Un tempo c’era il duello, un vero e proprio rito con un rigoroso cerimoniale. Il combattimento che avveniva tra due persone – l’offeso nella reputazione, nell’onore, nella dignità, e l’insultatore, l’arrogante, il denigratore – veniva formalizzato in ogni particolare da quelli che erano chiamati ‘padrini’, uno per ciascuno, al fine di stabilire l’ora, il luogo, l’arma da usare e il limite dello scontro da mantenere.

Due duelli famosi meritano di essere ricordati. Quello del 29 marzo del 1915 tra due socialisti, Mussolini e Treves, motivato da reciproche accuse di incompetenze e fatto concludere dai padrini dopo venticinque minuti riferiti come violenti con conseguenti ferite e contusioni reciproche. Quello dell’8 agosto del 1926 che avvenne tra due scrittori, Ungaretti e Bontempelli, nel giardino di casa di Pirandello e a causa di reciproche polemiche letterarie e di uno schiaffo da parte del secondo; una ferita al braccio di Ungaretti pose termine alla sfida e subito dopo si riconciliarono.

Prima ancora di questi due eventi, il duello prevedeva quella che si può definire una ‘gerarchizzazione’ della sfida, in altri termini doveva sussistere una parità nella scala sociale non determinabile dal censo ma solo dal valore del retaggio familiare. In senso molto pratico, un aristocratico non avrebbe mai accettato la sfida di un plebeo, in quanto comunque insufficiente a vendicare l’oltraggio da parte di un inferiore di rango, quindi assolutamente da non prendere nemmeno in considerazione il comportamento di quest’ultimo. Insomma, per dirla in termini nazionalpopolari, valeva la massima che “Raglio d’asino non sale in cielo”, ovvero che le critiche, gli insulti, le offese e le stupidaggini proferite da persone maleducate, ignoranti o astiose non hanno alcun valore e non scalfiscono chi è superiore per cultura, per intelligenza, per posizioni di potere o per stile di vita.
Tutto questo andava bene quando ancora era intimamente sentita quella motivazione ormai andata progressivamente a consumarsi, a trasformarsi spesso in un concetto raffazzonato che quando va bene scatena l’ironia e quasi la compassione, quando va male si arriva addirittura al disprezzo: il senso dell’onore.
Due dispositivi lo hanno pesantemente invalidato: la democrazia, che con la superstizione egualitaria ha definito per statuto quella parificazione che tutto mette sullo stesso piano, per cui l’onore è stabilito per legge. È il tempo perfettamente descritto da Léon Bloy nel quale tutti sono addomesticati e nessuno è padrone di se stesso, il tempo in cui gli uomini “corrono dall’avvocato mentre gli stanno violentando la madre”. Quel tempo, poeticamente cantato ne “La Vandeana”, con “i cieli devastati dai giudici plebei, dall’odio degli inutili e dal pianto degli dei”. Tutto appiattito nella scomparsa della dignità e del decoro.
Poi, in aggiunta, l’etica cristiana con l’esaltazione del perdono e l’approvazione del pentimento – “perdona loro perché non sanno quello che fanno” – che ha introdotto il criterio del giustificazionismo e del perdono cosicché, tra una indulgenza per i comportamenti e una remissione dei peccati, anche la viltà e il tradimento hanno perduto la patina della vergogna e della infamia.
Ecco allora arrivare, come surrogato di quello che un tempo veniva lavato col sangue, la giurisprudenza, che prevede la depenalizzazione del reato di offesa dell’onore o del decoro di una persona in un illecito civile da smacchiare con un risarcimento danni e sanzioni pecuniarie.

C’è un personaggio noto che rivendica ad ogni piè sospinto questa sua prerogativa giustizialista nei confronti degli ‘haters’ – per lui, definirli denigratori, molestatori, insolenti, ingiuriosi, provocatori, disturbatori o insultatori non fa fine – e che ha attivato uno stuolo di avvocati per sbirciare nei suoi social e poi denunciare le miserie umane che lo offendono. Il meccanismo è diabolico. Quando arriva loro la cartolina verde del Tribunale, gli avvocati propongono di andare in giudizio o di risolvere il tutto con un congruo versamento in denaro. Ovviamente, gran parte di questi, per evitare spese legali spesso insostenibili, accettano il compenso richiesto, e così, il Robin Hood dell’informazione, che pretende attraverso queste operazioni di insegnare la buona educazione, esprime con plebea soddisfazione il raggiungimento della dovuta quota di danaro per spendere in moto, automobili e divertimenti vari. Insomma, un insulto val bene un bonifico.
È così che la contemporaneità fa finta di difendere una sedicente onorabilità, mentre tutto si risolve con il vil denaro e la contrattazione mercantile. Nel comportamento indicato, non c’è il principio antico di “Parcere subiectis et debellare superbos” – risparmiare i sottomessi e abbattere i superbi – ma di agire con superbia per infierire sui miserabili, confondendo con ciò di chi ha più miseria da manifestare.
Se qualcuno ha la briga di contestare un simile comportamento ecco che scatta il moralismo accattone del benpensante piccoloborghese il quale rivendica l’attuale civiltà rispetto alla barbarie della vendetta, esalta il progresso rispetto alla arretratezza e l’educazione rispetto alla brutalità. In realtà, “Il commercio sovrasta ogni cosa” – riconosce Jack Donovan – e così tutto ha un prezzo, anche la discutibile e trattabile dignità.