“I capitalisti sono obbligati dalla concorrenza ad aumentare la produttività, ossia a diminuire il costo unitario delle merci prodotte, sono così costretti ad aumentare l’uso delle macchine. D’altro canto i capitalisti ricavano un profitto dal lavoro operaio che hanno comunque, come per qualsiasi loro voce di spesa, interesse a pagare il meno possibile, tendenzialmente non più del livello di sussistenza. La presenza di un gran numero di disoccupati è funzionale all’esistenza stessa del sistema capitalistico poiché, alimentando la concorrenza tra gli operai, garantisce un basso livello di salari opponendosi alle rivendicazioni di aumenti salariali che diminuirebbero ancor di più il profitto per il capitalista”.

Questo riassunto minimalista di una più lunga e approfondita analisi del lavoro e dei suoi dispositivi – tratto esattamente dal I libro, sez. VII, cap. 23.3. Il Capitale, trad. it., II tomo del I volume, p. 187 –, serve ad introdurre un problema che interessa la questione lavorativa allogena di Fincantieri, con un recente intervento di un rappresentante bengalese che rivendicava il fatto che senza di loro, senza la sua comunità, il complesso cantieristico tracollerebbe in poco tempo.

A prescindere dalla realtà o meno delle affermazioni di questo rappresentante, e dal supporto ideologico che una sinistra penosa ed equivoca offre ad una simile falsa interpretazione di alcuni fatti – il supporto economico indotto, l’apporto multiculturale, la volontà di integrazione ed altre amene fantasie – in nessun caso le parti in causa si rendono conto di essere utili idioti del capitalismo transnazionale.

Quando Marx, riferendosi specificamente ai lavoratori provenienti dall’Irlanda, inventa quel concetto di “esercito industriale di riserva” per far comprendere come l’immigrazione venga spesso utilizzata come una “massa di lavoratori disoccupati o sotto-occupati a disposizione del capitale […] costretta ad accettare salari bassi e scarse tutele per frenare le rivendicazioni salariali dei lavoratori locali e aumentare l’accumulo capitalista”, ha ben chiaro come una simile situazione non può che determinare un peggioramento su due fronti: quello degli allogeni, più frustrati e ricattabili, e quello dei indigeni, insofferenti verso coloro che si rendono complici di una ridotta o mancata contrattualità e del peso sociale che determinano in termini, genericamente intesi, di welfare.

Ma la cosa più preoccupante è l’ignoranza diffusa, accettabile nei primi per un’assenza di base culturale, intollerabile nei secondi a causa di un sottofondo di idiota complicità e di cieca ideologia. Tutto questo è ampiamente dimostrabile nell’ormai famoso saggio di Schwab che senza remore e senza il minimo pudore, scrivete testualmente: “[Ci sarà] un mercato del lavoro sempre più segregato con la presenza di due categorie di lavoratori: un’altamente qualificata retribuita, l’altra con un basso livello di competenze e remunerazione”. Il cambiamento complessivo dell’economia e del lavoro ad essa legato, il comportamento dell’azienda e dei dipendenti avrà un mutamento radicale. La descrizione delle trasformazioni in atto che dà il fondatore del Forum di Davos non lascia spazio ad interpretazioni né a fraintendimenti: “Non infatti obblighi da parte del datore di lavoro in termini di salario minimo, oneri fiscali e contributi previdenziali, poiché le piattaforme di intermediazione classificano la forza lavoro disponibile come lavoratori autonomi. […]. Non essendo lavoratori dipendenti, non bisogna neanche confrontarsi con questioni e regolamentazioni di natura giuslavoristica”.

Un trucco eccellente è stato denunciato dal filosofo coreano Byung-Chul Han e precedentemente strutturato dallo psicoanalista Jacques Lacan quando, con il suo “discorso del capitalista”, spiegò esattamente come questa mentalità commerciale avesse l’interesse assoluto, oltre a quello economico, di agire sulla psiche e sulle coscienze.

Con una precisa operazione di distorsione dei due dispositivi indicati, il capitalismo ‘convinse’ il lavoratore a liberarsi dal padrone e a rendersi autonomo, imprenditore di se stesso. Alla fine, liberatosi dalle costrizioni esteriori, diviene soltanto uno schiavo di se stesso, “Un lavoratore che sfrutta se stesso per la propria impresa”. Niente più lotta di classe per pretendere garanzie ed esigere il dovuto riconoscimento per le proprie competenze, ma solo una spasimante lotta con se stesso per dimostrarsi capace e, contemporaneamente, meritevole di successo e di considerazione.

Questa manovra era già stata messa in atto durante il periodo della farsa pandemica con l’istituzione dello “smart working”, che molti disastrati neuronali avevano visto con una manna di indipendenza e di comodità, mentre già nel 2021 Savino Balzano aveva avvistato la trappola per cui “l’obiettivo, mascherato con buoni propositi, è quello di porre i lavoratori in una condizione di subalternità, massimizzare lo sfruttamento, far sì che la produzione sfondi l’uscio di casa e invada gli spazi solitamente riservati all’intimità e la cura di sé”. Contemporaneamente, la perdita del contatto in presenza produceva anche una difficoltà nei rapporti di solidarietà e di condivisione di fronte ad eventuali sopraffazioni e angherie.

A questo punto il quadro dovrebbe essere sufficientemente chiaro: la manodopera migratoria è una nuova forma di schiavitù neoliberista applicata su miserabili della terra e questi, a loro volta, influiscono pesantemente sui rapporti economici e contrattuali nei confronti dell’azienda.

Il capitalismo transazionale gode alla grande a vedere i poveri che si scannano tra loro e gli imbecilli di una sinistra fallimentare e ignorante che non comprende le mosse del nemico e patologicamente le avvalla.

Georges Sorel, il teorico del sindacalismo rivoluzionario, cinicamente sghignazza a osservare un Landini che non solo non coglie la sua volontà di rottura violenta col capitalismo e col riformismo parlamentare, ma addirittura marcia con gli invasori e con i distruttori del lavoro e dello Stato sociale.

La globalizzazione è una strategia capitalista e chi la avalla o è un cretino o è un complice in ogni caso è sempre uno di sinistra.