Viviamo in un tempo surreale in cui ogni limite non solo non viene contemplato – vedi le violazioni delle stesse leggi di natura –, ma addirittura si ritiene scontato non considerarlo, quando non doveroso superarlo. Questo processo avviene in ogni ambito sociale, e con esso viene a mancare anche l’opzione sanzionatoria, facendo ricadere qualunque tipo di evento arrogante e incontrollato nell’ambito della comprensione psicologica, della tolleranza sociologica fino alla benevolenza giudiziaria.
Ormai, infatti, la stessa legge ha finito per essere considerata un’applicazione togata del buon senso e del principio di accudimento, con conseguente percezione della pena come un’applicazione sadica che non prende in esame i fattori umani e le debolezze interiori.

Magistrati, psicologi, sociologi, insegnanti: tutti sulla stessa lunghezza d’onda dell’accondiscendenza irenistica e della prescrizione affettiva. Si è arrivati al punto che una ben nota attrice si era resa testimonial di quella patetica iniziativa riguardante un non ben definito ‘insegnamento emotivo’, fino ad avere la ridicola idea di inserire questa confusa e infondata materia nell’ambito del voto scolastico. Tutta questa farsa maternalistica dimostra soltanto l’assoluta incompetenza del minimo funzionamento psichico.
Thomas Szasz si era inventato, per altre questioni, il concetto di Stato Terapeutico Totalitario, che per l’argomento in questione potrebbe essere modificato in Stato Terapeutico Libertario.
Nessuno più si assume la responsabilità dei propri comportamenti, ma tutti sono pronti a ricorrere ad altre autorità pur di tentare il percorso della vittima perseguitata. Pensiamo all’istanza, per esempio, dei genitori che ricorrono ai tribunali amministrativi per una bocciatura del figlio inadempiente, e i giudici deliberano contro le decisioni competenti degli insegnanti.

Come se non bastasse, senza rendersi conto della gravità delle decisioni poste in essere, ci sono anche quegli insegnanti che sebbene aggrediti fisicamente da un gruppo studenti come accaduto a Parma – mentre questi ridendo filmavano la scena – non hanno ritenuto opportuno applicare una sanzione per favorire lo spazio a un rapporto ‘educativo’.
Decisioni grave, questa, perché così non si definisce il limite del comportamento illecito e si ritiene, con grave errore dal punto di vista psicologico, di ridurre un fatto in questo caso grave, previsto come reato, a patetici incontri su base colloquiale e su un confronto pseudopsicologico.
Sembra paradossale, ma la ricaduta più grave in questa decisione è proprio sul versante psicologico. Lasciando perdere possibili specificazioni all’interno della triade Io / Es / Super-Io, la riflessione da fare è che non può esserci alcun margine di consapevolezza su un certo comportamento, se essa non viene preceduta da una sanzione seria che ne documenti l’illeceità, ovvero la trasmissione di un principio, che nel caso di Parma non è solo giuridico, ma anche etico ed educativo, fattori determinanti che costituiscono le basi di una società sana ed equilibrata.
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Siamo al punto in cui per in ogni atteggiamento vietato, illegale, immorale e disonesto – dall’uso di sostanze allo spaccio, dallo stupro ai danneggiamenti e via via elencando – “c’è una costante domanda di diagnosi che spieghi i problemi e i fallimenti individuali. […]. La cultura terapeutica si è adattata a questo standard di responsabilità debole, sminuendo di fatto il concetto di autocontrollo. […]. Una moralità che incoraggia a sottrarsi alle proprie colpe e responsabilità non può ricostruirsi come un efficace sistema di responsabilità” (Furedi).
Solo partendo da queste parole del grande sociologo Frank Furedi si può fare un quadro del fallimento di tutta la società – dai genitori, agli insegnanti, agli organi di informazione, ai magistrati – nei confronti di quei giovani che dovrebbero essere addestrati a diventare cittadini adulti.
Si parte dalla disintegrazione dell’organismo familiare in cui “Forse madri e padri sono diventati troppo ‘curanti’ più che educanti” (Demetrio). Si passa alla giustizia che, nella discutibile rivendicazione del ‘libero convincimento’ del giudice, porta a conseguenze nefaste dal punto di vista educativo con delle sentenze a dir poco controverse. Poi si continua con gli insegnanti, che in nome dell’inclusione ad oltranza e del diritto alla promozione, determinano un clima di disfattismo dovuto al fatto che “per garantire il successo scolastico più generalizzato possibile, deve necessariamente cercare di attenuare il valore discriminatorio del merito”. La sedicente informazione, sempre aderente al discutibile monito di attenuare al massimo ogni forma di conflittualità e di tensione sociale, è sempre più attiva sul versante della mistificazione e della deformazione dei fatti.
Per questi e per altri motivi, pensare alla punizione come ad un atto dispotico ed eccessivo è sostanzialmente fuorviante, oltre che per nulla formativo. Senza riconoscimento di una colpa, di uno sbaglio, di un’illegalità non ci può essere un lavoro sul versante psicologico che permetta di elaborare quel determinato evento. Ogni confronto e contraddittorio, senza la sanzione concreta per il comportamento avuto, non è educativo ma “una monotona litania di raccomandazioni” (Demetrio).

Il senso del dovere si inserisce nel campo più vasto e variegato dell’autodisciplina; l’obbligo è soltanto una imposizione, magari necessaria, ma come si dice in termini psicoanalitici, non introiettata, perciò facilmente evaporabile.
Quindi, sanzione più discussione equivale ad educazione, confronto senza sanzione è solo disquisizione senza esito. A margine di ciò, non c’è da sottovalutare il rischio imitativo nel momento in cui tutto è possibile e niente viene vietato, né tantomeno perseguito.