“Contrordine, compagni! Il comunicato dell’Unità: ‘Tutti i compagni si raduneranno oggi in Via Farini, nella vecchia fede’”. Ho volutamente tagliato il resto dell’ironica didascalia di Giovannino Guareschi, perché ritengo che questo incipit sia perfettamente confacente al cambio di rotta che la sinistra progressista ha attuato nei confronti dell’ideologia woke e dell’idolatria disfattista di questa delirante credenza. Con la presa di distanza da questo feticcio vengono meno i suoi complici dissipatori del buon senso e della ragionevolezza: il ‘politicamente corretto’ e la ‘cultura della cancellazione’, questa detta in maniera più appropriata ‘cancellazione della cultura’.

“La cosiddetta ‘sinistra’ ha sostituito al mito sociologico del proletariato il mito antropologico della ‘diversità’ dell’immigrato” – ha scritto il compianto amico Costanzo Preve –, e in più, aggregandosi alle diverse fazioni frocioniste, trangenderiste, travestitiste, fluidiste, esattamente come “chi non ha forze materiali, spirituali e morali [ha presentato] la signora Luxuria come modello antropologico di avanguardia e non come semplice rispettabile, caso umano particolare del tutto privo di ricadute universalistiche da parte del problema, non della soluzione”. Insomma, dai trattori del corteo del 1° maggio ai camion arcobaleni dei Gay Pride.

Ad un certo punto, il sinistrume ha compreso che non prendere in considerazione le ingiustizie sociali e cavalcare le rissose voglie delle minoranze produceva soltanto una perdita di consenso elettorale e lo slittamento sempre più a destra di quello che era considerato il bacino politico della vecchia organizzazione comunista.

Il risentimento delirante nei confronti di un generico Occidente attraverso lo sbandieramento di diritti e bandiere improprie – dopo aver letteralmente accantonata la classe operaia e umiliato il ceto medio – ha fatto perdere di vista le priorità della nazione maldestramente rappresentata.

Il risultato della sedicente cultura woke è soltanto un cumulo di macerie per quanto riguarda i rapporti interpersonali e le relazioni politiche.

Dopo aver sovvertito il linguaggio con il termine “persone con utero” per dire donne, dopo aver manipolato il cinema con una Elena nera al posto della bionda omerica, dopo aver infiltrato l’insegnamento dei giovani con l’indicazione “diventa ciò che vuoi o come ti senti” invece di educare – etimologicamente parlando – alle specifiche vocazioni intellettuali, dopo aver inquinato ogni forma di confronto non corrispondente al desiderata unilaterale demo-progressista con una insultante e violenta aggressività verbale, dopo aver emarginato, licenziato e demonizzato chiunque non fosse adeguatamente conformato al pensiero unico imperante – fino a dare della fascista ad Anna Paola Concia, leader storico del femminismo, per aver criticato il decreto Zan –, dopo aver applicato una censura totalitaria nei confronti di qualunque dissenso, questa sinistra si è trovata ad aggirarsi in un vuoto di prospettive e di progetti.

“I filantropi” – ha acutamente annotato Armando Torno – “perdono ogni senso di umanità. È il loro lato caratteristico”, e finiscono nell’umanitarismo di licantropi della stazza di Bill Gates e di George Soros, alimentando separatismi, organizzando sedizioni, progettando colpi di Stato, pianificando da tempo immemorabile quell’invasione allogena che tuttora in atto e sembra inarrestabile.

Loro si sentono autorizzati a qualsiasi forma di sovversione usufruendo di quell’ambigua formula intesa nei termini di “fare del bene”. In questo modo, la loro palese indegnità si ritiene erroneamente mondata dalle buone intenzioni, e quindi, contemporaneamente, esentata da ogni forma di responsabilità sulle conseguenze delle loro azioni.

Con la scusa di riferirsi ad Abele, i filantropi hanno deciso che chiunque non partecipi alle omelie di pentimento nei confronti di qualunque vittima designata sia bollato indelebilmente con il marchio di Caino. È la “morale universale, a basso costo e alta spendibilità”, con l’ormai stranoto fatto di cronaca del progetto da 400.000 euri del sindaco di Roma per l’accoglienza di un migrante a domicilio, conclusosi con tre sole adesioni su oltre 500.000 votanti per una generica sinistra. È quella morale all’universale che prevede la massima visibilità per cause estranee e distanti, ma che non riconosce i bisogni del dirimpettaio di pianerottolo.

Di fronte al tracollo numerico a livello elettorale imputato in una certa misura al sostegno indiscriminato di qualsiasi iniziativa nata e propagata all’interno del perverso “sistema woke”, ad un certo punto la sinistra ha appoggiato con i dovuti distinguo la ‘cultura’ islamica. Già in tempi passati c’è stato qualcuno come il francese Alain Badiou, sostenitore dell’estrema sinistra, che vide nel radicalismo islamista “solo uno spauracchio agitato dai potenti dell’Occidente, unica civiltà e unica barbarie degna di questo nome”, quasi un precursore dello ‘woke system’ – a dimostrazione che non è sufficiente arrivare ai massimi vertici del potere intellettuale per dimostrare buon senso, intelligenza e senso critico.

L’altro lato negazionista della realtà è l’idea liberal-progressista di una possibile integrazione e democratizzazione dell’Islam. Il fallimento di questo ottimismo e ampiamente documentato da quello che si è verificato in Olanda in questi ultimi nove anni dopo che, con il primo partito islamico olandese “Denk”, vennero eletti tre deputati. Ciò che accadde dopo breve tempo fu un messaggio chiaro per tutti: “parificazione delle scuole islamiche con quelle pubbliche olandesi”, “separazione tra i sessi nelle classi”, “insegnamento del Corano in arabo”, “istituzione di una polizia speciale detta ‘Polizia del Razzismo’ per la repressione di qualsiasi frase o idea ritenuta offensiva per i musulmani”, “la creazione di un ‘Registro del razzismo’ per monitorare i discorsi dei personaggi pubblici e affibbiare multe e percorsi di educativi a chi non è conforme”, “la riduzione dei vincoli di riconoscimento dello status di rifugiato; l’aumento delle quote di accoglienza e maggiori risorse economiche per l’emergenza profughi; obblighi alle aziende di assumere quote fisse di immigrati e la loro sistemazione logistica utilizzando le case vuote degli olandesi” (G. Valditara). Sinistra cieca e complice come sempre.

Un approfondimento a parte meriterebbe la questione del femminismo, per i voltagabbana “woke”, e ora apprendisti stregoni nella gestione musulmana. Per ora è sufficiente riportare le parole di Houria Bouteldja, militante antirazzista franco-algerina, in risposta al motto “Il mio corpo è mio”: “Nessun magistero morale mi farà assumere una parola d’ordine concepita per e da femministe bianche. […]. Appartengo alla mia famiglia, al mio clan, al mio quartiere, alla mia razza, all’Algeria, all’Islam”.

Riprendiamo la vecchia didascalia di Guareschi.

Compagni e compagne! Tornate alla vecchia fede e alla ferocia comunista, e lasciate perdere la nuova credenza frocia e illuminista. La nuova sinistra è solo una grandissima eresia nei confronti delle sue antiche radici.