Splendido articolo di Beatrice Venezi sul suo blog la quale – passando dal “Fidelio” di Beethoven con i prigionieri politici che per un momento respirano l’aria aperta alla luce del sole, alla “Carmen” di Bizet, refrattaria alle convenzioni sociali della borghesia, che rivendica la sua libertà radicale, all’“Andrea Chénier” di Umberto Giordano, ispirato alla reale figura del poeta francese che per la sua coerenza, in una funebre fatalità, venne ghigliottinato il 25 luglio del 1794, esattamente tre giorni prima dell’esecuzione di quel Robespierre che lo aveva condannato a morte – tratteggia ‘musicalmente’ i diversi significati di libertà, di coerenza, di sacrificio e di coraggio.

La Venezi parte da Socrate, che con il suo “So di non sapere” stabilisce un irrecuperabile e insuperabile divario tra il concetto cultura e quello di istruzione, due termini che spesso erroneamente vengono intesi come intercambiabili, mentre sono in assoluta antinomia.

Partiamo da questo punto per aggiungere un tassello al titolo segnato e puntualizzare un paio di osservazioni.

 

La cultura rende liberi – o almeno dovrebbe avere questa funzione e questo obiettivo – nel momento in cui puoi esercitare quella nietzschiana ‘volontà di potenza’ che è condensata in alcune domande di Zarathustra: “Libero ti chiami? Voglio sentire il tuo pensiero dominante e non che sei sfuggito a un giogo”. […]. Libero da cosa? Che importa questo a Zaratustra? Ma il tuo occhio deve limpidamente annunciarmi: libero ‘per che cosa’?”. È la differenza sostanziale tra le due opzioni incompatibili che la Venezi giustamente sottolinea: la libertà negativa, assoluta – in senso etimologico, preciso che si intende sciolta da ogni limite, da ogni responsabilità, da ogni rischio –, e quella positiva che può essere intesa come autodeterminazione a perseguire il proprio desiderio, la propria vocazione, la propria specifica individualità.

“Esistiamo in una società che valorizza ed estremizza la condizione materiale della libertà, ma svilisce quella mentale”: senza un percorso, mai concluso, di conoscenza di sé si rimane vincolati alle forme più sottili e per certi versi perverse del condizionamento sociale. La pseudo libertà che ci viene concessa – e questa è già una contraddizione in termini – è stata riassunta perfettamente da Carmelo Bene: “Le masse devono capire che non sono più loro a fare acquisti, ma esse stesse ad essere acquistate. Non ci sono consumatori, ma consumati”. Per arrivare a questa consapevolezza la cultura non basta, ma aiuta, soprattutto perché consente di prendere coscienza razionale del mondo in cui viviamo. Non può che partire da qui quel ‘processo di individuazione’ mai finito che può portare alla costruzione dell’individuo differenziato. La cultura, quindi, che “ci insegna a riflettere, a decodificare la realtà e dunque a dubitare”.

 

A questo punto, c’è la necessità di fare un ulteriore distinguo tra ‘insegnare’ ed ‘educare’. È proprio, secondo me, la prevalenza assoluta del primo aspetto ad essere privilegiata nella società in cui viviamo. L’operazione di insegnare – ‘in signum’, imprimere dei segni – è la strategia mirata che questa società persegue nel suo obiettivo di omologazione di pensieri e di comportamenti. Il sistema scolastico è condizionato proprio dalla negazione del dubbio, e dalla determinazione a influenzare le menti dei giovani, ma non solo, ad assorbire passivamente quello che con precisione la Venezi definisce con il termine di “preconfezionamento”. Una scuola che ‘insegna’ è solo un congegno il cui fine concreto, secondo Galli della Loggia, “debba essere quello di servire al mercato del lavoro e alle esigenze dell’apparato produttivo”. Una scuola delle ‘competenze’ è necessariamente un istituto preposto all’esercizio del senso pratico e dell’utilità.

