Una cosa che ho sempre ammirato anche negli avversari politici è la coerenza. Sono fisicamente insopportabili gli opportunisti e quelli che aspettano il momento propizio per dire la loro, allineandosi al sentire comune.

Per questo motivo, ho visto con scrupolosa attenzione il corteo che una serie di sgangherate/i hanno organizzato in occasione della festa della donna. Un’armonia, una concordanza, una ragionevolezza nella loro manifestazione che si è concretizzato con uno slogan significativo: “Le sedi di Pro Vita si chiudono col fuoco / con i Pro Vita dentro, se no è troppo poco”.

Niente a che fare con il grido “Abbasso l’intelligenza, viva la morte!” all’Università di Salamanca del generale falangista Millán Astray con grande disappunto del rettore Miguel de Unamuno: l’intelligenza era da considerarsi quella falsa predisposizione ad una vita fatta di intellettualismo, materialismo e razionalismo patrimonio della sinistra; la morte era da contemplare come un’offerta al proprio ideale.

Niente a che fare neppure con il verso “viva la morte mia / viva la gioventù” della celebre canzone “Il mercenario di Lucera” che ricorda il “Muore giovane chi è caro agli dei” dell’antico poeta Menandro o il “Muor giovane colui ch’al cielo è caro” del più recente Leopardi.

L’atmosfera di morte che viene diffusa da quella accozzaglia di esperimenti malriusciti della natura matrigna che si aggregano attorno al becerume antagonista non ha niente di eroico, né di trascendente, ma solo una cupa esalazione necrofila che impesta ogni fattore della società.

Si inneggia all’aborto come principio di libertà individuale e come un progresso umano nell’eliminazione di una vita indifesa per tutelare i propri egoismi e il proprio individualismo cinico e spietato.

Si considera un successo etico e politico l’istituzionalizzazione dell’eutanasia, come strumento non solo condivisibile in maniera soggettiva per porre fine a sofferenze insostenibili ma, come sta avvenendo, una modalità per togliere di mezzo pesi sociali e sanitari.

Da questi due obiettivi concreti, si passa agevolmente ad individuare i diversi passaggi simbolici di morte che questi relitti impersonificano.

È la morte dell’eleganza nei loro abbigliamenti, trasandati e lerci, che però fanno tanto tendenza, e in mezzo – secondo una perfetta inquadratura del fenomeno fatta da Ruiz Portella – “tutti, ricchi e poveri, vestono oggi fondamentalmente allo stesso modo, salvo per quanto si riferisce al marchio che ha il prezzo [cosicché] mascherandosi da poveri, i signorini di merda possono far credere di far parte del popolo”.

È la morte delle fisionomie, che caratterizzano ogni persona secondo proprie qualità, con il supporto di discutibili tatuaggi e di un quantitativo imprecisato di ferramenta tra orecchie, sopracciglia, nasi, lingue ed esposizioni varie. L’anello al naso, poi, al di là di antichi rituali e di lontane usanze, ricorda sempre quella nasiera che viene applicata a un bovino o a un equino, che poi diventa una valutazione discutibile della persona seguendo il detto popolare “non ho mica l’anello al naso”, come dire che non sono inferiore e non devi trattarmi come un imbecille.

È la morte della comunicazione educata, quella che prevede una generale sobrietà nell’esposizione delle proprie idee – in questo caso, sempre che si abbiano –, quindi moderazione nelle espressioni, contenuto timbro di voce, precisione nelle affermazioni, assenza di turpiloquio.

È la morte del pensiero articolato, quello che prevede attenzione nell’ascolto, profondità di argomentazione, equilibrio nel contraddittorio. Anche nell’interviste più semplici e strutturate emerge sempre un fastidioso quantitativo di slogan e di frasi fatte, che conferma la scadente capacità intellettuale di elaborare un pensiero raffinato.

È la morte della femminilità intesa come peculiare valore psicologico e tradizionale principio spirituale. Questa è stata sostituita da un femminismo becero e volgare, intriso di provocazioni oscene e di sfide triviali. Quando manca la materia prima erotica, le loro esibizioni si dividono tra due modalità di espressione: l’odio contro un fantasma maschile e una invenzione patriarcale, oppure nell’estremizzazione di una blasfemia senza limiti e senza dignità.

È la morte dell’identità femminile tra fluidità, percezione altra, soggettività, transgenderismo e varie bizzarrie nel campo della contronatura. Il diventare ciò che si sente ha sostituito in tutti gli ambiti il diventare ciò che si è, e in questo modo non solo si perde in soggettività, ma soprattutto in carattere e in personalità.

Sono coerenti queste trans-fluido-femministe quando combattono contro la vita, perché loro rappresentano la morte diffusa in tutte le espressioni dell’umana realtà.

Qualunque cosa dicano, il loro discorso rientra a pieno titolo nella generale apologia della morte, in tutti i vari aspetti sopra elencati. E in un riassunto onnicomprensivo, si può dire che è la morte di ogni forma di bellezza. Etimologicamente parlando è l’‘anaisthēsía’ – l’insensibilità –, la negazione dell’‘aísthēsis’ – della sensibilità – , quindi, a cascata, dell’etica.

Se la nostra contemporaneità sguazza nella bruttezza nella “sistematica distruzione della bellezza. L’intronizzazione, al suo posto, del brutto, dell’anodino, del volgare”, guardando certe esibizioni e sentendo certe esternazioni, non possiamo che confermare questa diagnosi, e le donne del corteo in questione e di molte altre manifestazioni di piazza sono le vestali del cattivo gusto, le suffragette della volgarità, le sacerdotesse della abiezione.

Se è vero, e lo è, quello che dicevano gli antichi greci che “Kalòs kai agathòs” (“Il bello è il buono”), non c’è dubbio che questi cascami del femminismo rappresentano il malvagio.