La situazione creata artatamente a Genova in preparazione dell’arrivo degli alpini per la consueta annuale adunata merita di essere analizzata nei toni e nei contenuti riassunti perfettamente nei volantini esposti in certi locali.
A partire dal sindaco per finire sempre più in basso – sempre che sia possibile – alle iniziative estemporanee di gruppi del femminismo militante, è stata tutta una sequela di comportamenti discriminatori nei confronti degli italici pennuti, conditi con allerte sessuali, allarmi sonori e inquietudini più o meno fantasiose. Quello che si evince è stato l’apprestamento di un’atmosfera di patetica lamentosità preventiva su quello che diabolicamente avrebbe potuto accadere alle povere donne indifese di fronte agli attacchi bramosi degli anziani militari, un messaggio volutamente ambiguo e accusatorio da parte di una categoria spaventata in cerca di un accudimento peraltro rifiutato.

“Il femminismo contemporaneo è profondamente autoindulgente e vittimistico” – sottolinea Annina Vallarino – perché “oggigiorno essere una donna forte è giudicato un difetto di carattere [in quanto] non è più eroina colei che riesce a superare le difficoltà, a eccellere e non lasciarsi in lamentele infinite sulla durezza della vita, è eroina colei che subisce e testimonia”.
La cosa che lascia allibiti è la negazione, per esempio, della pericolosità di molta parte degli individui appartenenti a specifici gruppi etnici rispetto alla quota criminale di indigeni per la cosiddetta “cultura dello stupro”, atteggiamento documentato dal confronto tra la giornalista Hoara Borselli e una esilarante Francesca Bubba che di fronte precise domande ridacchia e sogghigna evitando in maniera imbarazzante delle risposte dirette. È la diffusa e abusata tecnica manipolativa in molti dibattiti di natura per così dire pruriginosi dove molti si lasciano andare ad “una retorica insincera che offre una scappatoia e fa evitare l’onere di dover rispondere”.

Qui, tra maschi tossici, tra patriarcati inesistenti, tra stupri oculovisivi, tra percezioni prevaricatrici e altre isterie del femminismo postmoderno, ci sarebbe da divertirsi a compilare schede cliniche di vari disturbi e delle alienazioni più disparate. Decostruire la mascolinità, superare gli stereotipi di genere, applicare l’intersezionalità, impegnarsi nella performatività sessuale, sostenere la fluidità identitaria, sono solo alcuni degli indirizzi ideologici che sono alla base del cosiddetto “diritto di auto-identificazione”. In nessuno dei corposi testi di psichiatria e di psicoanalisi sui quali ognuno di noi ha sudato nelle varie specialità, si trovano simili indicatori patologici.
Ma dato che “la situazione è grave, ma non seria”, come disse Ennio Flaiano, è opportuno inoltrarsi in argomentazioni più leggere, lasciando perdere la saga della misandria ancora in corso a Genova e passare dalla “creazione della vittima funzionale a questa società, devirilizzata e defemminilizzata in cui non ci sono più eroi”, per usare le parole di Claudia Placanica, al riconoscere invece l’eroismo di qualche alpino e ammettere anche la personale vigliaccheria e la spinta alla diserzione che ha caratterizzato fin dalla giovane età lo scrivente.
Ho sempre avuto il massimo rispetto sia degli alpini che delle forze armate in generale per la dedizione alla causa, per i loro sprezzo del pericolo e per la loro riconosciuta predisposizione all’abnegazione.

Dico questo assumendomi pienamente la responsabilità per il mio cinismo maschilista e per la innata predisposizione alla discriminazione.
“Basta una sbirciatina per sentirsi violata”, “È sufficiente uno sguardo per sentirsi stuprata”, “Anche una parola gentile può essere un segnale di seduzione”, “Un complimento è già molestia”, che allora agli alpini, secondo un paio di lamentele propinate sui social, dovrebbe essere accreditato un alto livello di eroismo e di dedizione, come nel caso di una che ha riferito di esserci sentita nuda di fronte agli occhi dei citati pennuti. Se ciò è avvenuto, nonostante la donna in questione fosse a rischio di una denuncia per oltraggio al paesaggio o, quanto meno, di molestie ambientali, i curiosoni sessualmente tossici devono avere il massimo riconoscimento da parte di tutta la categoria aviofornita e aviofunzionante.
Nulla è accaduto però. Sempre in attesa delle informative del Ministero degli Interni su eventuali stupri, fischi o magari addirittura intrepide mano-morte, a dimostrazione che il tasso alcolemico non ha prevalso sul buon gusto e sull’impeccabile raffinatezza.
Ha Scritto Natalia Aspesi: “Amo le donne che si danno da fare, che non perdono tempo dietro i fischi dei muratori”. Sembra invece che, da parte del comitato “donne che non hanno niente da fare”, sia stato inoltrato un esposto all’organizzazione degli alpini per la mancata considerazione maschiona nei loro confronti. Staremo a vedere il risultato delle accurate indagini.