Religione, comunismo e democrazia: tre illusioni per lusingare il popolo alla giustizia e alla pace.

Karl Marx liquidò la prima denunciandola come “oppio del popolo”, una suggestione per la massa con l’incanto di una beatitudine eterna, rinunciando ai miraggi della vita terrena.

La seconda, seguendo la dottrina materialista, predicava la rivoluzione proletaria per creare direttamente il paradiso in terra attraverso la liquidazione delle varie forme di sfruttamento e di disuguaglianza.

Risultato: Marx è morto e con lui il comunismo, ma anche il cristianesimo non gode di buona salute.

Queste professioni di fede hanno due elementi in comune: l’ottimismo proiettato nel futuro e idealizzato in una prospettiva di beatitudine; l’impegno personale quotidiano nel raggiungere la meta prefissata, nel primo caso seguendo delle precise prescrizioni di dottrina, nel secondo applicandosi con impegno alla lotta di classe.

Un caso a sé è la democrazia, spacciata come il migliore sistema politico fino a diventare una vera e propria superstizione nell’illudere sul benessere, la giustizia e la pace.

Un elemento diversifica le prime due dalla terza: la religione e il comunismo hanno sempre manifestato una volontà attiva contro ogni forma di sfiducia, di dubbio, di pessimismo, mentre la democrazia pratica la sedazione e la passività verso qualunque forma di diffidenza nei confronti del suo valore.

Insomma, un passaggio cruciale dai credenti agli ingenui, ed il motto “Va tutto bene”.

Così, la diffidenza è diventata un peccato mortale nel tempo odierno, e quando va male i riflessivi e i lungimiranti arrivano ad essere imputati di complottismo. I loro dubbi li spingono a cercare moventi e spiegazioni oltre alle narrazioni ufficiali e alle spiegazioni autorizzate che il sistema propone e offre – dalle politiche green alla gratuità di certe opere edilizie, dall’inevitabilità migratoria ai benefici allogeni, dalle salvezze sanitarie alle prevenzioni dei rischi.

 

È il tempo dell’“homo credulus”, secondo la felice definizione di Francesco Carraro: “Egli non sviluppa un pensiero proprio, tantomeno critico, si fida ciecamente delle autorità, non dubita di nulla di quanto gli viene raccontato, raccomandato e garantito, e si ‘beve’ assolutamente tutto”. […] egli crede sempre alle versioni ufficiali di qualsiasi vicenda, alle agenzie di stampa, alle veline ministeriali, a qualunque notizia sia veicolata con i crismi della istituzionalità, della ‘scientificità’, della ‘competenza’”.

La manipolazione di questa tipologia umana sottomessa la si è potuta sperimentare e constatare durante il periodo della farsa pandemica e dell’accettazione passiva delle prescrizioni folli e criminali che il sistema ha posto in essere per perseguire una precisa e premeditata strategia. Si è arrivati al punto da negare alla scienza anche la prerogativa del dubbio, fattore indispensabile e imprescindibile per il suo stesso percorso di conoscenza. A tutti coloro che pretendevano un chiarimento critico ed un legittimo approfondimento sulle tesi esposte, sui pericoli annunciati e sulle terapie prescritte venne affibbiato il termine di ‘complottisti’.

Il sistema democratico pretende individui malleabili e soprattutto compiacenti, senza domande da fare e da farsi, senza perplessità da risolvere, senza ipotesi alternative da esaminare: uomini trasparenti e permeabili, sostanzialmente senza spessore, come il protagonista della “Storia straordinaria” di Adelbert von Chamisso, quel Peter Schlemihl che vende l’ombra al diavolo in cambio della ricchezza, ma finisce per essere emarginato come un essere indecoroso e impresentabile, senza identità.

È questa in fondo la personalità dei vari sudditi – per usufruire del linguaggio di Massimo Fini nel definire gli sprovveduti della democrazia – sempre alla ricerca di semplificazioni e di informazioni rimaneggiate, sempre disposti ad assorbire idee preconfezionate e presentate con frasi fatte in modo che si abbia la sensazione immediata di capire, escludendo l’onere e la responsabilità di approfondire e di comprendere. È “Il conformista” perfettamente raccontato da Giorgio Gaber: “un uomo a tutto tondo che si muove senza consistenza”, che “s’allena a scivolare dentro il mare della maggioranza”, il cui obiettivo è “stare in pace con il mondo e farsi largo galleggiando”.

Il dubbio è il banco di prova della fede, che l’uomo doveva rafforzare attraverso il suo superamento. Se non ci riusciva era previsto il rogo o il gulag a seconda della credenza, ma tutto dipendeva dalla sua capacità di superare le limitazioni imposte dalla ragione. Si potrebbe dire che è esso corrisponde alla curiosità che caratterizza il periodo esplorativo del bambino, elemento e processo indispensabile per la maturità adulta e un adeguato esame di realtà.

L’ovvietà democratica cortocircuita questa iniziazione personale, e propende per la liquidazione di ogni domanda e la conformazione di ogni risposta. Ha scritto de Benoist che “Il popolo è un crogiolo nel quale i cittadini vengono ‘messi in forma’”; esso è esentato dalla fatica dell’analisi e il sacrificio dei propri pregiudizi: può dire e pensare quello che vuole, ma tutto ciò che dice e pensa non conta nulla, perché l’importante è un’uniformità di comportamento il più possibile omologato.

Ricordo una paziente in psicoterapia, persona proveniente da una famiglia con un retaggio culturale estremamente importante ed una sua personale professionalità, che un giorno di particolare ansia durante il periodo propagandistico del virus, di fronte alla necessità di affrontare quella condizione contingente, mi disse testualmente: “Non tocchiamo questa questione che con tutte le voci in giro si fa solo confusione”. Fu l’ultimo incontro per decisione mia e la determinazione a vaccinarsi per scelta sua. Questo esempio è paradigmatico della reazione media delle persone davanti a un problema, a conferma di come “anche i ‘consigli’ e i ‘diktat’ più schizofrenici vengono digeriti e assimilati senza troppi scompensi perché, evidentemente, è giusto così” (Carraro).

 

Nessuna volontà di approfondire, nessun desiderio di controllare, nessun stimolo a confrontare: una unica placida predisposizione alla tranquillità e alla sicurezza del gregge. Ciò che Alexis de Tocqueville osservava e denunciava in America quasi duecento anni fa lo possiamo constatare nella nostra contemporaneità: gli americani “[…] negano volentieri ciò che non possono comprendere. […] la maggioranza si incarica di fornire agli individui una quantità di opinioni già fatte e li solleva dall’obbligo di farsene di proprie. […] la fede nell’opinione comune diventerà una specie di religione di cui la maggioranza sarà il profeta. […] i popoli democratici preferiscono l’oscurità alla fatica”.

Con la scusa di favorire qualunque surrogato di felicità, la democrazia abbonda in ovvietà, favorendo il benessere materiale e cercando di assopire, se non addirittura anestetizzare, tutto ciò che dovrebbe passare attraverso il vaglio della ragione. Una tecnica perfettamente illustrata dallo stesso de Tocqueville, che ha sottolineato come in questo regime non si passa più dal controllo dei corpi, ma si arriva direttamente a quello delle anime e del libero arbitrio.

 

In altri termini, non c’è che da prendere atto di quello che scrisse Gómez Dávila: “L’uomo moderno è un prigioniero che si crede libero, perché evita di toccare i muri della cella”. Meglio la tranquilla e sicura caverna e condividere con molti altri il riflesso delle ombre, piuttosto che essere accecati dalla luce del sole. E come passatempi, Netflix, Glovo e qualche uscita controllata in low cost.