Passata la sbornia delle nullità rivendicative, diventa interessante l’esame sia linguistico che contenutistico delle dichiarazioni che alcune esilaranti entità dell’aspetto esteriormente umano hanno esternato prima, durante e dopo questa ricorrenza. Da ciò, il giudizio sul festeggiamento stesso.

La farsa celebrativa dell’8 marzo è diventata con sempre più evidenza la “saga della sfiga”, un’apologia della sofferenza, della tribolazione, del sopruso, con l’ovvio capo di imputazione nei confronti del maschio prevaricatore, sadico e comunque patriarcale.

L’intellettuale inglese Julie Burchill ha scritto che “In passato, le donne ambiziose dovevano fingere di essere stupide per essere accettate; ora, devono fingere di essere traumatizzate [perché] oggigiorno essere una donna forte è giudicato un difetto di carattere”.

Basta ascoltare le interviste alle sgallettanti lamentose, i loro piagnistei sull’emarginazione sociale, l’attacco alla loro non riconosciuta importanza, per capire come la sensazione di una discutibile inferiorità sia un disagio interiore, a prescindere dai comportamenti maschili e sociali esterni.

Un capitolo a parte dovrebbe essere dedicato alle loro rivendicazioni e a certe interpretazioni della realtà che si possono riassumere in alcune interviste dedicate. Frasi come “Donne costrette al lavoro non retribuito di cura dei propri figli o dei genitori non autosufficienti”; “Cos’è una donna: dipende…”; “Essere donna non è una cosa oggettiva”; “Contro il lavoro di cura e per l’autodeterminazione dei corpi”; “La scienza non parla di uomo e di donna”; “Donna è come ci si sente”; “Sciopero transgender”; “Donna è un concetto maschile che è stato definito dagli uomini per sostenere una società patriarcale”; “Non si può ‘patriarcare’(?) per sempre sulle nostre vite afflitte”. In un’analisi linguistica, tutte queste esternazioni variano dal deficit cognitivo al disturbo di personalità, passando senza dubbio attraverso un’interpretazione delirante della realtà.

Orwell ha specificato come “Chi controlla il linguaggio controlla il pensiero”, perciò non è esagerato considerare questa sovversione linguistica non solo nei termini strettamente psicopatologici, ma una vera e propria strategia, perché “È tipico di ogni rivoluzione, dominare la lingua per avere un’uniformità di espressione che serva da veicolo all’ideologia dominante”. E questo è accaduto.

Il fatto più grave è che è pressoché impossibile intervenire dialetticamente sulle stupidaggini – per usare un eufemismo – che vengono con prosopopea espresse nelle diverse interviste. Dobbiamo considerare che di fronte all’infrangibile certezza di un dogma ideologico non c’è nessuna possibilità di libertà di confronto di pensieri e di diversità interpretative, perché l’irragionevolezza e l’indottrinamento impediscono qualsiasi osmosi speculativa.

Di fronte a una norma inalienabile e costante di ogni civiltà, quella della differenziazione sessuale per natura e per funzione quale base per la costruzione e il mantenimento della comunità, si è voluta contrapporre a questa alterità una soggettività alternata – oggi così, domani colà, dopodomani chissà. Lo storico Jacques Martin Barzun avvertì che “Quando si accettano la futilità e l’assurdo come normali, la cultura entra in decadenza”, e questo Occidente, lo dice il termine, si sta dimostrando come la fase avanzata del suo tramonto.

Dalla lotta delle donne per il diritto di voto a quello del lavoro – su questo ci sarebbe molto da discutere dal punto di vista marxista – si è passati al diritto del vittimismo, per cui ogni donna attendibile e di rispetto è la sofferente, non la donna emancipata che con il suo specifico talento, con il suo carattere per evidenziarlo, con la sua determinazione a realizzarlo, è riuscita a conquistarsi un ruolo soddisfacente e di prestigio nella società e nella sua vita personale.

“Le femministe del Novecento” – ha evidenziato Annina Vallarino – “hanno lottato tenacemente per abbattere la percezione di essere creature incapaci di autonomia”, quelle postmoderne, forse per il fallimento personale e delle loro aspettative distorte, sono passate al sentimento di odio e al sentimento di ‘misos’ (odio) e ‘aner’ (uomo), di misandria. Sono passate dalla rivendicazione della parità a quella della protezione di una razza protetta, attraverso la discutibile legge sul femminicidio.

Continuando poi in quella che potrebbe essere definita in maniera provocatoria, e ormai quasi giuridicamente perseguibile come ‘invidia del maschio’, le neofemministe si sono addirittura inventate sette come quelle delle ecofemministe e delle transfemministe. Invece di perseguire obiettivi tangibili con la propria volontà e la propria intelligenza, rivendicando un proprio genere, hanno preferito passare alla macchia, rinunciando ad azioni concrete e ai risultati positivi.

La loro velleità piagnucoloso-rivendicativa si è spinta fino alla decostruzione del concetto stesso di uomo e di donna secondo l’aberrante supporto ideologico della tristemente nota Judith Butler. Non esisterebbe secondo la sedicente filosofa, una realtà biologica, ma in base alla cosiddetta “performatività” ogni definizione di maschio e di femmina sarebbe solo una imposizione concettuale pretesa dalla società, naturalmente gestita e intrisa di mascolinità tossica.

“Mentre si imbocca un ‘rispetto della natura’ in nome dell’ambiente si professa una ‘rivoluzione della natura’ per l’essere umano; la rimozione del limite di ciò che è dato”.

Queste femministe riproducono in termini speculari i comportamenti dei maschi sfigati: le prime, scaricano sugli uomini le loro frustrazioni e i loro fallimenti come donne nelle loro diverse funzioni – moglie, madre e amante – da ciò la discriminazione secondo la quale ‘tutti gli uomini sono bastardi’; i secondi, esautorati sul piano sociale e relazionale – marito, padre e amante – applicano la discriminazione opposta in base alla quale ‘tutte le donne sono puttane’.

Due facce della stessa medaglia dell’insuccesso e della sconfitta.

Che fine ingloriosa, povere donne. Né madri, né mogli, né figlie, né amanti: sono isteriche rivendicatrici di assurde irrealtà e di miserabili fantasie. Che fine ingloriosa, poveri uomini. Costretti a travestirsi come cocotte di un pessimo avanspettacolo pur di accreditarsi nel mondo delle etere e delle cortigiane da fine impero.