So perfettamente che non è educato parlare di sé, ma la farsa sonora che si è prodotta a Venezia da parte degli orchestrali de “La Fenice” necessita di due precisazioni personali.

Primo episodio. Era il 31 dicembre del 2000, quando la commissione disciplinare dell’Azienda Sanitaria istituì un procedimento contro lo scrivente conclusosi con una condanna al trasferimento, e alla decadenza di un livello dirigenziale. Il ricorso finì bene presso il Tribunale del lavoro nel luglio dello stesso anno con annullamento della sentenza, ripristino dell’incarico e restituzione della mancante retribuzione. Dopo un certo periodo venne a visita privata, una gentile signora che si presentò come parente di uno dei tre direttori facenti parte della commissione sopra indicata, specificando che era stata inviata su consiglio del medesimo. Quando casualmente lo incontrai alla stazione di Mestre, salutandoci cordialmente gli chiesi come mai prima mi condanna e poi mi invia la cugina a visita specialistica, e lui candidamente mi rispose: “Non avrai mica pensato che noi avessimo messo in dubbio la tua professionalità e la tua capacità clinica, semplicemente non potevamo permettere che uno come te mettesse in discussione la ristrutturazione organizzativa e politica in corso da parte dell’Azienda”.

Secondo episodio. Era il 2010 quando uscì un saggio corposo sulla psichiatria, la mia tesi di Dottorato in Filosofia, e precisamente sui tre fondamentalismi della psichiatria – quella organicistica, quello psicologista e quello socioiatrico, quest’ultimo di influenza basagliana. Tre giorni dopo l’uscita in libreria, aprì un convegno su Basaglia e sul suo pensiero critico l’avvocato Nereo Battello, uomo di eccezionale cultura e di riconosciuta eccellenza forense, il quale brandendo il mio libro partì con un pippone sul fatto che ci siano autori e case editrici – in questo caso pure di sinistra – che si permettano di stigmatizzare una persona di tale elevatezza. Non avendo mai citato per nome, lascio perdere ogni inutile e fastidiosa polemica. Dopo molto tempo, mi trovai con lo stesso Battello in una medesima causa, lui come legale e io come perito per il suo cliente. Terminato con successo l’incontro giudiziario, uscendo insieme ad un certo punto mi chiese sorridendo: “Sono convinto che lei ha qualcosa da chiedermi”. Sollecitato da lui, gli rispondo che ero rimasto curioso del perché non mi avesse citato in quella circostanza, lui mi rispose con la gentilezza e l’ironia che gli erano usuali: “Sono una persona sufficientemente astuta da capire che lei mi avrebbe messo in imbarazzo chiedendomi come avessi potuto leggere in quarantott’ore il suo libro, che infatti non l’avevo neanche aperto”. Come altrettanto candore aggiunse una frase che si può considerare identica a quella usata dal famoso direttore-inquisitore e con le altrettanto identiche motivazioni. Fu l’ultimo incontro che avemmo davanti ad un caffè, con un abbraccio all’uscita e una frase che non riporto perché rimane una cosa più che personale, quasi affettiva che mi ha onorato – lui, ex senatore del Partito Comunista e lo scrivente feroce fascista secondo i deliri di Paolo Berizzi – ed entrambi irriducibili.

Questa lunga introduzione, spero non noiosa ma necessaria, per commentare la ridicola farsa di suonatori de “La Fenice” contro la nomina di Beatrice Venezi.

Indipendentemente dalle procedure e dalle decisioni, la cosa certa è che il potere ha il compito fondamentale di esercitarlo. Nessuna meraviglia se ciò accade, anzi sarebbe discutibile e per certi versi masochistico se non lo facesse. Il problema è la mancanza di stile dimostrato degli orchestrali davanti alla giornalista che li intervistava.

Uno, dall’aspetto e dal frasario che sembrava uscito da qualche centro sociale, disse testualmente, addirittura leggendo un foglietto di circostanza. “Una delle pagine più buie del nostro teatro. […] Non consegneremo mai, questo teatro nelle mani dei venditori di paccottiglia”; un altro, con l’atteggiamento da fastidioso di primo della classe che pontifica: “No a questa concezione di cultura”; un terzo, fighetto, che agitando il ditino indice lancia il patetico avvertimento: “si sciacquino la bocca prima di parlare”. C’è anche l’intervento di una sedicente signora, talmente banale che ogni commento sarebbe superfluo e di un ridicolo sindacalista che biascica quattro amenità, dimostrando una preparazione più che discutibile.

Il servizio di Eugenia Fiore per “Quarta Repubblica”, continuando nel tentativo di intervistare altri suonatori, dimostra la totale mancanza di stile e di coraggio da parte di persone che rifiutano di parlare, che svicolano dalle domande, che si defilano davanti all’intervistatrice come le pantegane a zampe levate prima dell’arrivo dell’acqua alta – tanto per stare in ambito lagunare: scene pietose sotto l’insegna delle bandiere della CGIL.

Se “La giustizia è come il timone: dove la si gira, va”, non è che l’informazione sia da meno, a dimostrazione che certe manifestazioni per la libertà di pensiero, per l’inchiesta non conformista, per autonomia di giudizio sono solo espressioni finte e occasionali.

Due conferme. “Una fiera rivendicazione del suo essere direttrice e donna, in un mondo di bacchette che in Italia è ancora rigorosamente maschile. Personaggio vivace e dal curriculum impeccabile” scrive il “3 ottobre del 2020 la Repubblica”.

Ancora più esaustivo e magnificante “Il Corriere della Sera” del 3 marzo 2021: “È molto bella, è pianista e compositrice, ed è tra le poche donne al mondo a dirigere orchestre a livello internazionale…è una vera star nel mondo…si è diplomata come direttore d’orchestra al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano con il massimo dei voti…collaborazioni con orchestre nazionali e internazionali, oltre a presenziare in diversi festival di prestigio”.

Cambia l’indirizzo e la direzione del vento e così la presa del timone. Insomma, dal podio a dietro alla lavagna, per la sinistra in eterna sconfitta e in perenne invidia.

Ogni potere si impone, ma l’unica condizione per fargli fronte è mantenere l’impeccabilità dello stile.

L’amico Massimo Carminati, al giudice che gli chiese come mai non avesse denunciato gli agenti che avevano sparato senza alcune indicazioni con gravi conseguenze dal punto di vista fisico, rispose semplicemente che avevano fatto bene. “Il potere deve difendersi dai nemici, io sono nemico del potere, e gli agenti hanno fatto il loro dovere sparandomi”.

Questo è stile. Quello dei compagni è il piagnisteo del bambino isterico e capriccioso che, quando perde, rompe il giocattolo e corre a farsi consolare da mamma democrazia.