Che ci sia una infantilizzazione della società è ormai un dato psicologicamente e sociologicamente acclarato, ma la ricaduta più importante e peggiore di questa disfatta psicologica è su coloro che dovrebbero gestire e dare un indirizzo di maturità nell’affrontare le reali problematiche quotidiane.
Da questa base deviata si sviluppa e si rafforza quello che viene definito “pensiero magico”, ovvero la convinzione che le proprie aspettative, le proprie speranze, i propri pensieri, i propri desideri riescano a concretizzarsi suggestionando la realtà, senza tener conto di una concreta e pratica realizzazione tra causa ed effetto. Fino agli otto anni, come ha constatato Jean Piaget, famoso psicologo e pedagogista, questo è uno stadio naturale della maturazione cognitiva ed utile per affrontare un mondo estraneo in sicurezza, ma quando si protrae nell’età adulta, per esempio attraverso i riti scaramantici, diventa una modalità patologica di affrontare la realtà con il miraggio del controllo per scongiurare gli accidenti quotidiani.

Tale patologica modalità di affrontare con lucidità e determinazione la realtà è variamente diffusa tra destra e sinistra, quasi che ogni parte cercasse di dimostrare all’altra il proprio ottimismo e la propria indulgente e comprensiva volontà.
Ci sono problemi comportamentali nelle scuole? Si attivano gli educatori per stimolare l’affettività relazionale. Ci sono i problemi di violenza delle baby gang? Si ingaggiano psicologi per far elaborare i diversi vissuti di inadeguatezza. C’è il problema della diffusione delle sostanze stupefacenti? Si distribuiscono pipette sterili per la riduzione del danno nell’assunzione. C’è un aumento degli stupri anche nei centri cittadini? Vediamo se si arriverà alla distribuzione di preservativi e ai gruppi di meditazione per gli stupratori.
Se le modalità di affrontare i problemi non fossero tragiche, sarebbero semplicemente ridicole. Se pensiamo allo Stato come ad un organismo vitale, e non ad un insieme di apparati diversamente funzionanti, quelli in cui viviamo manifestano una predisposizione alle cure palliative, come se ci fosse una consapevolezza che tutto è perduto e che niente è più salvabile. Del resto, i tenutari del potere sono come dei medici che rifiutano la gravità di una diagnosi, oppure che pur consapevoli non hanno il coraggio di informare il paziente, condannandolo per una ipocrita sensibilità alla privazione delle cure.

Di fronte alla paura dei cittadini per l’insicurezza diffusa e la documentata pericolosità del vivere quotidiano, si aumenta il numero delle telecamere. Quando si intensificano gli atti di violenza e i fenomeni di ostilità tra bande o contro le persone inermi si sistemano i presidi delle forze dell’ordine. Nel momento in cui anche i momenti di aggregazione subiscono delle azioni di disturbo – per usare un eufemismo – si inventa servizio di “stewarding” per la “gestione della sicurezza, dell’accoglienza e del controllo dei flussi di pubblico”. Quando, poi, lo spazio da controllare è più ampio e l’obiettivo è più critico e sensibile – stazioni ferroviarie, metropolitane, uffici pubblici ecc. – si attivano i militari con tanto di mezzi adeguati e appariscenti.

Il generale Vannacci, che certo non manca di esperienza teorica e pratica per quanto riguarda la funzione dell’esercito, ha fatto notare che attivare i diversi corpi delle forze armate per presidiare le città significa semplicemente accettare il fatto che ci si trova di fronte a una minaccia di guerra interna. Significa che le normali forze di polizia non hanno l’impatto sufficiente per evitare situazioni di alto rischio e per intervenire in caso di eventi particolarmente gravi.
Detto questo, ci sono delle domande da porsi di fronte ad una militarizzazione e a una sorveglianza sempre più pressante delle nostre città, dai centri alle periferie: Dopo, cosa si fa? Quali obiettivi si intendono perseguire? Quali mezzi si intendono usare per affrontare e vincere questa malattia sociale? Quali conseguenze ci sono per gli autori dei reati? Che potere hanno di intervenire i soggetti preposti all’ordine pubblico? Quali sono gli intendimenti e le volontà degli amministratori della giustizia?
Senza aver presente in maniera chiara, determinata e decisa quali siano le tattiche da mettere in campo per ottenere dei risultati reali, qualunque strategia è destinata a fallire.
Se un malato non intende seguire delle prescrizioni e sottoporsi alle cure, non ci sono esami preventivi, né consigli o minacce che possano fargli cambiare idea.
Solo la volontà e la determinazione, magari fornite di una buona dose di spregiudicatezza, possono raggiungere il successo nel conseguimento dei suoi obiettivi.
Per uno Stato trasformatosi in un grande apparato burocratico, da sempre sottoposto ad interferenze estranee e abituato ad ubbidire – dall’occupazione americana ai ricatti dell’Unione Europea – è un po’ difficile, se non è impossibile, trovare quell’indispensabile spirito di salvezza e di riscatto. Per cui è più facile accettare la falsa esibizione di una forza che non sarà mai usata.

Per usare una metafora un po’ macabra che girava sui social, mi pare che tutte le disposizioni che questo Stato pone in essere per affrontare la criminalità – dalla comune, a quella organizzata, a quella esterna fino a riconoscere il processo di invasione allogena – sono come la prescrizione del medico che dice al malato di prenotare le sabbiature; quando questo gli chiede se ci sia possibilità di guarigione con il metodo proposto, il medico risponde che non si tratta di guarigione, ma di abituarsi a stare sotto terra. È questo il clima disfattista che si respira dietro alla retorica quotidiana, con una sinistra necrofila, un clero benedicente e una parte significativa che vive con il motto rassegnato del ‘Che Dio ce la mandi buona’, tutti in attesa dell’estinzione dell’Italia.