È una domanda non cavillosa, né tantomeno tendenziosa, ma un interrogativo ragionevole di fronte alla denuncia di un giovane padre dal nome Francesco Perboni, portavoce di altri genitori (il video è reperibile sul sito di Pro Vita&Famiglia dal titolo “Gender al nido ai bambini sotto i tre anni”) sull’operazione di condizionsamento mentale gender negli asili nido di tutta Bologna.
Questi genitori hanno chiesto esplicitamente ai pedagogisti di rimuovere alcuni libri sulle famiglie arcobaleno letti ai bambini a loro insaputa. I sedicenti specialisti hanno risposto che c’è un mandato politico e culturale che prevede questa impostazione in tutti i siti dell’infanzia del Comune.
Loro giustamente, in opposizione all’impostazione ideologica e discutibilmente pedagogica dell’iniziativa, hanno deciso di mandare i figli in scuole private per toglierli dall’indottrinamento programmato politicamente e sostenuto da parte di note minoranze attive.
La questione della manipolazione ideologica della sessualità – educazione è altra cosa – fin dai primi anni di vita ha tre risvolti particolarmente pericolosi: quello giuridico, quello ideologico, quello politico.

La valutazione della capacità genitoriale è un procedimento di estrema complessità – e lo confermo per un lavoro sul campo professionale di lunga data – che però, a mio avviso, sta assumendo delle pieghe poco rassicuranti.
La Corte di Cassazione, nella sentenza n. 1671 del 2026 ha riconfermato che che i decreti di sospensione o di revoca della capacità genitoriale sono finalizzati alla tutela della salute fisica e psichica del minore, e quindi alla salvaguardata della sua crescita equilibrata ed adeguata. Non deve essere inteso, perciò, alcun intento di punizione nei confronti dei genitori eventualmente inadempienti nella loro funzione.
Tanto è vero che anche di fronte a uno o entrambi i genitori con problemi diversi – da quello psichico a quello della dipendenza tossicologica o a quello socioculturale – le valutazioni sono sempre caute e più che altro finalizzate al supporto e alla motivazione adeguata degli stessi.
“Il giudice non valuta il genitore in astratto, ma osserva il suo comportamento concreto: capacità di cura, stabilità emotiva, attenzione ai bisogni del figlio e capacità di collaborazione con l’altro genitore”. Fin qui tutti d’accordo. Preoccupante è, invece, quando ci si trova di fronte ad imposizione discutibile ma sostenuta da un “mandato politico e culturale” – confermato dai pedagogisti al genitore citato.
Questo perché nella sentenza della Cassazione è stabilito testualmente che “il giudice non è vincolato alle conclusioni dei consulenti tecnici (CTU), ma deve effettuare una propria valutazione autonoma. […] le perizie psicologiche sono strumenti utili, ma non sostituiscono il giudizio finale dell’autorità giudiziaria.
Riassunto: anche di fronte alle risposte positive sulla genitorialità certificate da esperti di varie competenze, il giudice può deliberare in maniera opposta. In considerazione della politicizzazione della magistratura. Come ci si può fidare di magistrati che si attengono all’indicazioni ideologiche per definire se un genitore sia adeguato o no all’educazione dei propri figli? La deriva pericolosa è davanti agli occhi di tutti.

