Un po’ di leggerezza umoristica per un brevissimo commento al quarto volume di Gianfranco Peroncini che purtroppo non ho né piacere né l’onore di conoscere personalmente, per ora.
Quattro corposi volumi di un ampio saggio sulla questione algerina che non devono essere letti, ma per usare un invito usato da Lenin nei confronti di referenti dei soviet: Studiati! Studiati! Studiati!
Partendo da una condizione che reputo una qualità – quella di essere ferocemente antidemocratico credo per questioni genetiche – usufruisco per mio interesse personale di alcuni spunti recuperati in questo penultimo saggio, in febbrile attesa del quinto volume
Pensare di combattere la democrazia con le armi della democrazia è come convincere Dracula a smettere di succhiare sangue a caso e farlo direttamente responsabile di un servizio di ematologia.
La democrazia è un’idra dalle molte teste che agiscono in simultanea complicità con un unico centro gestionale. E la questione algerina – 1954-1962 – lo dimostra ampiamente.

Il generale de Gaulle, l’uomo dalla “lingua biforcuta”, in quegli anni ha comprovato ampiamente come la gestione di un sistema democratico non possa fare a meno di menzogne, di spregiudicatezza, di cinismo e di losco affarismo.
Sostenuto ampiamente dalle multinazionali petrolifere e della finanza internazionale, precisamente “pre-determinato, pianificato, voluto e organizzato dai poteri forti retroscenici che avevano in Georges Pompidou – direttore generale della banca Rothschild – e momentaneamente decentrato alle funzioni del generale de Gaulle”, il presidente francese ha tranquillamente tradito i suoi concittadini di oltremare, i suoi alleati e i suoi stessi soldati senza preoccuparsi dello scontato bagno di sangue.
In quei torbidi anni, mentre i militari lasciavano le penne in Algeria dopo il massacro di Dien Bien Phu, la democratica Repubblica francese non si poneva il problema di lasciare oltre 150.000 harkis, musulmani regolarmente arruolati come ausiliari nell’esercito francese sgozzati e decapitati dagli integralisti del Fronte di Liberazione Nazionale, e neppure degli oltre 40.000 pieds-noirs, europei di tutte le età e di tutte le condizioni sociali, trucidati in modo barbaro dagli stessi ribelli.
I “Poteri da plebiscito dei mercati […] avevano urgente bisogno di un radicale adattamento delle strutture politiche metropolitane per adeguarsi ai livelli della sfida planetaria ed epocale in atto, seppure ancora alle prime mosse, disegnate dalla nuova economia nel segno della mondializzazione”.
Quando qualcuno, difendendo il giuramento tradito, pensò di eliminare de Gaulle, in suo soccorso arrivarono i servizi segreti israeliani che lo avvertirono del pericolo e neutralizzarono i congiurati, fino alla condanna a morte e alle carcerazioni di molti suoi vecchi sodali.

“Per la mancata percezione di questo scenario ‘retroscenico’ di fondo a livello istituzionale, economico, finanziario e diplomatico, le volontà estremamente ‘periferiche’, rispetto alle logiche nazionali e internazionali della popolazione europea […] non andarono mai oltre il livello delle velleità, finendo stritolate nell’ingranaggio spietato di un regime che aveva le spalle ben coperte a livello mass-mediatico, in forza della desiderata delle aristocrazie venali planetarie. […]. E che poteva, pertanto, permettersi qualsiasi repressione, qualsiasi deroga democratica, qualsiasi lacerazione del tessuto costituzionale e legale […]”.
Detto ciò, qualcuno non penserà mica che i nuovi sommovimenti in corso, che vanno dalla premeditata e organizzata invasione allogena fino alla sostituzione etnica, il tutto intramezzato dalla demolizione culturale, identitaria e sociale dell’istituzioni accoglioniste, possano essere regolati e contenuti da qualche cartaceo decreto-legge e da qualche sulfureo amorevole intendimento?
Solo una cosa è certa, come i soldati perduti e traditi, che “molti non si sarebbero arresi ma anche costoro, oscuramente, sentivano che si trattava solo di un combattimento personale, più per mantenere fede a un impegno d’onore che della reale possibilità di inversione di rotta”. Niente a che spartire con i traditori di sempre e gli antinazionali per deformazione antropologica.

Osserviamo la condizione del baraccone europeo, ci avviciniamo allo studio accurato della storia, e prendiamo atto di una considerazione attribuita ad Hegel e ripresa da Gramsci, ovvero che “la storia insegna che la storia non insegna nulla”.
Con un cinismo disgustoso e una spregiudicatezza criminale, i tenutari del sistema ‘Europa’ e i suoi viscidi complici stanno metodicamente smantellando ogni principio e ogni valore di questa antica signora. Non si preoccupano né di tutelare la cultura, né di difendere l’identità, neppure di garantire la salute e la sicurezza dei suoi cittadini.
Le reciproche alleanze sono dettate da agende contrarie, o quantomeno estranee, all’interesse dei singoli paesi, e lo si vede nello scaricamento dei singoli flussi migratori, come se il danno di uno non si ripercuotesse a danno di tutti. Nel caso Francia-Algeria non potevano mancare i rappresentanti del partito comunista e della sinistra più o meno radicale a fomentare l’ostilità nei confronti dell’esercito e dei concittadini d’Oltremare anche a costo di scatenare una guerra civile. Perché tale è stata in Algeria, che al di là delle usuali menzogne che sostengono il pensiero sinistro ed antinazionale – lo si è visto con Ceuta, definendola zona d’Africa quando in realtà è territorio a sovranità spagnola – quel Paese non era coloniale, ma un dipartimento della Repubblica a giurisdizione francese.
Se a queste manovre ci aggiungiamo personaggi come Oliver Long, riferimento delle varie organizzazioni dell’economia liberista e sostenitore della deregolamentazione del commercio globale – come osserva Peroncini “A maggior gloria della globalizzazione alle porte” –, possiamo facilmente riconoscere che il cancro della finanza internazionale e del capitalismo apolide ha metastatizzato nel corso di sessant’anni la nostra politica contemporanea.
Per la democrazia, perciò, come per il ‘sistema’ indicato negli anni ‘70, vale la stessa considerazione: “si abbatte, non si cambia”.