel significato totalizzante di ordine e di universale, di pregiata corrispondenza di armonia e di giusto equilibrio, è la bellezza della vita e, con essa, la manifestazione del bene, in opposizione al chaos, al vuoto primordiale, allo stato grossolano confusivo, alla condizione di disorganica indeterminatezza che è la manifestazione del brutto e del male variamente pervasivi.
Se il cosmo è simbolicamente la rappresentazione del bene e della vita, la sua negazione non può essere che il caos, portatore del male e della morte.

Prendiamo nota, allora, di quello che constatiamo guardandoci in giro.
Le sostanze tossiche aumentano per qualità e quantità la loro diffusione, tanto da scatenare un giusto allarme per esempio in Sicilia come in una poderosa inchiesta de Il Fatto Quotidiano. Sempre più minorenni accedono alle droghe, neonati finiscono anche per mesi in ospedale in condizioni gravi di intossicazione per assunzione materna, madri che nascondono la droga tra i giocattoli dei bambini.
Il degrado urbano ha raggiunto in molte città dei livelli intollerabili, tra sporcizia diffusa, monumenti e facciate di case deturpate da repellenti graffiti, bande di giovani che rendono la vita difficile ai cittadini comuni e indifesi.
Una politica di infima levatura gestisce un non-Stato assecondando le richieste più mortifere di losche e combattive minoranze: dalle facilitazioni abortive alle semplificazioni delle pratiche di eutanasia. Un’atmosfera diffusa di morte, aggravata da una sanità sempre più precaria e selettiva dal punto di vista economico.

Alla morte fisica si associa – per molti versi anche più grave e devastante – quella psichica, che colpisce in maniera più preoccupante le fasi giovanili. Disconnessione da ogni relazione approfondita, chiusura patologica verso un proprio destino personale, sostituzione di una personale realizzazione e rifugio in una melassa di idee confuse e di impegni flebili e indefinibili.
È la morte della comunità intesa come un coagulo alchemico di passato, di presente e di destino condiviso, necessariamente alimentato da un sentimento non negoziabile di identità e di appartenenza.
Questo sistema politico e sociale, gestito dalla neutralizzazione dello Stato e in balìa della collettivizzazione degli istinti è l’avanzata agonia del buono, del bello e della vita stessa.