“Una fonte ci ha riferito…verificheremo l’attendibilità…”: questi sono i termini con i quali Sigfrido Ranucci annunciava un possibile coinvolgimento del ministro della Giustizia nel caso che interessa Nicole Minetti. Questa non è informazione, è illazione, è mestare nel torbido, è innescare il sospetto.

Marcello Foa, che di informazione se ne intende sia come professionista sia come docente, aveva ben evidenziato già nel 2006, quindi vent’anni fa, che tempo addietro la buona deontologia prevedeva che si verificasse attentamente le credibilità della provenienza e l’affidabilità della notizia, per il motivo semplice e scontato che “il ricorso a fonti anonime attraverso rapporti confidenziali con i giornalisti, benché rilevante e significativo non è sufficiente. Ci vuole altro. È necessaria una pianificazione accurata anzi maniacale di tutta la comunicazione”. Ora, invece, “prima si pubblica la notizia, poi eventualmente si passa alla rettifica”.

Nel caso indicato, in attesa di confermare l’indiscrezione, si parte direttamente con il lancio pubblicitario così da influenzare l’opinione pubblica attraverso il dubbio e l’impressione, agendo direttamente sulla psiche collettiva e sulla contaminazione del giudizio.

Una manovra ben nota già dall’antichità, quando si coniava il motto “Audacter calumniare, semper aliquid haeret” – “Calunniate, calunniate, sempre qualcosa resterà”.

La calunnia è un venticello / Un’auretta assai gentile / Che insensibile, sottile / Leggermente, dolcemente / Incomincia, incomincia a sussurrar / Piano piano, terra terra / Sottovoce, sibilando / Va scorrendo, va scorrendo / Va ronzando, va ronzando / Nelle orecchie della gente / S’introduce, s’introduce destramente / E le teste ed i cervelli, e le teste ed i cervelli / Fa stordire, fa stordire, fa stordire e fa gonfiar. […]. E il meschino calunniato / Avvilito, calpestato / Sotto il pubblico flagello / Per gran sorte va a crepar”, e così canta Don Basilio ne “Il barbiere di Siviglia”, a conferma che la prassi dei pettegolezzi è ben viva nelle scadenti investigazioni giornalistiche.

Insomma, passano i tempi, cambiano le circostanze, ma la propensione allo sputtanamento non conosce né limiti né categorie umane. E una delle categorie è quella dei sedicenti ‘giornalisti di inchiesta’ che infestano giornali, talk show e affollati luoghi di esibizione maligna.

La caratteristica comunicativa è abbastanza scontata: deve colpire una parte della massa accondiscendente per ideologia al contenuto della notizia, questa deve essere resa quanto più avvincente, la stessa viene impermeabilizzata da qualsiasi valutazione concreta e analisi critica in nome del diritto di cronaca.

La procedura della disinformazione segue delle regole ben precise: deve essere alludente, provocare un effetto istintivo, favorire il dubbio e avvalorare un pregiudizio. Poi si passa alla fase due: diffondere tra sodali nel pettegolezzo la notizia in modo da diffonderla in maniera spontanea e sfuggente, con la finalità precisa di promuovere la curiosità sul fatto esposto.

A questo punto l’esito è disastroso perché l’obiettivo della disinformazione porta suo malgrado l’acqua al mulino dell’infamità, e in questo senso il buon Giulio Andreotti, con l’astuzia e la malizia politica che lo caratterizzava, a chi gli chiese come mai non replicasse mai a qualche notizia ostile nei suoi confronti rispose che una replica non è altro che una notizia data due volte.

Marcello Foa spiega perfettamente il meccanismo che sottende questa strategia, secondo uno schema che lui stesso definisce classico: “la fonte passa una dritta a un giornalista che fa lo scoop, il governo non conferma ma in forma ambigua dicendo che ‘non corrisponde a quello che crediamo sia vero’. La dritta serve a preparare il terreno, ovvero a sensibilizzare i giornalisti e dunque l’opinione pubblica. Da quel momento in avanti è un crescendo”.

Nel romanzo di Vladimir Volkoff, “Il montaggio”, il protagonista Alexsandr Psar, descrive in poche righe, quello che è il suo compito nell’operazione da compiere a Parigi come funzionario del Kgb: applicare delle tecniche di disinformazione come la ‘propaganda bianca’ che consiste nel martellare incessantemente sul fatto che ‘Io sono migliore di te’ e la ‘propaganda nera’, attribuendo all’avversario intenzioni false e manipolate. Una delle tattiche all’interno di questa complessa strategia è particolarmente curiosa, per usare un eufemismo: si tratta della ‘intossicazione’, ovvero ingannare con una modalità molto più infida della menzogna – ‘Io non ti darò informazioni false, ma farò in modo che tu me le rubi’.

Mentre è ancora in corso la diatriba sul caso Minetti-Nordio con lo scontato gemito sinistro accompagnato dal piagnucolamento sull’attacco alla libertà di informazione e la ovvia e giustificata azione del Rai nei confronti di Ranucci, ecco manifestarsi la volontà tendenziosa di intossicare anche la realtà dell’ambiente militare con una trasmissione che avrebbe avuto l’intenzione di smascherare i privilegi esistenti all’interno delle forze armate.

Tanto per essere ulteriormente precisi, la trasmissione “Piazzapulita” continua ad essere condotta da quel tale Formigli Corrado che dilettava i telespettatori commentando con estrema precisione e competenza uno spaccato del bunker della acciaieria Azovstal di Mariupol che altro non era che un videogioco, supportato peraltro nell’esilarante esposizione bellica dalla sedicente giornalista Cecilia Sala che puntualizzava ulteriormente le idiozie del conduttore.

Alberto Evangelisti, sulla sua pagina Facebook, ha commentato in maniera impeccabile l’operazione tendenziosa denunciando la volontaria confusione tra reale e inesatto, la calcolata selezione di dati, la deliberata generalizzazione dei contesti, la preordinata reticenza sulle condizioni di servizio dei militari, l’intenzionale mistificazione dei privilegi rispetto all’autenticità dei doveri e delle responsabilità. Termina questo post parlando di “narrativa, tanto falsa quanto tossica”, altroché libera investigazione.

Per altro, se qualcuno osa denunciare certi personaggi della disinformazione, questi parlano di ‘querele temerarie’ finalizzate a chiudere la bocca ai giornalisti liberi, invece quando questi denunciano dei miserabili insultatori lo fanno per difendere la dignità della categoria, mentre in contemporanea c’è uno che in un video straordinario ha il coraggio di dire che “la diffamazione è un incidente di percorso di ogni giornalista”. Non siamo ancora alla lesa maestà, ma se continua così ci arriveremo.

Per cui, se proprio la legge è lenta e la giustizia è latitante almeno una presa di posizione dovrebbe esserci. Quindi, un invito, un auspicio, una invocazione, affinché i distributori di notizie pilotate – i giornalisti sono tutt’altra cosa – vengano posti nella condizione di non nuocere, o quantomeno ridotti a questuare un obolo di sopravvivenza. Deontologia, portali via!