Quando il soggettivo “Perdona loro perché non sanno quello che fanno” entra a pieno titolo nel collettivo, il danno è fatto. Quando, poi, l’azione negativa viene supportata, condivisa e manovrata da una fazione politica, il male diventa un crimine contro la comunità.
È quello che sta accadendo in Francia da qualche giorno dove migliaia di giovani, che la stampa edulcorante e addomesticata declina nel termine di “studenti”, sta mettendo a ferro e fuoco – e non in senso metaforico – città importanti e piccoli centri abitati, incendiando i licei, bruciando auto della polizia i camion dei vigili del fuoco, ferendo una quarantina di presidi, aggredendo qualche insegnante donna, assaltando negozi di abbigliamento sportivo, ferendo diverse centinaia di poliziotti ed altre amene esibizioni di violenza e di devastazione.
Già questi comportamenti di massa criminale dovrebbero far capire che non sono proteste spontanee indirizzate al miglioramento scolastico e sociale, ma operazioni di precise fazioni etniche con supporti indigeni il cui proposito è soltanto quello di distruggere e di dimostrare con la violenza la propria volontà di sopraffazione. Quando a Saint Denis, città poco distante da Parigi, il sindaco nero Bally Bagayoko ride e festeggia con un gruppo di giovani criminali l’attacco con il fuoco ad un istituto scolastico, non si è più di fronte a supposte spontaneità adolescenziali, ma ad una vera e propria strategia contro le istituzioni e contro lo Stato. Peraltro, come dato significativo, nella città indicata il 90% circa degli abitanti è dato da immigrati di seconda e terza generazione, e questo fatto necessita di un’analisi seria, onesta ed eticamente corretta, e preso nella dovuta considerazione.

Ridurre il problema della violenza giovanile entro lo schema dei “maranza” definito come “giovani mescolati in gruppi rumorosi e spavaldi, caratterizzati da indumenti appariscenti (spesso tute sportive griffate o contraffatte) e per l’uso di un linguaggio e di un gergo di strada” è riduttivo e fuorviante. Come artificioso e semplificante è parlare di “baby gang”, queste considerate come un insieme “di minorenni o giovani adulti che si uniscono in contesti urbani manifestando comportamenti di antagonismo verso la società e, spesso, compiendo atti di microcriminalità organizzata”.
Nell’impressionante caso francese, che sta mettendo in ginocchio ogni forma di limite nei confronti dell’istituzioni e della sicurezza di tutti i cittadini, per non dire di un vero e proprio attacco allo Stato e alla società stessa nelle sue più diverse rappresentazioni, siamo di fronte ad una indiscutibile strategia, senza nessun obiettivo di cambiamento né di critica costruttiva, ma solo la volontà criminale di distruzione e di saccheggio.
Non esiste una mente organizzatrice che primariamente definisce gli obiettivi e coordina le azioni, ma è sufficiente che l’istinto di pochi riconosca autonomamente un qualsiasi trascinatore perché si formi una massa indistinta ma compatta e questa viene rapidamente convogliata in qualsiasi tipo di azione.

