Giuseppe Culicchia, apprezzato scrittore e saggista, attualmente direttore della fondazione “Circolo dei lettori di Torino” è riuscito con questo libro-inchiesta a fotografare non solo il clima ideologico degli anni ’70, ma a focalizzare l’atmosfera di disumanità e di latente ferocia che ha caratterizzato il pensiero e l’azione di quel tempo. Lui, partendo da un album di famiglia comunque opposto, quale cugino diretto di quel Walter Alasia che venne ucciso in uno scontro fuoco con la polizia, in quanto combattente delle Brigate Rosse – al quale, peraltro, la stessa organizzazione dedicò una colonna – è riuscito affettivamente a far sentire lo spirito dell’epoca, i drammi umani, la distruzione delle anime e delle speranze.

 

 

Aldilà della componente emotiva che si percepisce nelle sue pagine, c’è anche un’importante documentazione dell’omertà mafiosa, dell’indifferenza complice, della supponente intoccabilità che ha permeato la magistratura, l’informazione, la setta intellettuale e i salotti della borghesia.

Si va da il procuratore di Corte d’appello Luigi Bianchi d’Espinosa che il 10 gennaio del 1972, all’apertura dell’anno giudiziario, dichiarò: “Il nostro sistema giudiziario impone a qualsiasi magistrato di operare in maniera antifascista”. Non male per tutti i togati che hanno gridato allo scandalo quando Silvio Berlusconi denunciò le toghe rosse. Evidentemente, il tarlo della parzialità era già che ben insinuato nell’ambito dell’(in)giustizia.

Per quanto riguarda l’informazione, emerge a tutto campo il vergognoso quotidiano clericale “Avvenire” che commentando l’aggressione a Sergio Ramelli mischiò, in maniera schifosa, terminologie di discredito a vere e proprie menzogne, e per questo rimane esposto al pubblico ludibrio proprio in quanto punto di riferimento di certa sovversione cattolica.

La setta degli intellettuali è sempre in buona salute, e all’epoca si distinse in più occasioni: dalla famigerata accusa pubblica contro il commissario Calabresi, con ben 757 firmatari del calibro di Franco Basaglia, Norberto Bobbio, Camilla Cederna, Lucio Colletti, Fulvio Colombo, Paolo Mieli, Tiziano Terzani, Bruno Trentin e via via senza pudore, tranne poi, a distanza di anni, molti di loro a scusarsi, o dire di non ricordarsi, defilati come nelle migliori tradizioni partigiane.

Molto tempo deve passare prima che arrivi, come giudice istruttore, un tale Guido Salvini, che l’autore del libro descrive con me un ex aderente “ad un piccolo gruppo di sinistra” denominato Movimento Socialista Libertario “di tendenze anarchiche”. È lui, assieme a Maurizio Grigo, che con determinazione e professionalità, aprì uno squarcio nel sistema omertoso, scoprendo mandanti, esecutori, fiancheggiatori, fino ad arrivare a spiccare precisi mandati di cattura. È lo stesso Salvini che dichiarò come “Il nostro fu un lavoro difficile. C’era un muro di omertà”. Quell’omertà che caratterizza la mafia antifascista, con i capi bastone che ordinano e i picciotti che eseguono, in nome di una solidarietà sanguinaria e cinica.

Anche in questo caso, da Rossana Rossanda a Luca Cafiero, da Gad Lerner a Mario Capanna, da Aldo Aniasi a Ludovico Geymonat, molti rappresentanti della cricca intellettualoide prese posizione alimentando dubbi, sottostimando gravità, sibilando giustificazioni.

A livello giudiziario, gli ormai inseriti professionisti nella cerchia dell’arrivata borghesia, oltre a esibirsi in discutibili lettere di contrizione, si resero disponibili ad un risarcimento di 200 milioni di lire, non poco per l’epoca, tentando in maniera un po’ maldestra di quantificare la morte di ragazzo inerme. Ma la madre rifiutò.

Questo libro di Culicchia deve essere letto. Può essere interpretato come la descrizione di un male contro il quale bisognerebbe impegnarsi per far prevalere il bene. Culicchia è bravo, lo apprezzo, sperando di poterlo incontrare a Torino, ma io, che notoriamente non sono un sentimentale, non sono neanche un ottimista.

L’Autore termina il suo lavoro rivolgendosi a Ramelli: “Sappi solo che ho cercato, dalla prima all’ultima pagina, di essere onesto. Ciao, Sergio”. Io credo semplicemente che l’onestà, purtroppo, soprattutto quella di sinistra, sia una cosa rara. Durante la vita, sembrerà strano, ma l’ho trovata soltanto in quei compagni che potevano documentare di averla vissuta fino all’estreme conseguenze – da Renato Curcio a Nicola Valentino ad altri più o meno strutturati nelle Brigate Rosse. Gli altri, i sinistri dell’ultima ora, gli ex grigi impiegati di concetto, gli origliatori del sentito dire, i nostalgici della guerra civile mai vissuta, propugnatori dell’odio su commissione, quelli che “sognano sogni di altri sognatori” – per dirla alla Gaber – non sanno cosa sia né l’onestà intellettuale né il coraggio del confronto.

E ne abbiamo di questi fenomenali odiatori, da Mario Imbimbo a Paolo Berizzi, da Roberto Vecchioni a Tomaso Montanari: dal punto di vista simbolico, rigettano il male al di fuori per poter tacitare il male al loro interno.