L’opinione è una convinzione personale su precisi fatti in assenza di un criterio di verità accertata. Fin qui, nulla da eccepire. La questione cambia quando dal punto di vista professionale si devono prendere in considerazione e approfondire aspetti precisi, magari da confutare, ma comunque tali da necessitare una sospensione del giudizio.

La prima attenzione deve essere rivolta al linguaggio con il quale la propria opinione viene espressa. Prendiamo come esempio gli indecorosi seppur pareri sulla politica del generale Vannacci, sul programma del suo partito e sui suoi stessi sostenitori.
“È un politico improponibile”, “Se tu sei analfabeta, ignorante, incolto e abbastanza idiota, non conosci la storia, abbastanza razzista, omofobo, con problemi irrisolti enormi, con questi requisiti sei più portato a votare Vannacci, che ti inducono a credere a determinate stronzate. Quello che dico è inconfutabile”.
L’apoteosi di questo stile comunicativo di Scanzi si ha quando cita Moni Ovadia e sostiene una sua esilarante teoria: “Bisognerebbe far votare solo quelli che conoscono gli articoli della Costituzione…introdurre una sorta di patentino. Altrimenti va affanculo”. “Il suffragio universale è una conquista che non ci possiamo permettere”. Detto da uno che sostiene a spada tratta quel movimento 5S che ha come massimo esponente Luigi di Maio assume una connotazione che va dall’umoristico al grottesco.

Il programma di Vannacci, poi, è sintetizzato con dei termini che dimostrano la correttezza comunicativa, la serietà dell’informazione e la sobrietà del linguaggio: “è una bruttezza, ridicolo, cafone, quatto, troiaio… schifezza, orrore, obbrobrio”. Giudizio confermato dai sodali di Fanpage e de “Il Fatto Quotidiano”, documentatamente fucina di storici, di geopolitici, di economisti, di filosofi, di sociologi e rappresentanti di pressoché tutto lo scibile umano, come il citato portavoce. Non poteva mancare ovviamente un giudizio su Mussolini, cortocircuitando De Felice, Zeev Sternhell, Nolte, Serge Bernstein, Philipp Morgan e altre centinaia di studiosi e di ricercatori, per arrivare al nucleo della sua analisi sul leader: “Cretino, rincoglionito, pavido, vigliacco, assassino, ubriaco, violento…”, con l’aggiunta di milioni di italiani imbecilli quanto lui. Quanto meno non tanto intelligenti come i sostenitori di Conte, le sue graziose suffragette e l’altra milionata di italiani punturati sotto un democratico e tollerante ricatto.
I punti toccati dal genio italiota sono anche altri, e tutti sotto l’insegna dell’insulto e della denigrazione – aborto, eutanasia, patriarcato, femminicidio, immigrazione, remigrazione – avvertendo come i rappresentanti di questo movimento siano solo dei “pazzi invotabili”, il corrispettivo di “pazzi votanti”.

E a proposito di opinioni, non poteva mancare una sequela di sostegni e di solidarietà nei confronti di Ranucci, confermando – anche se non ce n’era bisogno – come le valutazioni personali possano diventare dei pericolosissimi slogan e delle inquietanti manipolazioni.
La difesa a oltranza riguardava tutta la vita e la professione di Ranucci, a volte in un’aura di mistica beatificazione. Se si parla del libro autocelebrativo e autopromozionale, diventa una cosa che quasi tutti i giornalisti fanno – che è anche vero visto che organizzano premi letterari dentro al cui circuito si gratificano a vicenda, si creano interviste incrociate durante le quali ognuno espone le tesi favorevoli all’altro e tutti festeggiano la propria grandezza, si orchestrano eventi nei quali si incensano vicendevolmente tra solidali. Quindi se lo fanno tutti è come se non fosse niente di indecente. Se vieni condannato per diffamazione, questa diventa “un incidente di percorso in cui può incorrere ogni giornalista” – è la diffamazione monodirezionale, un reato solo per gli altri, in più – è qui siamo al sublime della strafottenza, da un lato, e dell’ammissione di squallore, dall’altro, quando si afferma che “un giornalista non è un politico, non ha neanche l’obbligo dell’onore e della disciplina”, due aspetti che dovrebbero essere norma civile. Detto ciò, non si capisce cosa stiano a fare gli Ordini, nel momento in cui l’etica, l’integrità morale, il decoro, la reputazione, la correttezza non competono all’incaricato dell’informazione, perché “in privato può fare il cazzo che vuole…”.
Solo in un caso scatta la “questione morale” non prima di avere evocato Enrico Berlinguer: quando riguarda un qualsiasi avversario politico, un qualunque dissenziente dalla loro logica consortile, un qualunque renitente alla loro martellante propaganda.
In tutta questa diffusa e capillare attività di critica e di sedicente investigazione, l’importante, secondo i notabili, è che ci sia una inossidabile convinzione nel perseguire i propri personali ideali e le proprie soggettive opinioni, con una anticipata assoluzione sulle conseguenze delle loro azioni. Un’etica cara a Kant, ma certo discutibile se si fanno proprie le considerazioni, invece, di Weber, secondo il quale un individuo retto e rispettabile deve assumersi la responsabilità delle conseguenze dei suoi atti e delle sue parole, considerando il peso e gli effetti che possono avere sulla vita personale e sociale delle persone prese di mira.

Enzo Tortora disse che “Solo tre categorie di persone non rispondono dei loro crimini: i bambini, i pazzi e i magistrati”, poi c’è una quarta che pretenderebbe di entrare nel gotha degli intoccabili, e sono i giornalisti, con una buona entratura vista l’ovazione in piedi tributata dall’assemblea dell’Associazione Nazionale Magistrati a Sigfrido Ranucci.
Al che, per rimanere nell’usuale linguaggio del sapiente aretino, ci sarebbero due esclamazioni romane perfettamente descritte da Guido Rubino: o “Mecojoni”, tra stupore, sorpresa e anche un po’ di presa in giro, oppure “Sticazzi”, per chi se ne sbatte altamente di tutto. Ognuno scelga la sua espressione secondo il proprio carattere. La variante potrebbe essere “StiScanzi”, per condensare le due formulazioni.