Purtroppo, sono sprovvisto di quella fantasia creativa indispensabile per produrre un’opera vivace o, in alternativa, una tragedia di un certo spessore. La trama grezza ce l’ho già nella mente, ma è indispensabile che uno scrittore, fornito di questa dote e delle specifiche competenze di stesura, le dia una trama sufficientemente organizzata per poterla poi metterla in scena.
Personalmente, la preferirei in stile goldoniano, e alcuni titoli posso già sottoporli all’attenzione dell’eventuale maestro interessato: Baruffe bisiache, oppure Contese isontine, o ancora Controversie monfalconesi. Il finale non lo vedo in una ritrovata serenità con festeggiamenti e celebrazioni – troppa animosità, troppa invidia e troppa malafede nei personaggi e nelle loro relazioni; il contenuto astioso e vendicativo dell’intreccio, però, impedisce anche una fine tragica, seppur gloriosa come nel Re Lear, dove tutto termina in un clima di desolazione e morte – troppe miserie umane e piccole presunzioni per una conclusione macabra ma gloriosa.
La trama è piuttosto semplice e comprensibile come nelle grandi fiabe, con una morale conclusiva dalla quale trarre un giudizio sul risultato dei singoli comportamenti.
Come in tutte le grandi commedie delle arte o tragedie storiche, c’è sempre un fattore scatenante, una causa di principio che dà inizio a tutte le azioni conseguenti. Nel caso della nostra rappresentazione, c’è una struttura ad arco che dovrebbe fare da portale simbolico a quella che viene definita “strada dell’arte”. Una struttura esteticamente discutibile per un’area che definirla artistica è quantomeno una deformazione visiva e concettuale.

Protagonista è una regina che detiene un potere conferitole da un indubitabile successo elettorale, e che si fa forza di questo successo cartaceo per esprimere giudizi e per attivarsi in iniziative che dimostrano una supposta discesa dello spirito Santo democratico, con conseguente velleità di onniscienza e di onnipotenza. Succede poi, come è accaduto a re Lear – scusandomi per l’incauto paragone con William Shakespeare – che la tenutaria del potere è accecata dal medesimo nelle scelte dei suoi successori e dei suoi consiglieri. In questo frangente, il suo sostituto, per giustificare una simile operazione, si inventa il paragone con Carnaby Street, un modello da copiare, quantomeno azzardato, per usare un eufemismo.
A criticare questa iniziativa ci si mette pure l’imprenditore senza speranza, che dopo un’esperienza politica evidentemente non ben riuscita vista l’emarginazione alla quale è costretto, ed una commerciale che proprio non sembra all’apice del fulgore, critica ciò che gli altri hanno fatto a dimostrazione, documentata, che neanche lui ha saputo fare di meglio, quando avrebbe potuto farlo.

Poi, c’è il James Bond culinario, il Rambo del vettovagliamento poliziesco, che parla di sicurezza come se avesse passato una vita nei corpi speciali e nei servizi segreti, pontificando su problematiche di geopolitica e di strategie transnazionali, pur di darsi un tono e di coprire i suoi insuccessi politici. Anche lui, in buona compagnia, con un sodale che spaccia blog inesistenti e attività giornalistiche pressoché assenti, insieme barcollando – marciando sarebbe un’esagerazione – verso nuovi lidi e nuove patetiche opportunità di protagonismo.
Il concreto – si fa per dire – antagonista regale è un ragioniere che non abita neanche in zona, che partecipa ad assemblee degli allogeni dando loro solidarietà e sostegno grazie a un interprete, perché gli stessi non spiaccicano una parola di italiano, che spulcia ogni minimo documento per trovarvi il dettaglio anche insignificante, ma sufficiente per la continua critica finalizzata soltanto a darsi un tono. Basti pensare che, per criticare il tanto deprecato arco, si rifà ad un’evocazione dello stesso di un campo di concentramento, non avendo gli strumenti né culturali né politici per attaccare questa iniziativa in altri modi ben più concreti e strutturati. Peraltro, se il lamentoso antagonista pensava alla scritta “Il lavoro rende liberi” all’entrata di un campo di concentramento, al di là del drammatico sarcasmo, sarebbe comunque un riferimento penoso, visto che l’attuale situazione occupazionale si divide tra un lavoro che non c’è ed uno a carattere schiavista.

In questa corte, ovviamente, ci sono anche persone stimabili ma un sovrannumero di cortigiani e di adulatori, voluti espressamente dalla regina per avere un contorno di discutibili e inaffidabili a condiscendenti.
Il finale della farsa teatrale, come già anticipato, non sarà una grande festività dove tutti i protagonisti ammetteranno i loro errori e convergeranno insieme verso un bene comune. E non sarà neppure eroica, perché le democrazie, a differenza delle aristocrazie, finiscono per consunzione e non per deflagrazione. Ma sarà un lento logoramento della stima e della fiducia popolare, con conseguente rincorsa al peggio nelle scelte, mentre una forza allogena continuerà imperterrita la sua conquista del territorio, aspettando la fine delle controversie altrui.
La morale, se vogliamo darne una, è che il potere logora chi ce l’ha e anche chi non ce l’ha, rendendo tutti i ciechi di fronte a un nemico comune.