La Prima Guerra Mondiale – correttamente definita come guerra civile europea – iniziò il 28 luglio 1914 con la dichiarazione di guerra all’impero austroungarico e al Regno di Serbia.

La causa scatenante ufficiale fu l’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia da parte di uno sconosciuto Gavrilo Princip il 28 giugno.

Tre considerazioni al volo. Che uno studente, da solo, senza appoggi esterni, riesca in un simile attentato, qualche dubbio lo concede. Che poi, a distanza di un mese, si scateni spontaneamente una guerra che coinvolse oltre 70 milioni di uomini mobilitati in tutto il mondo e dei quali 60 solo in Europa, un ulteriore sospetto sulla spontaneità dell’evento si aggiunge alla perplessità precedente.

L’attacco venne miratamente eseguito contro quella che nel trattato di Parigi del 1815 venne definita come Santa Alleanza e composta dalla Russia zarista simbolo del potere aristocratico-imperiale, della Prussia rappresentata dal conservatorismo degli Hohenzollern e dall’Austria significante il cattolicesimo europeo.

Era questa l’Europa imperiale che incarnava più popoli all’interno di una condivisa aristocrazia e di un partecipato sentimento del sacro.

In questo quadro iniziale di devastazione, che la ridusse ad un cumulo di macerie, il 6 aprile del 1917 entrarono in gioco gli Stati Uniti d’America, con la scusa dell’affondamento del transatlantico inglese Lusitania nel quale morirono 128 americani. Fu la prima esportazione di democrazia.

Nell’ottobre del 2017 iniziò la rivoluzione russa contro il regime teocratico e aristocratico dello zar, guidata – guarda caso – da tre importanti figure del giudaismo come Trotsky, Kamenev e Zinoviev i quali, insieme a Schiff-Warburg a Parvus Helphand furono rappresentanti di quella etnia che aveva avuto un ruolo determinante nella riuscita della Rivoluzione d’Ottobre.

E che dire di quel Emil Chon, in arte Ludwig, il quale a proposito del movimento bolscevico confessò sfacciatamente che “mantenere in vita un’Europa [sarebbe] insopportabile”.

Se è vero come è vero che “Ogni battaglia è perduta virtualmente per coloro che non sono capaci di una visione sintetica, totalitaria del campo avversario e che trascurano di informarsi del piano complessivo dell’attacco” (Evola), e altrettanto vero che senza una visione simbolico-sistemica di ogni avvenimento, come quelli in corso che ci interessano più direttamente, si perdono le coordinate delle motivazioni e delle conseguenze finali.

La fine della Prima Guerra Mondiale definì gli Stati Uniti come potenza mondiale, e li fece diventare un paese creditore con la crescita di Wall Street come centro finanziario globale.

La Rivoluzione di Ottobre causò decine e decine di milioni di vittime, una miseria protratta e diffusa, un lungo periodo di persecuzioni politiche e religiose.

Alla fine dei conti si può constatare come gli eredi di Padri Pellegrini e i discendenti del Dio di Abramo abbiano concorso in perfetta complicità a decostruire un mondo sia dal punto di vista economico che da quello religioso. Sembra quasi che abbiano, con ferrea determinazione e con feroce spregiudicatezza, definito le loro aree di influenza, più che evidenti in quest’ultimo sacrilego attacco al regime teocratico persiano: l’Occidente come area di influenza economica ed egemonia culturale da parte degli Stati Uniti; il Medio Oriente come spazio di influenza militare e di potere religioso da parte di Israele.

Dal colpo di stato organizzato dagli angloamericani per destituire Mossadek e prendersi i pozzi petroliferi offerti su un piatto d’argento dallo Scià, all’Afghanistan, all’Iraq, alla Libia, e non dimenticando Thomas Sankara, il leader del Burkina Faso assassinato dei francesi nel 1987, sempre con la modalità del colpo di Stato, ovunque sia passato l’Occidente democratico e liberal-capitalista ha lasciato solo terrore e distruzione.

E mentre il mondo deflagra, con il supporto di pedofili e genocidi, solo per tirare su cinicamente un po’ di buon umore basta leggere le esternazioni dei portavoce del gregge grigio-fumo e del branco rosa-fucsia – il nero e il rosso sono stati aboliti. I primi che si esaltano nella possibilità che le donne, iraniane e non, possano finalmente leggere “Lolita”, i secondi affinché a queste possa essere restituita la dignità attraverso le libertà nelle esibizioni dell’influencer e nelle rivendicazioni delle marchettare variamente fluide.

Entrambi i colori sbiaditi hanno perso e continuano a non comprendere il senso simbolico di quanto sta accadendo. Della lotta dell’oro contro il sangue, della materia contro lo spirito, della servitù contro l’onore.

Poi si può sempre discutere dei diritti internazionali a doppia caratura, della difesa dei confini secondo interpretazioni, della democrazia a binari multipli, della libertà a parametri diversificati. Alla fine, però, ci sono solo due linee-guida che consentono una valutazione sia pur rigida degli accadimenti in corso: un Occidente servo e colonia, le cui voglie sono appiattite sul materialismo e sulla vita vegetativa; un Oriente, orgoglioso e libero, le cui scelte sono determinate dal senso del sacro e della vita trascendente.

Possiamo discutere, ma dopo, quanto ci sia di buono o di negativo nell’uno e nell’altro, ma al momento queste sono le motivazioni non solo simboliche di questi conflitti.