Dal punto di vista ideologico si può definire una data di inizio dell’assetto ‘dottrinario’ di questa strategia sessualista. Precisamente nel 1976, Mario Mieli si laureò con una tesi sull’omosessualità maschile, poi riveduta, corretta e pubblicata nel 2002. Secondo una mia personale valutazione, questo lavoro è da considerarsi un documento psicopatologico di estrema importanza e da prendere seriamente in considerazione. Così pure la raccolta di scritti datati 1976-1981, due anni prima del suicidio del suo autore.
Riassumerli sarebbe un’impresa comunque inconcludente, perché ogni osservazione necessiterebbe di un approfondimento sotto l’aspetto clinico, sociologico, culturale e politico. Un esempio: “La società capitalistica è patriarcale”. Niente di più sbagliato. La società capitalistica è la rappresentante del peggior matriarcato psicoanaliticamente patologico: accudente, giustificante, infantilizzante, castrante e appagatrice delle voglie più disparate a scopo sedativo e di depotenziamento del desiderio, pericoloso e ribelle. Il capitalismo agisce in funzione unica della finanza, e lascia discrezionalità ad ogni tipo di contestazione e di rivoluzione purché siano truffaldine e comunque promotrici di utili economici.
Solo alcune frasi per chiarire l’impianto ideologico di questa strategia distruttiva: “Le bambine sono tutte anche lesbiche, i maschietti sono tutti anche froci”; “La rivoluzione sarà anche liberazione del sadismo e del masochismo e la comunità libera in cui i desideri masochisti e sadici si esprimeranno apertamente”; “Tutti gli eterosessuali sono responsabili delle violenze dirette contro noi finocchi”; “L’amore per Dio e timor di Dio sono il risultato nevrotico di un amore per i genitori censurato dal tabù dell’incesto”. Solo quattro indicatori di minima, e soprassedere sull’invito a cibarsi di merda, e non in senso metaforico, per avere già un quadro psicopatologico e contemporaneamente distruttivo di ogni ordine di natura. Tanto per essere chiari: la coprofagia è un segno di disturbo mentale che va dalla psicosi, al ritardo mentale, alla demenza ecc., e spacciarla come fa Mieli per una scelta gastronomia antisistema e libertaria mi pare piuttosto azzardato.
Mieli distorce inoltre a suo piacimento talune interpretazioni importanti di tipo psicoanalitico e le riduce a clave contro tutto ciò che è norma, è consuetudine, è principio etico.
Su queste basi è constatabile, in tutte le manifestazioni individuali e collettive che finiscono poi nell’ideologia gender, l’operazione di attacco indiscriminato nei confronti di ogni tipo di società esistente, tant’è che Mieli non fa sconti neanche al comunismo, ritenendolo uno dei nemici da combattere. Non poteva mancare l’attacco ad illustri psichiatri e psicoanalisti non aderenti alla sua ideologia, come del resto vengono esclusi dal dibattito sul clima scienziati e premi Nobel per lasciar il posto alla psicolabile Greta Tunberg.

Dal bambino, all’individuo, la famiglia, il processo di disintegrazione delle identità e delle stesse leggi di natura procede in modo implacabile. L’attacco alla famiglia, primo e fondante nucleo politico della società – “la comunità intergenerazionale”, secondo l’efficacia in inquadramento di Frank Furedi –, è con premeditazione e determinazione posto in essere dal potere che gestisce la globalizzazione e la massificazione nel mondo contemporaneo.
La famiglia non è solo biologica, ma psichica, genealogica, storica e culturale perché coinvolge contemporaneamente i presenti e gli ascendenti nel nucleo fondativo. Essa è l’agente di trasmissione di una complessa eredità e la creazione di un condiviso destino. Tutta la questione dell’utero in affitto e dell’adozione omosessuale richiederebbe tempo e spazio non possibili in questo scritto, perché si dovrebbe parlare del disastro inconscio per l’assenza di una identità legittima fino ad arrivare alla deformazione del senso stesso delle funzioni reciproche delle figure genitoriali.
Come giustamente osserva e denuncia Pierre de Meuse, “Ci si accanisce sulla famiglia, non ‘malgrado’ il suo ruolo di trasmissione, ma ‘proprio a causa’ di questo”.

Ecco allora spiegato il perché dell’interferenza da parte dei sedicenti esperti che volteggiano sopra le famiglie per accalappiarsi i figli in nome delle istanze politiche, delle interpretazioni giuridiche e dei ricatti ideologici. Albert Camus, a chi gli chiese a proposito dell’indipendenza algerina per chi avrebbe lottato, lui, ‘pied noir’, disse: “Io credo nella giustizia, ma prima della giustizia difenderò mia madre”.
In questo contesto si può facilmente affermare come, di fronte al mandato politico e culturale di sradicare i figli in nome di un progressismo cinico e negativo , è compito politico e dovere etico di ogni persona degna di essere considerata cittadina di trasmettere i propri valori e i propri principi secondo la legge del proprio retaggio familiare, anche contro le direttive e le sentenze del sistema.
La difesa è per i diritti naturali dei bambini, non per i diritti perversi sui bambini al fine di imporre loro una realtà distorta. Educare secondo natura e tradizione, non istruire secondo ideologia e impostura.