Il trascinatore il più delle volte è soltanto un invasato senza un pensiero progettuale e senza una struttura dottrinaria, ma soltanto influenzato da una agitazione interna che deve ineluttabilmente concretizzarsi in qualcosa di esterno, indifferentemente cosa.
A questo punto scatta quel meccanismo di ipnosi collettiva e di contagio psichico che amalgama le avversioni, le influenzabilità e i guasti caratteriali dei più deboli dal punto di vista della personalità, dimostrando “la completa impotenza di ragionamenti in lotta con i sentimenti. [Cosicché] l’assenza completa di spirito critico non consente ad essa di notare le contraddizioni”.
Qualche prodigio dell’opinionismo, fallito nella vita concreta ma proporzionalmente presuntuoso e saccente in qualsiasi elucubrazione astratta, ha voluto precisare in alcuni commenti apparsi a caso sui diversi social – sempre a proposito delle guerriglie francesi – che c’erano anche alcuni europei a sostenere la maggioranza allogena nelle devastazioni e negli scontri. Questa precisazione dal punto di vista delle dinamiche sociali e della psicologia delle masse è assolutamente inutile, quando non faziosa. Perché nel momento in cui parte l’azione concreta e deflagrante, “La personalità cosciente svanisce, i sentimenti e le idee di tutte le unità si orientano nella medesima direzione. […]. Si forma così un’anima collettiva”.
È storicamente documentato come “quando le forze morali, armature di una società, hanno perduto il loro potere, la dissoluzione finale è compiuta ad opera di quelle moltitudini incoscienti e brutali giustamente definite barbare. […]. Queste ultime possiedono soltanto una potenza distruttiva. Il loro predominio rappresenta sempre una fase di disordine”.
Come direbbe Shakespeare, “c’è del metodo in questa follia”, e questo metodo di intelligenza col nemico e di piacere della dissoluzione è presente in una sinistra disfattista e spregiudicata, in più anche irresponsabile verso se stessa nel giocare un gioco pericoloso e autodistruttivo.

Sotto la copertura fasulla della bontà e dell’atteggiamento comprensivo nei confronti delle ‘turbolenze giovanili’, la sinistra cerca una sponda alla quale aggrapparsi in un discutibile avvicinamento al potere, fosse pure alleandosi con il suo reale nemico rappresentato dalle forze islamiste. Un modo come un altro per scavarsi la forza, peccato che quest’opera di sterramento vada a coinvolgere la maggioranza degli innocenti. Un’altra ipotesi più che convincente è usare la tecnica che russi hanno applicato durante l’avvicinamento delle truppe tedesche a Stalingrado e a Mosca: fare terra bruciata e lasciare una desolazione di rovine, così da rendere difficile per chi arriva dopo ogni ragionevole abilità di manovra.

Limitando il discorso del contesto giovanile e del cinismo politico che si affanna a suggestionarlo, restano sempre valide le parole Winfried Hassemer in un discutibilissimo saggio prevalentemente legato alla giurisdizione francese: “È bello sognare un mondo in cui l’agnello riposa accanto al leone. Ma non ci si può permettere di fare l’errore di confondere l’idillio di pace dipinto dall’antico maestro con la nostra realtà di domani o di dopodomani. […] è irresponsabile costruire su questi sogni, trattarli come se un mondo senza punizioni fosse accessibile in un tempo prevedibile e, nella prospettiva di questa attesa, indirizzare i nostri passi verso il mondo di domani e di dopodomani e misurarli su di esso. Indulgere in una simile prospettiva è come sognare ad occhi aperti, e distogliere dai pericoli che ci minacceranno domani e dopodomani, nonché dalle possibilità di affrontare questi pericoli in modo adeguato”.
Punizioni certe, drastiche ed educative, distinguendo le responsabilità. Se gli esecutori di un reato rispondono a precise valutazioni giudiziarie sulla responsabilità individuali secondo la gravità dello stesso, l’età del reo, il concorso con altri eccetera, in questo e in altri casi deve essere grandemente considerata la responsabilità dell’istigatore, se non proprio del mandante.
Quando Manon Aubry co-presidente del gruppo della Sinistra al Parlamento Europeo ed esponente di “La France Insoumise” sostiene con decisione le azioni criminose dei sedicenti studenti, quando il deputato Thomas Portes sempre di “LFI”), con tanto di fascia tricolore, spintona un poliziotto durante la protesta abusando dell’immunità parlamentare, quando Jean-Luc Mélenchon, leader dello stesso partito citato, nonché fomentatore di questi eventi secondo la stessa intelligence francese, la responsabilità deve essere ritenuta superiore a quella della manovalanza attiva. È lo stesso discorso vale per certi politici italiani, siano essi deputati da qualche parte, o sindaci o comunque responsabili di qualche istituzione.
Nessuna attenuante per i fomentatori e i sostenitori dei disordini. Ogni altra considerazione è solo fuffa ideologica. Se questo è l’inizio della fine della democrazia, questa è cosa vostra, non è cosa mia.