In un certo giorno della contemporaneità, un gruppo di fantasiosi megalomani e di inqualificabili esibizionisti, orfani di qualsiasi dottrina politica e privati traumaticamente di un’idea per la quale sacrificarsi, decisero di fare propria la rappresentazione teatrale palestinese contro lo sterminio ignorato di quel popolo da parte dello Stato sionista di Israele.

Il boccone propagandistico era ghiotto: organizzare una messinscena di particolare impatto emotivo, esaltare la sceneggiata umanitaria, appropriarsi di un ingannevole monopolio ideologico, orchestrare una montatura di dubbie sofferenze fisiche e psichiche. Il Gran Galà della simulazione era definito

A questo punto è necessario – come si suol dire – mettere le carte in tavola, anche a costo di apparire pedanti nelle ricostruzioni, rendendosi conto però che mentre la menzogna agisce emotivamente e non ha bisogno di prove, la verità pretende gli approfondimenti, ma si conferma con la ragione anche se con maggiore lentezza.

Il 3 giugno 1968, veniva ucciso in Palestina a trentatré anni l’ingegnere belga Roger Coudry mentre con il nome di battaglia di Salah combatteva a fianco dei fedayn per la difesa dell’identità palestinese e della sovranità territoriale del suo popolo. Di lui rimane uno splendido documento tradotto in italiano, dal titolo “Ho vissuto la resistenza palestinese” a onore e memoria di un martire europeo.

Dieci mesi dopo, il 27 marzo 1969, si tenne a Padova un incontro aperto al pubblico presso la Sala della Gran Guardia dal titolo “La questione palestinese”, in condivisione con l’Associazione per l’Amicizia Italo-Palestinese e l’Unione Degli Studenti Arabi Padova. Una serata di approfondimento culturale e politico senza censure né infiltrazioni di sorta.

Da quegli anni in poi, tutta la destra radicale, fornita di una poderosa preparazione ideologica e da una accurata competenza formativa, si trovò su delle posizioni risolute e pericolose, totalmente refrattarie a quell’infiltrazione nutrita di senso di colpa che il sionismo internazionale continuava a riversare in tutti gli Stati, con il ricatto morale della cosiddetta sacralità dell’Olocausto.

Non furono anni facili, perché il nemico era sempre in agguato per colpire ogni forma di dissenso e di deviazione dal pensiero omologato e da attendibilità storiche di dubbia consistenza ma di efficace manipolazione generale. La denuncia era sempre la solita – antisemitismo – falsificando già dal termine l’oggettiva impresa di stabilire la reale cornice del problema in questione.

E così, per alcuni decenni, non ci fu luogo che non vedesse la partecipazione attiva di quella gioventù per una causa ritenuta, a ragione, importante dal punto di vista storico-identitario.

Poi, per i motivi più svariati, iniziarono gli attacchi giudiziari verso alcuni personaggi significativi dell’area non conformista. Ma nonostante la continuità persecutoria da parte del sistema, niente scalfiva la volontà di coloro che non erano disposti a sottomettersi a quello che adesso viene chiamato con un inglesismo mainstream, più confortevolmente traducibile con ‘cervelli all’ammasso’.

Per cronaca, in un manifesto che tenevo nel mio ambulatorio, e che ho accuratamente conservato, al punto primo si legge: “il suo costante impegno per la causa del popolo palestinese, spogliato dei suoi diritti inalienabili alla terra e alla vita da un sionismo settario e inumano”. Era il 1985.

 

Da allora in poi c’è stata una involuzione del pensiero critico e del radicalismo intellettuale da parte di una certa destra caduta nella melassa indistinta dell’indifferenza borghese e del carrierismo politicante. E in contemporanea, una sinistra raffazzonata, priva del benché minimo spessore culturale e serietà ideologica, è costretta a raccattare ideali altrui per sopperire al vuoto angosciante della propria coscienza. Il problema, però, è che deve mentire per poter sostenere la sua falsa immagine e deve manipolare la sua stessa realtà.

Con le ridicole pretese rivolte al governo italiano di rifiutare ogni contatto con l’entità sionista di Israele e di condannare le interferenze dello Stesso nelle questioni internazionali, dimostra, ad essere buoni, una memoria piuttosto scadente, ad essere un po’ maliziosi, un’ipocrisia difficile da sopportare.

Un esempio per tutti.

Chi si ricorda ciò che accadde nella notte tra l’1 e il 2 agosto del 1996 quando una sentenza del Tribunale Militare di Roma dispose la scarcerazione di Erich Priebke? L’imputato era difeso dall’avvocato Carlo Taormina, il quale aveva puntato giustamente sul fatto che un militare non può rifiutarsi di eseguire un ordine impartito da un superiore e deve necessariamente eseguirlo. Avvenne qualcosa di inverosimile dal punto di vista giudiziario ed etico. Il Tribunale venne letteralmente assediato da energumeni provenienti dal Ghetto, tanto che i giudici e l’imputato furono costretti a barricarsi dentro un ufficio, difesi solo da un gruppo di carabinieri in servizio in aula. A quel punto la faccenda assunse dei contorni che dire abnormi è solo una comodità linguistica. Mentre il rabbino Riccardo Pacifici, che coordinava l’occupazione violenta, diceva testualmente al giudice, il quale riteneva necessario lo sgombero dell’aula, “solo il rabbino Toaff può darmi ordini”, si prendeva atto di come una guida religiosa ebraica avesse il potere di opporsi alle richieste di un giudice della Repubblica italiana. L’apoteosi di questa distorsione della legge e capitolazione della giustizia avvenne con l’arrivo del Ministro di Grazia e Giustizia del governo Prodi, Giovanni Maria Flick, il quale con un inghippo da leguleio annullò la sentenza e decretò il ritorno in carcere di Priebke.

Quando le sgallettanti suffragette della Flotilla, accompagnate dei piagnucolosi sopravvissuti alla crociera, squittiscono contro l’interferenza sionista, contro il disprezzo delle leggi internazionali da parte di Tel Aviv, contro i metodi persecutori e micidiali dei militari della Stella di David, devono ricordarsi due cose: la prima è che sono in ritardo nel tempo e nella storia, e la seconda che è troppo facile impegnarsi in maniera rilassata ai diritti altrui, defilandosi da ogni rischio per difendere quelli della propria nazione.

L’importante, a questo punto, è porsi un certo numero di domande, ad esempio, su chi paga queste iniziative, a chi giovano oltre l’apparenza pubblicitaria, quali siano gli intendimenti più equivoci rispetto alle apparenze umanitarie.

Un fatto è certo: i balletti, i tamburi e le marce circensi disonorano una causa come quella palestinese che meriterebbe attori più seri, interlocutori più preparati, ribelli più spregiudicati e più accorti.