Tra gli innumerevoli vizi di forma e di sostanza che caratterizzano l’ideologia democratica, quello che più impregna, alimenta e fertilizza gran parte dei pensieri di coloro che si riconoscono in questo culto plebeo è la superficialità. Questa disposizione, peraltro aggravata dagli strumenti tecnologici che hanno consentito la diffusione dei cosiddetti ‘social network’ e ‘social media’ occupati da foto, frammenti audiovisivi, rapide interazioni e commenti pressoché istantanei risolvibili con un like, caratterizza l’approccio della maggioranza delle persone alle notizie che vengono diffuse dai diversi mezzi di comunicazione. Se poi ci aggiungiamo la devastazione della scuola dalla quale escono giovani incapaci di una lettura approfondita e di un’analisi del testo, il gioco dei manipolatori è più che facilitato. Non resta che il tifo cieco e indecente.

Di fronte a qualunque argomento si trovi ad ascoltare o a dibattere, per l’istinto democratico l’unica opzione rimane la superficialità, quella predisposizione spontanea a limitarsi all’esteriorità delle cose, per una incapacità ad un’analisi critica, ad una valutazione e ad un approfondimento, per un condizionamento al pregiudizio. L’approssimazione vige sovrana e, con essa, la faciloneria nei giudizi, perché l’obiettivo di massima è assorbire informazioni approssimate e sbrigative, evitando accuratamente ogni tentativo di comprendere la complessità delle questioni.

Quando nel supercitato saggio di Charles Melman, “L’uomo senza gravità”, il celebre psicoanalista francese denuncia il fenomeno della “perversione diventata norma”, non lo fa semplicemente limitandosi ai vari fenomeni psicopatologici che infestano la quotidianità contemporanea, ma avvisa, prende atto, di come il carattere di questa patologia si sia diffuso rapidamente ad ogni livello sociale, dai rapporti interpersonali alla politica all’informazione. Perversione che, dal punto di vista specialisticamente analitico, prevede una precisa caratteristica individuale, quella del soggetto al quale non interessa la verità, che non si pone domande, che non ha dubbi, che ha anestetizzato ogni senso critico, che non conosce incertezza, né senso di colpa e né vergogna.

Oggi, gran parte dei cosiddetti mezzi di informazione è affetta da questa modalità di pensiero.

Si prende una parola, un’idea, un evento e con una distorsione concettuale, attraverso mescolamenti e false interpretazioni, si arriva all’obiettivo previsto di sedurre il maggior numero di persone, di condurle ad un giudizio preconfezionato, e sono molte che preferiscono assorbire delle comode falsità piuttosto che esplorare il percorso accidentato della verità.

Un esempio per tutti è Andrea Scanzi in una delle sue esibizioni teatrali. A Gallarate, con una contorsione dialettica che chiunque, fornito di un minimo di conoscenza, di oggettività e di capacità critica potrebbe inchiodarlo alla realtà, si è esibito in un monologo semplicemente indecente.

Parte della deformazione semantica del termine inglese “remigration”, remigrazione, che significa letteralmente “ritorno al Paese d’origine dell’emigrato”, trasformandola in “deportazione”. Poi passa al concetto di “sostituzione etnica”, e con un esilarante pomposità si esibisce in una pirotecnica concatenazione confusa di parole – “immagine abietta, reazionaria, razzista, xenofoba, complottista che ha a che fare con il Ku Klux Klan, con l’imperialismo bianco, con il colonialismo, con il nazifascismo, con il peggio del peggio…”. Non c’è un nesso logico, neppure la minima corrispondenza concettuale in questa insalata di termini, ma il meccanismo manipolativo funziona in una massa addestrata al sistema binario della nuova comunicazione sociale, che rifiuta ogni dubbio in cambio di artefatte certezze.

Più sobrio nell’esposizione, più acculturato nell’argomentazione, più educato nell’espressione il clima nel dibattito su La7 del 4 gennaio 2019 tra l’amico Pietrangelo Buttafuoco, la docente di Storia contemporanea a “La Sapienza” Alessandra Tarquini e il professor Luciano Canfora su “Fascismo di ieri, fantasmi di oggi”.

Canfora, comunque, proprio non ce la fa a superare la pregiudiziale ideologica e a porsi in una condizione interiore che direi di ascolto critico. Anche di fronte ad un fatto concreto riferito da Buttafuoco, quando due ragazze orientali hanno picchiato due rom che tentavano di derubarle in metropolitana, Canfora comunque ha ricondotto la sua interpretazione ad un fascismo latente nel comportamento della gente comune, intollerante e aggressiva, che sarebbe stato il fattore costituente del fenomeno fascista. Del malessere generale, dell’insicurezza diffusa, della paura estesa, del malcontento collettivo non se ne parla, se non nei termini distorsivi che lo vedono soltanto come un fenomeno generato da una certa parte politica per buttare benzina sul fuoco e pretendere delle soluzioni securitarie per la propria tranquillità. Del resto, Canfora rimane quell’intellettuale per il quale la sua parte politica si dedica all’approfondimento della storia, mentre tutti gli altri studiosi rientrano nel becero revisionismo.

Questa modalità nell’affrontare i più diversi problemi della realtà si può riassumere in una considerazione: la supponenza che infiltra l’idealtipo democratico odia in maniera incondizionata ogni forma di complessità, per cui tutto deve essere ridotto ad una digeribile semplificazione. È un meccanismo molto simile a quello derivato dal cervello rettile per cui ci sono solo due modalità attive, o l’attacco o la fuga; in caso in questione non c’è l’ascolto, la valutazione e il confronto, ma si passa direttamente al sentire, al percepire e a giudicare.

Gómez Dávila ha osservato correttamente che “La maggior parte della gente crede di pensare, perché ignora il significato dei termini che adopera”, e fin qui sono d’accordo. Mi discosto da un suo slancio di ottimismo quando afferma che “Basta presentare una definizione al più loquace di loro perché ammutolisca”. La parlantina vacua è una malattia troppo avanzata perché possa risolversi con un surrogato di buon senso.