Antifascisti sì, ma non comunisti. Questi ultimi avevano come fondamento un’ideologia che seppur discutibile era comunque una visione del mondo verso la quale orientare la grande civiltà occidentale. Loro non avevano in mente di smobilitare i canoni di questa civiltà, ma piuttosto di incanalarli dopo averli ripuliti da tutti i residuati di una mentalità opportunista e disfattista che ritenevano appartenente alla deviazione borghese.
Sicuramente il comunismo ha rappresentato una tragedia per milioni e milioni di persone nella sua applicazione concreta, per cui per certi versi ha ragione il filosofo brasiliano Olavo de Carvalho che scrisse come “Il comunismo non è un ideale che è degenerato. È una degenerazione che è stata venduta come un grande ideale”. Ma è stato, comunque, un movimento politico che rimarrà nel bene e nel male nella storia dell’uomo.
Un suo errore, che si potrebbe definire psicologico prima ancora che politico ed economico, è stato quello di non essersi reso conto che il proletario era stato ed è soltanto un borghese mancato.
Tant’è che nel corso dei decenni si è assistito a quella che viene definita ‘eterogenesi dei fini’: il proletariato si è liquefatto davanti alle seduzioni materialiste, e la seduzione materialista è stata supportata e diffusa in maniera infiltrante dal capitalismo che si voleva sconfitto.
Ha vinto la finanzia apolide e, con essa, “l’odierna sinistra altro-mondialista, bigottamente globalista e infantilmente anti-nazionale” (Giovanni Sallusti).

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La catastrofe comunista ha permesso il fiorire e lo svilupparsi di semi patogeni come “l’ideologia Woke e il politicamente corretto”; il “gretinismo” e l’“eco-sovietismo”, un “nuovo feticcio distopico per la sinistra millennial fa le veci della società senza classi, costi quel che costi”; l’“utopia diversitaria” con l’apologia di tutte le differenze a discapito dell’uomo occidentale e il “culto dell’Altro purchessia. […] L’immigrato astrattamente ed esoticamente inteso [e] il membro della comunità Lgbt idealizzato come tale, incatenato alla sua sessualità”.
Mentre il vecchio Partito Comunista – quello del Peppone di Giovanni Guareschi – restava ancorato a questo Occidente nonostante i suoi difetti, seppur sottoposto anche a feroci critiche con l’obiettivo di modificarlo e di migliorarlo, questa sinistra fluida, incorporea e senza spina dorsale, rincorre tutte le mode più astruse e le suggestioni più ridicole.
“Il Vecchio Comunista era convintamente, addirittura arrogantemente oicofilo, strenuo difensore di una precisa identità individuale, familiare e sociale. La nuova sinistra non sa più chi è, né dove vuole arrivare, annaspando in maniera convulsa nel mare inquinato della fluidità borghese”.
“Ecco, il Radical Chic rappresenta nell’evoluzione (involutiva) della sinistra lo ‘stato di crisi’ kuhniano, il momento in cui il paradigma del Vecchio Comunista inizia a sgretolarsi”.

Dalla degenerazione della borghesia fiorente e costruttiva alla classe sterile e parassitaria, e dalla decostruzione dell’ideologia comunista dottrinaria e idealista alla sinistra astrusa e visionaria, è nata quell’entità informe e confusa che raccoglie alla rinfusa la tipologia ‘umana’ che va sotto il termine di radical chic.
Vergognandosi dei propri posizionamenti sociali, questi soggetti esibiscono delle apparenze antisistema e anticonformiste, quando in realtà sono perfettamente organici e confacenti alle indicazioni che il sistema stesso stabilisce per loro. I comportamenti sono usualmente isterici e profondamente falsi, in quanto evidenziano le loro contraddizioni e le loro assurdità tra ciò che programmano e da come essi agiscono, perciò sono supportati da un’intrinseca doppia morale, con la scontata conseguenza che il loro “pietismo di maniera nasconde il profitto capitalistico”.
Vivono in una realtà tutta loro che ricorda i salotti della Milano bene degli anni 70, come quello della sedicente contessa Giulia Maria Crespi – Indro Montanelli la definì “dispotica guatemalteca” – per la sua estasiata attrazione e incantato supporto ai diversi movimenti extraparlamentari di sinistra, alcuni dei quali poi concretizzarono le loro posizioni antisistema in bande armate.
La “Zarina”, allora, civettava con i gruppi rivoluzionari comunisti milanesi, nonostante che l’Italia fosse in balia di quotidiani eventi sanguinari, mentre ora non ci sono più contesse né zarine, ma inconsistenti figuranti senza cultura e senza storia.
Gli attuali cascami dell’antica borghesia rossa, parassitaria e politicamente blasfema, sono quelli che affollano i gruppi antagonisti, rispondendo a qualunque domanda secondo la logica della “doppia morale”, quindi decidendo chi sostenere, assolvere o condannare a seconda della motivazione più corrispondente al proprio vuoto interiore.
E proprio il fatto di rifiutare qualsivoglia tipo di radici, che diano un senso e un valore ben definiti al loro pensiero e alla loro esistenza, li portano a confluire nella melassa contraddittoria e ambigua che si agita senza la minima dottrina, potendo così giustificare ogni sorta di incoerenza. In questo modo possono inneggiare alle rivolte, alle distruzioni e all’immigrazione e contemporaneamente sventolare la bandiera della pace e i vessilli della moderazione e della prudenza.

Per il fatto di essere ripuliti e ipocritamente moderati, “i loro sentimenti sembrano meno brutti di quelli dei loro avversari, perché sono di minore entità; ma, guardati al microscopio, sono meno amabili”. La loro malleabilità morale e la fluidità dei loro principi sono dimostrate del fatto che le loro parole sono solo una finzione di perbenismo sociale, basta non metterli alla prova.
Un esempio maschile è Alessandro Gassmann, sempre in prima fila a sproloquiare sull’accoglienza e sul rispetto dei sedicenti ‘rifugiati’, tanto da affermare, con l’usuale spocchia che lo contraddistingue, che “La storia giudicherà come abbiamo trattato chi bussava alla nostra porta nel momento del bisogno” – alla ‘nostra’, non alla sua. Al femminile, Francesca Albanese, la passionaria “pro-Pal” beccata a sfoggiare abiti dei brand Loro Piana e Celine del colosso francese mondiale del lusso LVMH (Louis Vuitton Moët Hennessy) che comprende settanta marchi lussuosi e costosissimi dall’abbigliamento alla pelletteria, dai gioielli ai vini ai profumi e via via elencando, mentre le organizzazioni pro-Palestina, dalla Stessa sostenute, chiedono il boicottaggio per i legami finanziari e investimenti attribuiti alla proprietà in Israele.
Per i due citati e molti altri vale la precisazione dello scrittore politico francese Abel Bonnard: “Quando un’opinione non è ricavata dall’esperienza per rimandare all’azione, non è più che un pennacchio di cui l’individuo si orna. […]. Le conversazioni mondane sono gare di vanità: non ci si occupa di una questione secondo l’interesse che si ha per essa, ma per l’importanza che le si prende a prestito”.
Auspico ardentemente che si avveri la profezia di Gassman sulla storia che giudicherà, solo che a quel punto, cari miei moderati, borghesucci, radical chic, per l’ennesima volta nella storia tenterete di “negoziare con delicatezza” o “disertare in punta dei piedi”. Spero, però, che in quel momento di giudizio della storia non vi si dia scampo come accaduto in questi ultimi decenni e in quelli passati. La Storia non è cosa vostra, al massimo qualche scampolo di cronaca mondana.