Questo titolo appartiene al filosofo sloveno Slavoj Žižek che nel suo saggio si pone una domanda cruciale: “Nati come costruzione ideologica a salvaguardia del privilegio, i diritti coprono e legittimano l’imperialismo occidentale, gli interventi militari, la sacralizzazione del mercato, l’ossessione del politically correct. Ma a volte sono sfuggiti al controllo del potere, producendo effetti reali, cambiando il corso della Storia. La domanda è: ci si può ancora appellare ai diritti umani per far vacillare i possenti bastioni da disuguaglianza”.

La risposta scontata è no. Ogni rivendicazione di diritto ha in sé il rischio della sopraffazione rispetto non solo ad un altro soggetto, ma alla stessa legge dello Stato e della natura.

Žižek per certi versi, complica e inquina questo problema da una prospettiva psicoanalitica che necessariamente, per sua stessa natura, si defila dalla semplice – ma non semplicistica – analisi sociologica.

Purtroppo molti anni fa, in una delle serate significative a Varese, il professor Giulio Maria Chiodi con l’intelligenza e l’ironia che lo caratterizzano disse che per sovvertire l’ordine retorico e mistificatorio che inquina la mentalità contemporanea basterebbe radicalmente abolire il termine ‘diritto’. La prospettiva personale e delle relazioni muterebbe in maniera risolutiva.

Banalmente: non più diritto alle ferie, ma dovere di lavorare; non più diritto all’istruzione, ma dovere di studiare; non più diritto di parola, ma dovere di conoscenza e così via via, negando e affermando.

La bulimia dei diritti ha portato inesorabilmente all’anoressia dei doveri. La massa è stata ingozzata dal diritto al godimento che è ben altro rispetto al diritto del piacere e anche del benessere. Žižek, da lacaniano, accenna al concetto psicoanalitico del maestro francese: ‘jouissance’, quindi, un godimento come soddisfazione impulsiva, insensata e pericolosa che oltrepassa di gran lunga il piacere per diventare uno stato rovinoso e distruttivo.

Il diritto individuale e, per esempio, quello legato alla tecnologia, non sono forse la dimostrazione che senza una corrispondenza di doveri si finisce nella profanazione di ogni legge umana e di ogni ordine di natura?

Per il primo basta considerare il diritto alla maternità, che se non possibile in maniera spontanea esso viene soddisfatto attraverso la cosiddetta maternità surrogata, che altro non è se non la compravendita di un bambino da parte di chiunque purché abbia disponibilità economica per l’acquisto dello stesso.

Per il secondo è sufficiente riflettere sulle pratiche della manipolazione genetiche, sulle modificazioni ormonali che permettono il cambiamento delle caratteristiche sessuali secondarie per inseguire una propria identità secondo un discutibile sentire.

Nel momento in cui viene sovvertito quel “rapporto bi-univoco tra i diritti e i doveri [che] produce un equilibrio” (Gustavo Zagrebelsky) ogni voglia può essere espressa e ha il diritto di essere soddisfatta. All’interno della prevaricazione dei diritti, quando questi diventano ingordi e inesauribili – peraltro sempre insoddisfatti, soprattutto per quei bisogni indotti da minoranze agguerrite e supportati da poteri deboli e inetti – c’è sempre la diserzione da ogni responsabilità.

Zagrebelsky non ce la fa, un po’ per ideologia e un po’ accondiscendenza al mainstream, ad affondare il coltello in questa piaga della contemporaneità. Mette subito le mani avanti sottolineando come anche la prerogativa dei doveri ha delle conseguenze non indifferenti che si concretizzano nel sistema autoritario. Ma questa è una scappatoia dialettica. Senza voli filosofici o parabole metafisiche, abbassiamo la nostra considerazione al più semplice e comprensibile esempio del diritto alla guida dell’automobile. Questa prerogativa è riconosciuta a tutti, con il dovere ineludibile di conseguire la patente. Per ottenerla e indispensabile un esame teorico e pratico, e per mantenerla il dovere di rispettare il codice della strada. Il minimo sindacale, come si suol dire, tra diritto e dovere.

Se iniziamo a comprendere come questi due dispositivi legali ed etici debbano necessariamente coincidere secondo un principio di reciprocità, allora tutto sarà più chiaro e indiscutibile. Anzi, per certi versi, questa corrispondenza bi-univoca può essere anche visualizzata come i due piatti della bilancia, o come dei vari comunicanti: più aumentano i diritti e più, in maniera direttamente proporzionale, devono aumentare i doveri.

Lo stesso identico discorso e applicabile per quanto riguarda il diritto di cittadinanza, un mantra dell’accoglienza che se non fosse pericoloso sarebbe semplicemente di una noia mortifera.

Il diritto non può essere inteso con una certificazione di buona volontà o di nascita fortuita, ma come la consapevole interiorizzazione di norme, di principi, di valori che non possono neanche lontanamente essere patteggiabili.

Quando i soliti patetici tromboni dell’integrazione starnazzano su questa opportunità fantasiosa, dovrebbero prendere come esempio lo stile della Legione Straniera. Ad essa possono aderire individui di ogni razza, di ogni ceto sociale, di ogni credenza, con qualunque curriculum, purché giurino – prendendo atto delle conseguenze gravissime in caso di tradimento dell’impegno stesso – totale fedeltà alla Legione e alla Francia e l’incondizionata disponibilità a morire per esse.

Ogni diritto, e quello di cittadinanza soprattutto, deve essere considerato un privilegio con corrispettiva responsabilità, pena la revoca della stessa. Altrimenti, tutta la retorica sui diritti rimane un misto di velleità e di illusorio accomodamento burocratico.

Stabiliamo l’uguaglianza basandoci sui doveri, e ogni velleitario escamotage ideologico finisce per autocensurarsi.