L’essere umano si compone di due elementi: il Körper e il Leib. Il primo è il corpo-cosa, il corpo nella sua materialità, il secondo è la dimensione esistenziale e psichica. Nel primo prevale l’idea meccanica, quindi ogni manipolazione e manomissione rispondono all’indicazioni tecniche, senza interferenze di tipo morale; nel secondo la guida è data dall’attenzione alla componente immateriale, invisibile, spirituale, quindi con intervento del pensiero etico.
La storia, quale dimensione dinamica degli uomini e delle comunità di appartenenza, non è da meno di fronte a queste due opzioni interpretative.

Augusto Grandi, con documentata competenza e mirata precisione, affronta il problema dell’Europa dal punto di vista dell’economia politica e delle dinamiche commerciali, non mancando di mettere in evidenza la loro influenza – positiva o negativa – sui singoli e sulle società.
Io vedo invece di proporre anche una seconda visione interpretativa, quella che fa il riferimento alle dinamiche che non si vedono e alle forze simboliche che vengono trascurate.
Tanto per fare un esempio, nessuno può pensare che il primo conflitto mondiale sia stato causato da un colpo di pistola di uno sconosciuto e che in trenta giorni diverse nazioni abbiano potuto mettere in piedi una macchina da guerra che ha causato circa sedici milioni di morti. Forse, cercando di sforzarsi di adocchiare dietro alle quinte e di superare lo sguardo scontato dell’apparenza, si potrebbe anche concretamente ipotizzare l’esistenza di una strategia ‘altra’ per piegare tre nazioni a carattere tradizionale e religioso – Austria, Germania, Russia – e sostituirle con organizzazioni progressiste e profane. Quest’operazione quantomeno giustifica l’intervento degli Stati Uniti in una guerra europea, a parte la farsa dell’affondamento del Lusitania.
Se applichiamo la stessa metodologia di analisi psicopolitica, ci accorgiamo che qualcosa non quadra nella narrazione scontata di questa Europa alla deriva.
Aldilà delle concrete questioni confinarie, finanziarie e commerciali, si respira un’atmosfera che, per citare San Paolo, assume una connotazione da cupio dissolvi, di masochismo morale da psicopatologia, di ricerca all’umiliazione, di pulsione alla rovina e al sacrificio, di intenso desiderio di annullamento, di inconscia autodistruzione.

La cartina tornasole di questa pulsione di morte – sempre usando la terminologia psicoanalitica – è riscontrabile nell’atteggiamento di masochistica accettazione dell’invasione allogena. È come se un malato di cancro negasse l’evidenza degli esami clinici e si rifiutasse di affrontare una terapia anche se dolorosa, ma salvifica, affidandosi ad una discutibile speranza divina.
Paul Watzlawick, eminente psicologo e filosofo, nonché esponente della scuola di Palo Alto per lo studio delle comunicazioni e delle relazioni umane, chiama “Sindrome da utopia” quel comportamento derivante da una certezza incrollabile e resistente ai fatti reali di cui si conoscono le origini.
Due esempi distanziati nel tempo a confermare questa impeccabile constatazione.

Il 10 aprile del 1974, il presidente algerino Houari Boumédiène, in un discorso alle Nazioni Unite dichiarava: “Un giorno milioni di uomini, lasceranno l’emisfero sud per fare irruzione nell’emisfero nord. E non in modo amichevole. Verranno per conquistarlo, e lo conquisteranno popolandolo con i loro figli. È il ventre delle nostre donne che ci darà la vittoria”.
Un documento di quattordici pagine, datato 1982, viene scoperto in una villa svizzera di proprietà di Youssef Moustafa Nada, bancario e affarista italo-egiziano, finanziatore e sostenitore dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani: “La conquista dell’Occidente. Padroneggiare l’arte del possibile”. Questo documento descrive in 12 punti tutte le tattiche di infiltrazione per la lenta e inesorabile occupazione confermata dal titolo del medesimo.
Oggi, a Mollenbeck (Belgio), Salina Rahis, politica islamica, in riferimento al disturbo che provocherebbero le donne velate e altri comportamenti a molti residenti locali, afferma testualmente che, essendo la maggioranza musulmana, quelli che si sentono infastiditi possono tranquillamente andarsene da un’altra parte – mentre si sentono chiaramente risate di accondiscendenza nel video in questione. Niente da eccepire su questa lucidissima affermazione.
Di fronte a simili determinazioni, confermate da una strategia annunciata cinquantuno anni fa, si comprende la validità della “Sindrome da utopia” di Watzlawick, e necessariamente ci si chiede quali siano i meccanismi suicidi che possano negare una tale evidenza.

L’Europa sta perdendo su tutti i fronti la sua autorevolezza e il senso stesso dell’onore, e mentre la disfatta prosegue inesorabile – anche grazie all’apporto attivo di quello che Raffaele Simone chiama “’Club Radicale’ quell’area sinistra-chic che è sempre aperta a tutte le influenze disgregatrici dell’ordine sociale ed etico” – c’è un diffuso senso di rassegnazione o di superficiale opposizione al fenomeno.
Si assiste sempre con maggiore insistenza all’attacco, ad esempio, a qualunque forma di principio sacro, fatto che di per sé indebolisce una volontà di potenza di fronte a una forza che della fede ha fatto la sua azione e la sua legge.
Emmanuel Malynski ha scritto che “un’altra verità psicologica, forse più importante ancora, è che per odiare una fede religiosa bisogna averne un’altra fede religiosa”, ma l’Europa buonista e ottimista – ‘Andrà tuto bene’ – ha rinunciato a qualunque fede, mentre gli altri per la loro sono disposti a uccidere e a morire.
La volontà di impotenza è confermata. Ma quale potrebbe essere la presa di coscienza per poter attivare, invece, quella volontà di potenza che è stata resa fiacca e inabile? Credo che la formula sia inscritta in una affermazione del prussiano Bismark del lontano 1862: “Non con il discorsi né con le delibere della maggioranza si risolvono i grandi problemi della nostra epoca, ma col ferro e col sangue”. Un auspicio per tutti coloro che non sono disposti alla servitù.