Questo motto viene attribuito agli insorgenti della Vandea, ma indipendentemente dalla fonte di provenienza è interessante il concetto espresso, che a ragione permette di analizzare la condizione del tempo nelle diverse attività e mentalità del vivere attuale.

Un esempio assolutamente banale rispetto ad altre argomentazioni, ma che già di per sé dall’idea della fatuità e della inconsistenza che caratterizzano la nostra esistenza: il festival di Sanremo.

In tempi lontani, immediatamente dopo la serata finale, venivano distribuiti nelle edicole in edizione economica i libretti delle canzoni – che documentatamente andavano a ruba – cosicché gli acquirenti potevano divertirsi a confrontarle e a cantarle, compatibilmente alle proprie capacità vocali. Adesso, dopo poche settimane, il ricordo dell’evento rimane legato soltanto a qualche scandalo più o meno scomposto, casomai da usarsi da parte del protagonista per una ulteriore e discutibile notorietà.

Il tempo quindi, presenta due caratteristiche diverse: una per la nozione di fama, l’altra per quella di popolarità. La prima si incide nella memoria e può in ogni momento essere rievocata, mentre la seconda si consuma con la stessa rapidità con la quale è stata acquisita.

Per passare ad argomentazioni più consistenti, anche se non meno importanti nella questione in esame, pensiamo al campo dell’edificazione. L’EUR (Esposizione Universale di Roma) del 1942 rimane un modello di architettura monumentale associata ad una precisa visione urbanistica che viene tuttora visitato da esperti internazionali, attirati dalla armonia geometrica e dalla bellezza rigorosa. Era il costruire sotto il criterio dell’eternità, mentre ora già è un bene se le opere pubbliche resistono per un tempo sufficiente all’usura senza manutenzione, perché nulla di funzionale e di artistico è possibile identificare negli orrori espressi dai più farneticanti piani regolatori.

La stessa idea di istruzione è decaduta quale processo di acquisizione di cultura da sedimentare non solo nella mente, ma nella stessa qualità di carattere e di comportamento. A prescindere dalla diversa accezione tra istruzione ed educazione, resta il fatto che anche la prima rientrava nell’ordine del patrimonio personale e della ricchezza soggettiva. Essa non era legata all’utile – che casomai si dimostrava in maniera accidentale – ma era principalmente connessa ad un desiderio di miglioramento interiore, a prescindere da cartacei titoli di studio e certificati scolastici. Ora la conoscenza è sempre vista in maniera funzionale e adeguata a qualcosa di proficuo, di pratico, quando non direttamente economico. Questa è una mentalità servile riassumibile così in termini psicoanalitici: “Quando uno ti chiede a cosa serve – una tua scelta, un tuo studio, un qualunque tuo impegno, o la filosofia o la psicoanalisi, ecc. – dimostra la mentalità del servo, che si chiede sempre cosa può essere utile per il suo padrone; ma chi padrone di sé decide in completa autonomia anche la cosa più inutile e improduttiva, purché corrisponda al suo desiderio”.

Non sfuggono alla morsa del temporaneo e dell’effimero neppure i rapporti interpersonali, che decenni di addestramento sociale all’individualismo e alla chiusura egoistica hanno ridotto a un contratto tra soci, un rapporto di reciproca convenienza materiale e psicologica che può essere unilateralmente scisso in caso di insoddisfazione o di altra novità. Qui non si tratta di enfatizzare l’antica promessa di “finché morte non ci separi”, ma di denunciare la liquidazione di qualsiasi forma di giuramento e di impegno – che sia sentimentale, amicale, politico non ha importanza – da porsi come obiettivo ideale da raggiungere e non un seccante obbligo da subire.

Per ultimo, ma non ultimo – come si suol dire – è il problema del Politico, rigorosamente con la maiuscola. Nel secondo termine della locuzione vandeana c’è lo statista, il leader carismatico, il creatore di destino, il visionario inserito in una Storia che affonda le radici in un passato mitico e proietta i suoi ideali in un futuro tutto da plasmare. Nel primo termine c’è il politicante di professione, quello che gestisce la sua presenza – magari smentendosi rinnegando promesse e calpestando principi – finalizzata al rinnovo di privilegi e di immunità nella prossima scadenza elettorale.

In tutti questi casi e in molti altri vige quella deformazione temporale che si chiama “presentificazione”: nessun passato al quale riferirsi, perché ogni eredità e testimonianza implicano doveri e responsabilità; nessun futuro per il quale impegnarsi, perché perseguire il proprio destino necessita di impegno e di abnegazione. Allora c’è solo un presente da consumare, magari con rapidità e senza nessun segno significativo da lasciare, un presente fatto di vuoti da riempire e da insoddisfazioni continuamente incolmabili. È il tempo della facile notorietà effimera, che rifiuta la scomoda fama impegnativa.

Non è forse questa presentificazione il messaggio cruciale del nichilismo imperante?