 

Una scuola che ‘educa’ – da ex ducere, trarre fuori, fare emergere, guidare – è invece un organismo vivo che attraverso i saperi umanistici “serve a costruire il mondo morale e sentimentale degli individui”. È esattamente l’opposto di quella afflitta da molti decenni dal morbo dell’efficacia e dell’efficienza, perché, in poche parole Duccio Demetrio riassume così la funzione pedagogica, “l’educazione ha a che vedere con gli imperscrutabili destini individuali. […]. Per questo l’educazione non piace agli spiriti pratici e grossolani”.

Esclusa da ogni argomentazione la prigionia dell’ignoranti, perché personalmente non riconosco nessuna o quantomeno minime attenuanti. Chi vive la vita ignorando il suo significato e il suo valore unico, preferendo esistere nell’ambito della quotidianità e della insussistenza, lo fa nella maggioranza dei casi per una scelta consapevole. Non sono né buoni, negativi, “non sono”. Possono essere riconosciuti come gli ignavi, che Dante assegna addirittura in un Antinferno, un non luogo, neppure degni di una punizione eterna o di una considerazione seppur sfuggente: “Fama di loro il mondo esser non lassa; / misericordia e giustizia li sdegna: / non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. Per loro la vita non è l’impresa irripetibile al quale siamo stati chiamati per dare un senso al nostro essere al mondo, ma solo uno scivolare del tempo evitando accuratamente sforzi, sacrifici impegni e quei rischi che ogni tipo di impresa si trova ad affrontare. Sarà brutale questa considerazione, ma sembrano oggettivamente quelle “pallide ombre in rapido moto” di omerica memoria. Per certi versi è una forma delicata e accomodante di schiavitù, di chi per assenza di carattere o per disinteresse generale preferisce barcamenarsi accettando le briciole di libertà che gli vengono concesse piuttosto che cercare una leva per l’emancipazione. Il Divino Poeta non degna questa categoria neanche di uno sguardo, immeritevole della minima considerazione, e condivido questa posizione rifacendomi immodestamente al giudizio sulla libertà offerto da Ernst Jünger: “la libertà ha un prezzo… e chi vuole goderne gratis dimostra di non meritarla”. Da Florestano ad Eleonora, dalla Carmen a Chénier, al compositore Dmítrij Dmítrievič Šostakóvič, tutti hanno dimostrato di meritare la libertà, anche a costo della propria vita.

Cultura e istruzione sono due posizioni che nei tempi attuali dimostrano quotidianamente la loro conflittualità, con un’estrema pericolosità da parte dell’istruzione. Il perché, dal punto di vista concettuale, è di una banalità disarmante.

Perché la persona colta è portatrice del dubbio, mentre l’istruito è infarcito di certezze. Pensiamo a quanto è accaduto durante il periodo della farsa pandemica e pensiamo alle illuminanti avvertenze di Claude Lévi-Strauss: “Lo scienziato non è l’uomo che fornisce vere risposte; è colui che pone vere domande”. Siamo nel periodo del trionfo della “perversione”, secondo il linguaggio psicoanalitico del grande Charles Melman, categoria dove vengono sistemati tutti coloro che sono in assenza del minimo dubbio, che non conoscono incertezze, che non provano il minimo senso di colpa. È il tempo degli istruiti artificiosi, dei laureati un tanto al chilo, dei saccentini da infarinatura, degli opinionisti della superficialità, i pretenziosi dalla finta personalità che “laggiù in basso – là tutti parlano, e nessuno fa attenzione. Tutti parlano presso di loro, nessuno è più capace di intendere. Tutti presso di loro parlano, e tutto viene logorato a forza di parole” – così parlò Zarathustra.

Per questo confermo la loro pericolosità. Perché sono in tanti e rumorosi, perché sono la maggioranza chiassosa, perché siamo nel tempo in cui l’esibizionismo e l’apparenza hanno sostituito la modestia e la sostanza. Non sarà una grande consolazione, ma deve essere chiaro che loro, comunque, sono prigionieri della necessità dell’esteriorità e non saranno mai liberi dai loro demoni interiori, dalla paura del giudizio proprio e altri. In questo consiste la prigionia dell’istruzione: l’autocostruzione di un carcere in cui vengono detenuti i dubbi, la ragione, le insicurezze, la riflessione, il discernimento e l’intelligenza stessa. Lui “prigioniero” per citare Gómez Dávila “che si crede libero, perché evita di toccare i muri della sua cella”.