Sarà perché, per fattori inizialmente incomprensibili, sono antidemocratico dal primo vagito, queste ridicole valutazioni sul risultato blasfemo tra il ‘Sì’ e il ‘No’ mi lasciano assolutamente indifferente.

I giochi sono stati gestiti da bari, in un sistema corrotto dentro cui – per riportare Gorgia – “non c’è nessun bisogno che la retorica conosca i contenuti; le basta avere scoperto una certa qual tecnica di persuasione, sì da potere apparire ai non competenti di saperne di più dei competenti. [Per altro] il rètore è, senza dubbio, in grado di parlare contro tutti su tutto, sì da persuadere in breve la massa su tutto quello che vuole. […] la persuasione retorica è quella che ha luogo nei tribunali e in altri luoghi o si riunisce la folla”.

Sottoscritta questa considerazione, c’è chi si meraviglia del risultato di questa pantomima referendaria non focalizzando l’attenzione sul fatto che i votanti, almeno una percentuale di questi, erano gli stessi che credevano a Speranza, a Burioni, a Sileri, a Pregliasco e a tutta la banda Bassetti, non prendendo in considerazione nemmeno di striscio le avvertenze di un Premio Nobel come Luc Antoine Montagnier.

Sono gli stessi che invocando la difesa della discutibile Costituzione, ed evocandola come idolo a sostegno di quella ridicola superstizione che si chiama democrazia, non hanno mosso un dito sulla sovranità appartenente al popolo quando le cricche liberalcapitaliste e tecnocratiche decisero, per esempio, l’entrata nell’Unione Europea, oppure il passaggio dalla lira all’euro con le catastrofiche conseguenze che stiamo sopportando, e neppure quando parlano del ripudio della guerra hanno avuto niente da ridire nell’attacco proditorio alla Serbia, nel sostegno complice contro l’Iraq, o contro la Libia, o contro l’Iran a supporto del gangsterismo a stelle e strisce e dei sicari manovratori della Stella di David.

Sono gli stessi che hanno subito passivamente le ordinanze criminali durante il periodo della farsa covidica e che, di fronte alle documentate falsificazioni governative, alle personali ammissioni di colpa in interessi con le case farmaceutiche e per le contraffazioni dei dati sanitari, non pretendono spiegazioni sulle mancate azioni giudiziarie nei confronti dei sedicenti tecnici coinvolti nello scandalo.

Partiamo dal principio secondo il quale il Parlamento esercita il potere legislativo (fa le leggi), il Governo quello esecutivo (le applica) e la Magistratura quello giudiziario (giudica chi non le rispetta) e che da tempo è stato trasgredito.

Questo tradimento è stato già approfonditamente spiegato dal professor Sabino Cassese – di cui riporto per intero il curriculum: docente alla School of Government della Luiss, giudice emerito della Corte costituzionale, professore emerito alla Scuola Normale Superiore di Pisa, al fine di definire uno spessore di cultura e conoscenza giuridica forse più elevato rispetto ai vari Ficarra e Picone, Marisa Laurito, Alessandro Gassman, Sabina Guzzanti, Fiorella Mannoia ed altri fenomeni che se li incontri li Scanzi.

“Un primo segno della crescita del potere dei giudici è quello di giudicare le leggi. [Fino al punto che] i giudici oggi possono giudicare tanto le decisioni amministrative quanto le leggi, ciò che li mette al di sopra degli altri poteri”. Sabino Cassese dà di questa vera e propria metamorfosi perversa della giustizia un parere ormai acclarato: “giudiziarizzazione della politica”, documentato nella pratica con la squallida esibizione a Napoli dei rossi togati che urlano “chi non salta la Meloni è” con l’aggiunta di “Bella ciao”.

La cosa patetica, che peraltro è presente in qualsiasi interpretazione degli esiti cartacei usciti dalle urne, è l’interpretazione degli stessi dati. Ogni volta si manifesta un contorcimento interpretativo che assume dei toni a dir poco deliranti.

Un esempio. Il giudice Gratteri, quello della pesca a strascico dei colpevoli con conseguente assoluzione degli stessi e milionari risarcimenti dello Stato per ingiusta detenzione, aveva detto che chi votava Sì al sud erano necessariamente mafiosi, camorristi e comunque loschi. Invece, ha vinto il No, quindi automaticamente tutti onesti e tutti irreprensibili. Un tale aretino, esperto in cantautori e quindi incoronato come onnisciente e tuttologo – quello, per intenderci, che nel giro di otto mesi è passato dal ridicolizzare la gente “per una semplice influenza” al “vaccinatevi tutti” e “odio i novax” –, ha stabilito ufficialmente che ogni organizzazione criminale, con questo voto, era stata espulsa dal consorzio sociale, perché ha vinto il No, forse non ammettendo che magari è stata proprio questa organizzazione a votare No per comodità di una certa giustizia. Quella parte che riconosce candidamente di avere fiducia nella giustizia, magari se canta “Bella ciao”. E te credo!

Conclude Sabino Cassese: “Il potere giudiziario in Italia si presenta come tutt’altro che limitato. Ha concentrato nelle sue mani numerosi poteri, in contrasto con il modello della separazione. È un nuovo potere assoluto, controllato solo dalla collegialità interna, peraltro declinante. […]. L’indipendenza è divenuta autogoverno. Familismo ed ereditarietà hanno aumentato separatezza e autoreferenzialità. Ci si attendeva razionalità e si ha avuto populismo giudiziario. Ci si attendeva giustizia e si sono avuti giustizieri”.

Per pescare nel torbido di questo sistema si è evocata la Costituzione. Doveva votare in un certo modo chi ‘credeva’ nella Costituzione, e molti lo hanno fatto, come quando sono stati schiavizzati da una masnada spregiudicata di vaccinatori che invitava a ‘credere’ nella scienza.

Costituzione e scienza unite in un unico credo, per una duplice superstizione. Quindi, cantino o piangano pure i diversi protagonisti di questa esibizione cartacea, perché per quanto mi riguarda, democrazia e Costituzione sono cose loro, non sono cose mie. Mentre sinistri e liberal-conservatori si accapigliano per chi si dimostra più riformista, resta sempre valido l’antico adagio che recita: “Se la giustizia non è nell’ordine, e nella rivoluzione”.