Elena Pulcini è stata una grande filosofa delle scienze sociali ed alcuni suoi saggi dovrebbero costituire il breviario per qualunque studio dei più diversi comportamenti all’interno del sistema democratico.

Quando lei sottolinea come “debolezza, mediocrità e medietà” siano “le caratteristiche peculiari della struttura emotiva dell’uomo democratico”, e conferma in questo modo, con l’aspirazione egualitaria alla mediocrità dell’esistenza generale, la rinuncia alla “intensità delle passioni aristocratiche, come la gloria e l’onore”, offre degli accurati strumenti di interpretazione e di analisi critica dell’esternazioni dei sedicenti intellettuali del pensiero contemporaneo, o più precisamente delle opinioni in auge.

Senza citare alcuni personaggi assurti a ruolo di guru dalle esternazioni intoccabili e dai pareri venerabili – inclusione, umanità, tolleranza, solidarietà, ospitalità ed altre amene predisposizioni all’amore incondizionato globale – sono due aspetti importanti che alcuni di loro hanno quasi simultaneamente affrontato.

Il primo, per certi versi il più innocuo, riguarda la possibilità o meno di accedere al mondo dell’arte e della sua esposizione. In questo campo le contraddizioni emergono in maniera più chiara e incontestabile. Da un lato, per quanto riguarda il sistema delle mostre, affermano giustamente che non è ammissibile che ci sia sempre l’impegno amministrativo e logistico pubblico – onere della spesa –, mentre su delega delle stesse istituzioni sia il privato ad ottenere il guadagno dalle stesse – beneficio dell’incasso. In contemporanea a questa condivisibile critica, c’è l’accusa esplicita al governo di non sostenere economicamente e con efficacia la cinematografia, quindi pretendendo che l’accesso alle mostre sia gratuito per “distribuire la conoscenza al popolo”, mentre per il cinema deve necessariamente essere considerata la sovvenzione dello Stato, anche a botteghino fallimentare. In questo caso però, il fallimento è legato solo a una scadente educazione voluta dal sistema, per mantenere il popolo nell’incapacità ad apprezzare i grandi valori delle regie omologate. Così, in una melassa retorica di “libera critica”, di “cittadini involontari critici d’arte”, “del pubblico che deve essere progettuale”, si negano le considerazioni di un Lukács quando parla dell’arte ridotta ad “estetica borghese per parassiti oziosi”, o di un Quintiliano secondo cui “Docti rationem artis intelligunt, indocti voluptatem”, o l’amico Gaber per il quale “La cultura per le masse è un’idiozia / La fila coi panini davanti ai musei mi fa malinconia”. E così, magari con la mistificazione, l’ansia di approvazione del popolo viene al momento sedata con la genuflessione al mito del mimetismo democratico.

Il secondo aspetto che interessa in qualche modo la scomunica di ciò che è alto, irraggiungibile per la media, è l’analisi diffamatoria dei monumenti. Non c’è un condottiero, un conquistatore, un politico, addirittura la statua di un giornalista – Indro Montanelli – che non sia stata oggetto di vandalismo e di vilipendio, insieme a Umberto I, Cristoforo Colombo, Edward Colston, generali sudisti. Come quella mia già citata conoscente che nell’ambito di un discorso sulla bellezza di Letizia Casta, in quel momento presa a testimonial della Marianne, disse: “sarà, ma ha le caviglie grosse”, il migliore, il riuscito, colui che esprime con la sua vita, con la sua persona e con le sue opere la volontà di potenza – per dirla alla Nietzsche – deve essere ridimensionato alla bassezza e alla meschinità condivisa nella ricerca costante di errori, difetti e debolezze. L’obiettivo – come specifica Elena Pulcini – è uno: “Gli uomini devono soltanto ammettere la propria debolezza, la propria mediocrità, devono accettare il fatto di essere dotati non di nobili ed eccezionali qualità, ma di un’anima comune”.

In questa economia della bassezza, tutto è in mano ai falliti, alle vittime, ai reietti. Al momento opportuno, i cantori del risentimento e della vendetta postuma giustificano la politica woke e la cultur cancel, in nome del pentimento e dell’inesauribile risarcimento.

Ai grandi che hanno fatto la storia, hanno costruito civiltà, hanno combattuto per un’idea di grandezza viene imputato il cinismo e un disinteresse per l’equivoca umanità. I dissacratori di ogni grandezza comunque non riconoscono la difficoltà di certe posizioni, né nel raggiungerle e né nel mantenerle. Valgono per questi due annotazioni di importanza strategica. La prima di Nietzsche che avverte come “Quanto più la vita cresce in altezza, tanto più si fa dura – aumenta il gelo, aumenta la responsabilità; la seconda di Jünger il quale annota come – nelle arti, nella musica, nella politica, nella cultura in generale – “Uno dei caratteri peculiari del nostro tempo e che le scene più significative sono legate ad attori insignificanti”.

Un grido di globale risentimento unisca le masse transfrontaliere dell’woke e della cultur cancel: falliti, vittime e reietti di tutto il mondo, unitevi!.