“Precisa Churchill con una frase antologica, ‘l’unica cosa che mancherà all’Italia è un’assoluta libertà politica’. Spiega che ‘ci vorranno molti anni’ per raggiungere ‘l’obiettivo’ di una normalizzazione democratica. Nel frattempo, è evidente che ‘questa umiliante’ condizione ‘determinerà uno stato di discordia permanente e la debolezza dei futuri governi italiani’. Insomma, la condanna emanata da Londra nei confronti di una nazione che si è arresa senza condizioni nel settembre 1943 è ormai decisa. Lo stesso Churchill espresse il suo totale disprezzo nei confronti degli italiani ‘traditori e levantini’”.
Questa considerazione sul futuro dell’Italia e sul carattere degli italiani è riportata, con approfondita analisi di documenti e di testimonianze, da José Cereghino e Giovanni Fasanella in “La maledizione italiana”.

In maniera totalmente condivisibile, Galli della Loggia stabilisce un dato temporale preciso per “La morte della patria” – così titola il suo saggio – e scrive che “l’8 settembre è altresì simbolo del fallimento rovinoso”, che definisce peraltro in un certo qual modo quel carattere degli italiani sottolineato con cinica soddisfazione da parte di Churchill.
Una data che è stato il risultato di intrallazzi interni ed internazionali, doppiogiochismo e multigiochismo – per essere più precisi – tra le diverse forze cattoliche e laiche e i referenti anglo-americani anche quelli conflittuali.
“Uno stato di discordia permanente” dalla pressione, ad esempio, da parte del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia (MIS) che nel suo estremismo propugnava addirittura di diventare la 49^ stella americana, oppure quell’indipendentismo sardo che pretendeva il riconoscimento dell’autodeterminazione dell’isola dalla Repubblica Italiana. Per non parlare delle lotte fratricide nel Nord-Est, dove il rappresentante del Partito Comunista Italiano, Palmiro Togliatti, invitava alla collaborazione con le milizie del maresciallo Tito e auspicava l’annessione della Venezia-Giulia alla Repubblica di Jugoslavia. In questo caso, veniva dimostrato, nel piccolo, la caratteristica disfattista rispetto all’idea di patria che veniva manifestato nel grande, ovvero che “la quasi totalità delle forze protagoniste della resistenza si ritrovavano schierate contro lo Stato nazionale italiano [rappresentate dal] versante antifascista e non avevano alcuna comune idea di nazione e di patria”.

Ora ci si meraviglia delle manifestazioni antinazionali contro la mite adunata degli alpini fino alla più radicale negazione dell’invasione allogena in atto. Esse sono due delle più numerose espressioni di un animo corroso su un carattere opportunista e servile che è stato un buon terreno di coltura della viltà, e di questa Repubblica, ovviamente.
Come l’individuo ha la necessità psichica di formare una propria sana identità attraverso l’ambiente familiare e il confronto sociale, altrimenti finisce in quella condizione che lo psicoanalista Donald Winnicott ha definito con il termine di “falso Sé”, ovvero una personalità insicura ed un carattere difettoso, così il corpo sociale necessita di una propria identità definita dal dettaglio storico e dalle esperienze vissute.
Rileva Galli della Loggia che “Valori etico-politici come l’identità nazionale o come la democrazia, per essere davvero tali, devono necessariamente attenere a una ‘scelta’, a una qualche decisione della coscienza, individuale o di massa, sia pure la più rozza che si vuole, tanto più in quanto si tratti del momento fondativo di quei valori”. Nel caso della nostra Repubblica, nata da “una guerra civile vinta in realtà da uno straniero”, il risultato è stato “la perdita di ogni senso di dignità personale, l’ingaglioffimento un nutrito insieme di servilismo e di anarchia […] una disintegrazione quasi compiaciuta, e comunque fatalisticamente accettata, dell’identità collettiva”. Niente scelta ma solo passiva colonizzazione e dipendenza.

Questa mirata considerazione prettamente politica coincide con quello che – prese le debite distanze strettamente specialistiche – un tempo veniva definito come “disturbo di personalità multipla” espresso a livello sociale. Basti pensare alle correnti di ‘pensiero’ all’interno delle stesse cosche partitiche, alle opposte interpretazioni degli eventi storici in corso, alle sconclusionate manifestazioni di piazza. Il trauma della sconfitta bellica, la rimozione della verità storica, la divisione ontologica delle ideologie stesse hanno frammentato quell’elemento indispensabile di una società vigorosa e vitale: l’idea di un comune destino.
E così si è creata – e si continua a creare – quella isteria di massa rappresentata dalla formazione dei diversi gruppi antagonisti caratterizzati da convinzioni deliranti, paure irrazionali, alterazioni dell’esame di realtà. Queste agitazioni afinalistiche, senza contenuti né politici, né culturali, né ideologici che abbiano un costrutto sufficientemente formato tanto da avere la consapevolezza – per usare le parole di Schopenhauer – di “chi si è e di chi si rappresenta”, procurano solo il risultato sconnesso e squilibrato dell’effetto ‘mandria’.
Proteste contro le leggi di natura, contro la sovranità dei confini, contro la tutela del patrimonio, contro ogni aspetto che rimandi ad una forma definita di identità. L’importante è avere un drappo da sbandierare, uno slogan da recitare, un motivo per marciare. Contro chi e che cosa non è dato sapere.
Non sono da meno le contorsioni burocratiche e le acrobazie comunicative della politica politicante, governativa e non, che confermano con assodata certezza la similitudine tra élite e massa, in un continuum di confusione, di dabbenaggine e di insulsa supponenza.
Si dice che 165 anni fa, un politico piemontese, tale Massimo d’Azeglio, avesse avvertito che “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani” una volta conclusa l’Unità. Ora, invece, dopo inganni, tradimenti e decenni di asservimento – dalla guerra civile alla democrazia in corso – non resta che constatare come “L’Italia è sfatta. Liquidiamo gli italiani”. E siamo a buon punto.